Bithi: una mamma del Bangladesh a Roma

Bithi con suo figlio al lago di Albano
Bithi con suo figlio al lago di Albano

Bithi fa colazione con cappuccino e cornetto, è una giovane mamma del Bangladesh di ventinove anni, il suo bambino ha tre anni e cinque mesi e frequenta la scuola dell’infanzia. “Nel fine settimana, che non si ha fretta di uscire, c’è tempo per preparare, nasta ruti vajhi, la colazione bangladese che, a differenza di quella italiana, non è dolce.”
E’ arrivata in Italia, da Dacca, un anno fa per raggiungere il marito che lavora all’ambasciata del Bangladesh che si trova a via Bertoloni nel Municipio II. Fanno parte della comunità Bangladese, la nona comunità straniera presente in Italia, composta da 127.861 persone(Istat 2014). La migrazione bangladese diventa di massa negli anni ’70 del ‘900, promossa dallo stesso Governo che istituisce a partire dal 2000 un apposito Ministero per sostenere i lavoratori espatriati. I cittadini del Bangladesih all’estero superano i 7,8 milioni (ONU 2013) pari al 5% della popolazione. Essendo un ex colonia britannica inizialmente i Bangladesi si indirizzano in Gran Bretagna oltre che verso i Paesi del Golfo. Dopo il 1990, in seguito alla guerra del Golfo e al mercato britannico saturato, l’Italia diventa rapidamente il secondo paese d’Europa ad accogliere la popolazione proveniente dal Bangladesh. La presenza della comunità bangladese in Italia cresce con la regolarizzazione sancita dalla legge n.39 del 1990 che prevede la presenza stabile di stranieri che vivono e lavorano in Italia e attribuisce a loro diritti legati sia al lavoro che alla persona.

Bithi vive a Centocelle

Bithi che si è laureata in marketing nel suo paese, non ha ancora avuto modo di dedicarsi alla professione per la quale ha studiato perché al termine degli studi è rimasta incinta. Oggi vive nel V Municipio, a Centocelle, con il 5,6% dei suoi compaesani. Il V è il Municipio, assieme al I, che accoglie il maggior numero di Bangladesi. L’inserimento dei Bangladesi nel V municipio non è solo abitativo, ma via via comprende anche l’acquisizione di attività commerciali con conseguente rivitalizzazione del territorio. I Bangladesi tendono a concentrarsi in alcuni territori perché hanno un modello di insediamento di tipo comunitario. “Per ora non ho fatto molte amicizie” racconta, “ho un’amica Sushmita Sultana” Sushmita è una musicista, dirige il “Coro Multietnico Romolo Balzani” e ha anche aperto una piccola scuola di musica Sanchari Sangeetayan
a Torpignattara, qui i bambini del Bangladesh entrano in contatto attraverso canzoni e poesie con la cultura del loro paese d’origine.

Bithi e Sushmita Sultana
Bithi e Sushmita Sultana

All’inizio arrivarono giovani uomini

Inizialmente arrivano in Italia dal Bangladesh solo uomini, giovani, che trovano impiego, spesso attraverso il passaparola, nel commercio, nell’edilizia, nella ristorazione e negli alberghi. A partire dal 2003 in Bangladesh l’emigrazione per lavoro non è più limitata agli uomini, anche se tutt’ora l’emigrazione femminile è soprattutto dovuta ai ricongiungimenti familiari con conseguente radicamento della comunità bangladese in Italia.
I Bangladesi in Italia sono aumentati in maniera superiore alla media delle comunità straniere, si concentrano prevalentemente nell’area romana dove superano le 31mila presenze(Istat 2013). Le donne sono il 22,3% dei residenti a Roma e gli alunni bangladesi nell’anno scolastico 2013-14 sono stati 1878 concentrati soprattutto nella scuola dell’infanzia e primaria.
“Ora che il mio bambino va a scuola dalle 9 all’1 voglio imparare l’italiano, studiare, è indispensabile conoscere la lingua per fare qualcosa qui, nessuno sa cosa gli riservi il futuro.”
L’arrivo delle donne e dei figli che frequentano la scuola stanno diventando l’occasione di apertura della comunità bangladese, fortemente chiusa e coesa. La coesione comunitaria è un elemento positivo, la comunità del Bangladesh, malgrado la presenza di irregolari, non è mai stata pericolosa, perché il controllo sociale della comunità ha reso marginali possibili devianze: chi delinque viene emarginato.

A cosa non puoi rinunciare del tuo paese?

Quando domandi a Bithi a cosa non possa rinunciare lontano dal suo paese spiega “non posso fare a meno di cucinare il cibo tradizionale bangladese. I miei piatti preferiti sono pollo masala e montone con riso biryani”.
Una altra cosa alla quale non rinuncia è vestire all’orientale “vesto anche come le donne italiane, ma prediligo indossare abiti di foggia orientale, mi sento più a mio agio. Mi piace anche truccarmi, ho una vera passione per il make up”.
Eternamente connessa, chatta nella sua lingua e in inglese con grande facilità usando le frasi sincopate di tutti i giovani del mondo, forse lo smartphone lenisce la nostalgia, la fa sentire meno lontana da casa. “Sono l’unica della mia famiglia ad aver lasciato il Bangladesh” dichiara con emozione. “Quello che più mi manca sono i miei genitori. La vita di noi ragazze del Bangladesh a Dacca è diversa rispetto a quella che facciamo a Roma: a Dacca abbiamo famiglia, amici, parenti con i quali possiamo condividere i nostri momenti felici e quelli tristi. A Roma dobbiamo prenderci cura da sole di casa, figli, famiglia”.

La famiglia a Dacca

“Mio padre lavorava nell’acciaieria di Chittagong” principale porto del Bangladesh, tristemente noto per le numerose navi, di tutte le dimensioni, abbandonate poco lontano dalla zona portuale per essere smantellate a mani nude, spesso da una manodopera composta da ragazzini. “Ora papà è in pensione, mia madre si è sempre occupata della casa e di noi figli, ho tre fratelli e quattro sorelle.” Parla con affetto e fierezza del fratello più piccolo, Mohammad, che vive con i genitori e ha una agenzia di viaggi.
Molti conoscono il Bangladesh solo per i disastri naturali che lo colpiscono “Coloro che vivono nelle zone rurali vicino ai fiumi e all’acqua purtroppo sono più soggetti a inondazioni, cicloni, ma il nostro paese non ha solo una natura ostile, ci sono tante bellezze naturali come la Foresta di Shundarban o Bazar di Cox, che per me è la spiaggia più bella del mondo.”

La causa dei Rohingya unifica musulmani e cristiani

Bithi è di religione musulmana, in Italia non frequenta la moschea, prega a casa. Ma condivide le parole dette da papa Francesco in dicembre durante il suo viaggio in Bangladesh “Continuiamo a stare vicino ai Rohingya perché siano riconosciuti i loro diritti”, infatti per Bithi “i rifugiati Rohingya in arrivo in Bangladesh dalla Birmania dovrebbero riavere la loro patria”.

Nicoletta del Pesco
(26 febbraio 2018)

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