La seconda generazione, l’apolidia e la cucina: libri umani per combattere i pregiudizi

È il 24 giugno, un sabato mattina caldissimo quando, nascosta dalle vie infuocate della città, la Biblioteca Vaccheria Nardi, a poca distanza dalla fermata metro S. Maria del Soccorso sulla Tiburtina, offre un momento di quiete e di respiro. Sembra un enorme casale di campagna, la biblioteca, circondata dagli alberi e dal verde. Sul cortile antistante, diverse coppie di persone stanno sedute una di fronte all’altra. Parlano. Gesticolano, si guardano, sorridono. Stanno leggendo. O meglio, ogni utente della biblioteca sta leggendo il libro umano che, all’entrata, ha scelto di consultare. I libri umani sono dieci; tra questi, tre sono collaboratori di Piuculture, che con New Romalen ha collaborato all’iniziativa: si tratta di Nibir, bengalese, Amarilda, albanese e Violeta, moldava, i quali hanno partecipato negli scorsi anni al laboratorio di giornalismo e comunicazione interculturale di Infomigranti.

 

Lo scopo di questo progetto”, spiega Ulderico Maggi, coordinatore di Biblioteche Viventi per ABCittà, “è quello di far riconoscere ai lettori i tanti giovani di seconda generazione nella loro dimensione umana e iperplurale. Questo meccanismo è fertile perché riesce a creare connessioni tra le persone. E il racconto si singoli episodi della vita è quello che si imprime nella testa e nel cuore del lettore. Lo scopo della biblioteca 2G è proprio quello di partire dalle persone, perché prima di cambiare la legge, dobbiamo cambiare il nostro modo di porci di fronte alle diversità, per costruire una cittadinanza del cuore”.

Il tema del libro è unico: le storie della seconda generazione. I generi sono invece differenti, lingua e stile altrettanto variegati. C’è l’imbarazzo della scelta, ma alla fine, tempi di prestito permettendo, vengono prenotati due libri: “Senza Patria” e “In Cucina” .

“Senza Patria” è un libro umano di 27 anni, origini serbe. “Mi chiamo Roberto, apolide da sei anni”. L’incipit è sintetico, ma instilla fin da subito nel lettore numerose domande. Che vuol dire essere apolidi? “Essere apolidi vuol dire non avere una patria, non avere un punto di riferimento”. “Sono nato a Roma, da madre serba. Mia madre però non era regolare qui in Italia. Quando è morta, avevo 13 anni, sono rimasto orfano e ho continuato a crescere in una casa famiglia”. Poi, le scuole superiori: l’Istituto Tecnico Commerciale e l’inizio di una disperata ricerca di indipendenza, di libertà e del riconoscimento dei propri diritti. “Gli ultimi cinque anni li ho passati tra i tribunali civili. Le spese sono state tante, mille euro solo di marche da bollo!”. Roberto parla inglese, serbo e italiano, ha un master post-diploma in “Front-office”. “Il master mi ha aiutato tanto ad aprirmi con le persone. Ora riesco a comunicare con tutti e anche a parlare più apertamente di me stesso”. Roberto, grazie al master, inizia subito a lavorare: cameriere, barista, commesso. Lavora a chiamata, in diversi quartieri romani, che conosce molto bene: zona portuense, Monteverde, Trastevere, Centocelle. “Mi sento bene a Roma. Ho amici, mi dedico alla mia passione, che è la musica techno, hardcore, hip hop. Scrivo dei pezzi col software Fruity Loops. Mi sento integrato qui, la mia cultura di appartenenza è quella italiana. Adoro Roma e ho visitato anche altre città italiane: Milano, Napoli, Salerno, Bologna…e poi, amo il bellissimo mare della Sardegna, dove mi ha portato un’operatrice della casa famiglia”.

Roberto, 27 anni, di origini serbe ma nato e cresciuto a Roma.

“In Serbia ci sono i miei parenti e mio fratello. Ho pensato di andare a vedere il paese da dove provengo, vorrei andare a trovare i miei familiari, ma al momento ci sentiamo per telefono… ma non vivrei in Serbia, ho deciso di stare qui in Italia, lavorare onestamente per ottenere un giorno finalmente la cittadinanza italiana. In questo paese gli apolidi sono 15.000, in tutto il mondo ce ne sono 10 milioni. La strada è ancora lunga… Servono dieci anni di residenza e un contratto di lavoro a tempo indeterminato”.

Roberto prova a immaginare di scrivere i prossimi paragrafi: “Da qui a dieci anni mi vedo in Italia, con un lavoro onesto. Mi piacerebbe studiare giurisprudenza. A scuola in diritto me la cavavo bene”. Le pagine più tristi del libro sono quelle che raccontano le discriminazioni subite: “Di pregiudizi razziali ne ho affrontati tanti, sia a scuola che sul lavoro. Mi dicevano: Sei serbo? Ah quindi sei uno zingaro”.

Lo slogan delle Biblioteche Viventi è quello di Albert Einstein, anche lui apolide dal 1896 al 1901, che recita: “è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”. Roberto oggi, con la sua determinazione e la sua buona volontà, è riuscito a spezzare molti pregiudizi. “Io penso che per giudicare una persona devi mangiarci insieme pane e cipolla”. “Ma è un detto serbo?”. “No, è un detto mio! Serve del tempo per conoscere una persona…io credo che con la mia storia potrei insegnare qualcosa agli altri”. “Senza Patria” è un libro dallo stile semplice e asciutto. Ma ogni riga fa nascere nella mente e nel cuore del lettore tante domande, emozioni e riflessioni, ponendolo di fronte agli ostacoli quotidiani di un apolide. E il finale, ancora da scrivere, apre le porte a un grande sogno, quello di diventare un cittadino.

Il secondo libro, “In cucina” è fresco, divertente, di quelli da leggere tutti d’un fiato. Le righe, ipertrofiche, dal ritmo incalzante, sono costellate di espressioni dialettali, in cui non mancano elementi di slang. È la storia di un ragazzo timido, ma simpatico e pronto alla battuta. “Non ho voglia farmi fotografare, non scrivere il mio nome. Chiamami “er puglie”. Non perché faccio pugilato, ma perché avevo un cane che si chiamava Tyson”. Scritto un po’ in italiano e un po’ in dialetto romano, questo libro racconta la passione per la cucina di un diciannovenne che vive in un campo Rom.

“Sto ai fornelli da quando ero piccolo. Il primo piatto che ho cucinato erano uova e salsicce, preparate per la mia numerosa famiglia. Siamo tanti nel campo Rom, parenti, cugini e zii. Origini serbe, ma dentro romani al 100%, e in casa parliamo una lingua che è tutto un mix”. Un’infanzia segnata da episodi di discriminazioni da parte dei coetanei. Poi, l’Istituto Alberghiero Don Bosco dà a “er pugile” l’opportunità di fare uno stage nella mensa di un centro estivo. “Il primo giorno in cucina andò bene, ma per prima cosa mi fecero tagliare una zucca enorme, una fatica! Però ho imparato tanto, oggi faccio di tutto e lavoro nella cucina di un ristorante di via Teano. Lavorare mi ha aiutato a credere di più in me stesso. Oggi, appena sento per la strada qualche insulto o battutaccia, rispondo senza paura: “Che te frega se so’ Rom?”.

Ho un mito, lo chef Cannavacciuolo, e un sogno: aprire un ristorante multiculturale, offrire a tutti i cittadini di Roma piatti economici e di diversa provenienza. Magari un giorno andrò anche in Spagna per imparare a cucinare qualche piatto tipico spagnolo. Il mio ristorante sarebbe un posto per ritrovarsi, stare insieme e mangiare bene, non uno di quei ristoranti dove i piatti sono vuoti e spendi una fortuna. Ovviamente preparerei i miei cavalli di battaglia: la moussaka, la carbonara e l’amatriciana, che sono i miei piatti preferiti, e poi ovviamente la torta al cioccolato e cocco. Sarà un posto per tutti, tranne che per i razzisti”.

Le pagine scorrono in fretta, le righe filano lisce, svelando anche l’amore del protagonista per la città in cui è nato e cresciuto: “Io sono romano e romanista, ma odio la violenza negli stadi, è qualcosa che non capisco… macchia il nome della nostra città. La cosa più bella di Roma? Il Colosseo. Sono stato anche in Serbia, ma in nessun posto mi sento bene come a Roma”. Nella mezz’ora dedicata alla consultazione del libro, non c’è più tempo per le domande. Resta un sorriso stampato sulla faccia e un augurio sincero per “il pugile” e il suo sogno di unire le persone con la cucina.

In un’ora, due libri umani sono stati letti. Gli utenti della biblioteca appendono ad un filo le recensioni dei libri umani che hanno ascoltato. Questi bigliettini saranno poi consegnati direttamente ai ragazzi. Il racconto, lo sguardo, la parola, hanno lasciato nei lettori molto di più di semplici informazioni. Gli utenti della Biblioteca Vivente hanno scritto nelle recensioni parole non solo di incoraggiamento, ma anche di gratitudine e apprezzamento per il regalo ricevuto.

 

 

 

 

 

 

 

 

«L’esistenza è una serie di note a piè di pagina in un ampio, oscuro capolavoro incompiuto»

Vladimir Nabokov

 

Elisabetta Rossi

(26 giugno 2017)

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