Viaggio tra gli Expat: terza parte – partire per scoprire il mondo

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Un’immagine di Edimburgo in primavera (scatto di Daniele)

Non sempre un expat emigra per cercare lavoro: a volte è sufficiente la voglia di scoprire una nuova fetta di mondo. Andrea a 27 anni di voglia di partire ne aveva, eccome: “avevo molto spirito d’avventura e delle idee poco chiare sul mio futuro” racconta. Partito nove anni fa alla volta della Francia con un diploma in tasca, i dreadlocks sulla testa e qualche aggancio sul posto, ammette che c’è solo una cosa che non rifarebbe: “quello di emigrare con una conoscenza molto basica della lingua e poche informazioni è un errore che fanno in molti. Un po’ da sognatori”.

Daniele invece quando parte per la Germania di anni ne ha 29, e di lingue ne sa (bene) almeno tre. Di appoggi ne ha per i primi dieci giorni: un’amica può ospitarlo ad Amburgo finché non trova una sistemazione autonoma, ma poi l’avventura la inizia da solo: per dodici mesi è content curator per un portale specializzato in barche. Scrive testi SEO, si occupa di marketing, e lo fa in lingua.

Andrea entra nelle cucine di un ristorante di Montecarlo nel giro di una settimana. I suoi primi datori di lavoro sono italiani, e lo saranno a lungo: “di quel periodo ricordo lo stress e i turni di lavoro massacranti”, racconta. “Ho scoperto presto che lavorare con gli italiani all’inizio può aiutarti, ma dopo no“. Segue un secondo ristorante, stavolta francese: esperienza migliore, ma quel tipo di lavoro non fa per lui. Dopo mesi, parte alla volta di Lucerna: ad accompagnarlo, la sua fidanzata dell’epoca, svizzera.

“A quel tempo i cittadini dei primi paesi UE avevano diritto a un visto quinquennale dietro garanzia di un datore di lavoro“, ricorda. L’impiego c’è e il visto arriva, ma il titolare è un tipo difficile, un italiano anche lui. Andrea resiste sei mesi, fra notti insonni e “costi fissi altissimi: affitto, cassa malati, altre spese obbligatorie”. Dopo alcuni mesi decide che è ora di tentare il salto di qualità: per lui, che ha sempre avuto il pallino della montagna e del formaggio, il lavoro dei sogni si trova in alpeggio, dove il curriculum va portato a mano, malga per malga. Dopo settimane di tentativi, con la primavera arriva anche il lavoro.

Anche Daniele dopo un anno ad Amburgo inizia a diventare insofferente: il suo C1 non basta a trovare un altro impiego, e il richiamo della cultura britannica, suo antico amore, inizia a farsi sentire. Parte alla volta di Blackburn, nel pieno delle Midlands, ma l’accoglienza non è delle migliori, e presto inizia a rivedere il suo mito brit. Da migrante, riesce ad avere buoni rapporti con tutte le comunità, ma la barriera fra locali e stranieri è palpabile, il classismo esasperato. Nel call center multilingua in cui trova impiego non rientrare nelle statistiche può costare caro, e per un latino la sfida di non sforare mai i tre minuti per una telefonata è difficile: “l’italiano medio parla per cinque minuti di altro, poi arriva al problema. È impossibile rispettare i tempi”. Non supera la prova, riparte di nuovo, questa volta verso Edimburgo.

Andrea al lavoro in alpeggio nelle valli svizzere
Andrea al lavoro in alpeggio in Svizzera

Nel frattempo Andrea in montagna comincia una nuova vita: “In alpeggio è iniziato il contatto con gli svizzeri veri, i contadini. A differenza degli italiani loro non temono di affidarti lavori di responsabilità: usare un carroponte per dare il fieno, occuparti di attività delicate come la mungitura”. Sentirsi degno di fiducia lo stimola, anche se il suo capo è molto più giovane di lui: “un ragazzo di 18 anni: con lui ho capito cosa significa sentirsi davvero straniero. Avevamo un buon rapporto, ma era evidente il fastidio che provava nel dovermi rispiegare le cose per le mie difficoltà con la lingua”. Per non parlare delle difficoltà pratiche, come “accendere il fuoco o far asciugare i panni con l’umidità: loro ci riuscivano, io no. Per la prima volta mi sono sentito un ragazzo di città”.

Daniele, arrivato intanto nella più ospitale Scozia, si confronta con la ricerca di un alloggio. “sia ad Amburgo che a Edimburgo per trovare casa si devono passare delle selezioni” racconta. I colloqui spesso rasentano il grottesco: “ci si può sentir chiedere che musica si ascolta, se si è vegani, se si mangia frutta…”. Ed è proprio grazie a un annuncio un po’ folle che trova casa: “diceva: siamo John, Paul e George, stiamo cercando Ringo. Per me, fan dei Beatles, è stato un segno del destino”. Il nuovo lavoro, in un call center che lo occupa dalle 10 alle 21, vede un trattamento economico migliore e un clima più amichevole di quello inglese: “abbiamo formato quello che chiamiamo il team latino: facciamo assistenza in italiano, spagnolo e francese, con un’aggiunta rispetto ai nordeuropei: non portiamo tecnica ma qualità. Nei sondaggi sul servizio che offriamo abbiamo sempre il massimo del punteggio, e dimostriamo che creando un ambiente rilassato la produttività può aumentare“. Resta una certa diffidenza nel sistema di gestione del personale: “chi chiede dei giorni per malattia si vede offrire piuttosto una counseling session, mentre in Germania i medici tendono a dare permessi anche per motivi di stress: in nessuno dei due paesi, comunque, esiste la figura del medico fiscale”.

La sanità cruccia anche lo “svizzero” Andrea, che durante la sua permanenza si trova a fare i conti con la rottura di un legamento. L’assicurazione lo copre, così decide di testare di persona la celebre sanità svizzera. Ma qualcosa va storto: “l’operazione non è andata bene: ho tentato di far presente i miei problemi, ma per loro non era accettabile che un paziente criticasse l’operato di un medico”. Da quel momento in poi la mentalità svizzera inizia ad andargli stretta, e medita il rientro: “Dopo nove anni avevo bisogno di tornare dalla mia famiglia, godermi i nipoti che intanto erano nati e non avevo mai davvero conosciuto, e soprattutto mettere in pratica tutto quello che avevo imparato”. Dopo due brevi parentesi in Austria e Sudamerica, Andrea torna a Roma. Oggi lavora nel reparto salumi e formaggi di un’importante catena alimentare, ma non avrebbe problemi a ripartire: “mi sento un esploratore del mondo”, dice.

Sia Andrea che Daniele non hanno dubbi: “non è possibile integrarsi in un paese straniero senza cercare di capirlo a fondo”. Andrea l’ha sperimentato sulla sua pelle: “se sei felice con te stesso è tutto più facile, viene tutto da sé”. Daniele continua invece a sperimentarlo ogni giorno, accanto ai suoi nuovi amici: si è dato come scadenza ottobre, ma di tornare, per il momento, non ha nessuna intenzione: “dell’Italia mi dà fastidio il fatto che abbiamo tanto da offrire dal punto di vista culturale, ma non lo facciamo. E poi il lavoro che faccio qui in Italia non mi permetterebbe, economicamente, di godermi la vita fuori dall’ufficio”. Certo, a volte la lontananza pesa: “l’ultima volta che sono rientrato in Italia non vedevo la mia famiglia da un anno e mezzo. A volte ci penso: se dovessi ricominciare tutto daccapo, io oggi non ce la farei”.

Veronica Adriani

(4 giugno 2015)

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