Le inquietudini della generazione degli anni ’80 in Iran nel romanzo di Nasim Marashi

Nasim Marashi
Nasim Marashi

La voce dell’autrice, della traduttrice Parisa Nazari e dell’editrice Bianca Maria Felicetti

Il romanzo ci racconta delle inquietudini di tre giovani donne, da una parte, desiderosedi libertà e affermazione, dall’altra legate alle loro famiglie e al loro paese, e ha avuto un grande successo in Iran. Come spieghi tu, giovane scrittrice al suo primo romanzo, questo successo?
Anch’io sono stata colpita dal successo del libro nel mio paese, alle presentazioni molte donne mi hanno ringraziata perché ero riuscita a dire proprio quello che loro vivevano e sentivano. Quindi penso che le tre donne del romanzo rispecchino in effetti quella che noi chiamiamo “la generazione degli anni ’80”.Esse rappresentano una sorta di collage delle caratteristiche particolari di quella generazione, che cresce nel periodo dopo la guerra Iran-Iraq, vissuta pienamente dai genitori, ma di cui conserva solo dei ricordi dell’infanzia. Sono giovani natinel periodo del boom delle nascite che devono lottare e competere su tutto, per esempio, nella scelta della scuola o università migliori, giovani animati dalla grande voglia di indipendenza, affermazione e successo, dalla ricerca continua di qualcosa che però non sanno ben definire. Da una parte hanno una grande capacità di adattamento alle situazioni nuove o problematiche, dall’altra non trovano nulla che li soddisfi pienamente.

Tu sei nata nel 1984, laureata in ingegneria, giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, dunque con molte caratteristiche uguali a quelle delle tre donne, forse soprattutto di Leila. Quanto c’è di autobiografico nel libro?
C’è molto di mio, ma non in Leila in particolare, piuttosto c’è qualcosa di me in tutte e tre, e ci sono anche molte mie amiche. Quello che ho cercato di fare con questo romanzo è stato appunto di raccontare una generazione, la mia, che ha iniziato ad affacciarsi al mondo globalizzato, ha avuto modo di conoscere cose nuove per scoprirne sempre delle altre, a differenza dalla generazione precedente che ha vissuto nel periodo della rivoluzione islamica e della guerra con l’Iraq. Siamo una generazione di passaggio che ha vissuto una specie di shock per la rapidità dei cambiamenti. Questo vale in particolare per le donne, basta guardare all’aumento esponenziale di donne lavoratrici.Noi non ci sentiamo mai arrivati, dobbiamo porci continuamente nuove mete da raggiungere, per questo molti di noi sono andati via.Quando io mi sono iscritta all’università, eravamo un centinaio, di questi solo 10 sono rimasti in Iran. Quelli nati dopo di noi già sono diversi, sono meno inquieti; la maggiore apertura del Paese e la possibilità di confrontarsi con il mondo li rende più capaci di procurarsi nel presente ciò che li rende felici e dunquemeno desiderosi di andare all’estero. Per questo noi un po’ non li capiamo un po’ li invidiamo.

E infatti il desiderio di andar via è un tema molto presente nel libro: Misaq, il marito di Leila, va in Canada, Roja fa di tutto per andare in Francia. Però la scelta di andarsene, soprattutto per le donne, è sempre accompagnata dal dolore della separazione. Secondo te, è la scelta più giusta da fare?
Io stessa ho pensato di andar via, in Francia, proprio come Roja, ma ho anche tanti amici che mi dicono: non è che andando all’estero si trovi la felicità e ora molti vogliono tornare. Era la voglia di conoscere, di raggiungere traguardi più alti che non ti faceva accontentare di ciò che avevi e ti portava a desiderare di andar via, ma non penso che sia necessariamente la cosa più giusta da fare.

A Parisa che ha realizzato una preziosa traduzione e che da alcuni anni vive a Roma chiedo: Perché hai deciso di lasciare il tuo paese? Ne è valsa la pena?
Io appartengo alla generazione precedente, sono nata negli anni ’70, ho vissuto nell’adolescenza la guerra, quindi sono cresciuta in un’atmosfera cupa, triste. Perciò era quasi scontato voler andare via già dopo il diploma e per me che ho sempre amato l’indipendenza di pensiero non era possibile rassegnarmi al clima di chiusura e oppressione. Ma adesso la situazione in Iran è molto diversa e forse se allora ci fossero stati dei segni della successiva apertura, non sarei partita. Ma che senso ha dirlo ora? Per me oggi non esiste un’altra vita, lavoro qui, i miei figli sono italiani, romani, quindi non posso aver rimpianti.

Tu, Nasim, lavori in una rivista letteraria, Dastan (Storie), che promuove la scrittura e la lettura. Sta avendo buoni risultati il tuo impegno? Il dinamismo della società iraniana in questo periodo si vede nella letteratura?
La vitalità della letteratura iraniana emerge a seconda che le maglie della censura si aprano o si chiudano con i cambi di governo. Ad esempio molti libri che prima erano stati censurati, ora invece sono stati pubblicati perché la censura è stata molto ridotta, anche se i giornali continuano a essere controllati. Tante persone che scrivevano sui social network– dove ovviamente la maggiore libertà spinge tantissime persone a esprimere le loro opinioni come se fossero dei comunicatori – ora scrivono libri che vengono pubblicati. Io ho scritto da poco un secondo romanzo che tratta il tema della guerra da un punto di vista antiretorico, che rompe l’immagine della guerra santa; prima non avrei potuto pubblicarlo, ora invece in una settimana sono state vendute 5000 copie!

E ora una domanda all’editrice: Come nasce il progetto della casa editrice Ponte33, che pubblica solo letteratura iraniana?
Io e Felicetta Ferraro siamo iraniste e abbiamo trascorso lunghi periodi in Iran per lavoro. Lì abbiamo potuto toccare con mano non solo il fermento culturale e il dinamismo della società iraniana, ma anche la bellezza e la vivacità della sua letteratura. Così abbiamo pensato che dovevamo farla conoscere in Italia, dove il cinema iraniano è già noto, ma per la narrativa c’era un vuoto, a parte alcune traduzioni di racconti fatti conoscere da Anna Vanzan per case editrici diverse. Allora, nel 2010,abbiamo fondato questa piccola casa editrice dandole il nome del ponte di Isfahan sotto le cui 33 arcate da sempre giovani e meno giovani si incontrano, recitano versi, leggono libri. E ci tenevamo a far conoscere giovani scrittori esordienti, che riescono a superare le difficoltà di pubblicare e testimoniano la vivacità culturale del Paese. Ovviamente per noi è preziosa la collaborazione di intermediari come Parisa. Finora abbiamo pubblicato 9 romanzi.

NasimMarashi, L’autunno è l’ultima stagione dell’anno
NasimMarashi, L’autunno è l’ultima stagione dell’anno

SCHEDA:

NasimMarashi, L’autunno è l’ultima stagione dell’anno, Ed. Ponte33, 2017

Tre giovani donne si trovano in quella fase di passaggio alla vita adulta, in cui le scelte da compiere comportano dubbi, inquietudini e confitti interiori. Pur nella diversità delle loro esistenze, le tre amiche vivono le contraddizioni tra l’aspirazione all’affermazione di sé, all’indipendenza, all’apertura al mondo, da unna parte, e l’attaccamento alle famiglie e al loro paese con le sue tradizioni.

(Roma 25 ottobre 2017)
Luciana Scarcia

 

 

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