Progetto la Frontiera: un laboratorio di democrazia

Quando le parole combinano insieme elaborazione culturale, pensiero critico e etica si crea un clima di confronto e di crescita: questo ha dimostrato il quarto e penultimo incontro del progetto La Frontiera, tenutosi il 16 aprile nella casa editrice Laterza.

Il progetto "La frontiera" prende il nome dal libro di Alessandro Leogrande che ha questa immagine di copertina
Il progetto “La frontiera” prende il nome dal libro di Alessandro Leogrande che ha questa immagine di copertina

Seduti attorno a un grande tavolo c’erano il sociologo Stefano Allievi, l’ecologo Guido Chelazzi, l’insegnante e consulente del Miur Vinicio Ongini, l’editore Giuseppe Laterza, promotore del progetto BuonSenso insieme al Miur, alcune studentesse del liceo Pilo Albertelli, l’associazione Piccoli Maestri e altri ospiti.

Sulle parole: Frontiera, Diversità, Integrazione
Gli interventi del sociologo Allievi e dell’ecologo Chelazzi hanno, ciascuno dal suo punto di vista, cercato di eliminare la zavorra di banalità e falsità che in questi tempi “gli imprenditori politici del conflitto” hanno creato per fare dei confini nazionali delle barriere contro gli spostamenti di persone, in nome di una presunta salvaguardia dell’identità culturale della propria comunità. In realtà, è un’illusione pensare di arrestarli perché la mobilità è una caratteristica strutturale della storia dell’umanità e ciascuno di noi oggi è un’antologia vivente delle migrazioni che si sono succedute nelle epoche storiche. Altrettanto illusorio è pensare di eliminare i confini: essi esistono e separano, ma servono per essere attraversati e per mettere in contatto le rispettive diversità. I confini – che non sono solo tra nazioni, ma anche tra un quartiere e l’altro o tra una persona e l’altra – possono essere un terreno di conflitto, che però serve a entrare in relazione con l’altro. I conflitti non vanno né ignorati né gonfiati, bensì gestiti e, per quanto riguarda quelli tra autoctoni e migranti, governati con politiche attente alle sensibilità delle persone e lungimiranti, in una prospettiva di integrazione.

La tendenza a erigere frontiere è presente anche nel mondo della scuola. Un esempio significativo fatto da Vinicio Ongini è la cosiddetta “fuga bianca” di molti alunni dalle scuole con un’elevata presenza di alunni stranieri, con la conseguenza di creare scuole ghetto sia nelle periferie sia nei quartieri centrali. Ma anche in questo caso è ingannevole pensare che un’istruzione di qualità presupponga un contesto omogeneo ripulito dagli alunni più vulnerabili, i poveri e gli stranieri. Una scuola di qualità è quella capace di offrire strumenti culturali ricchi e far crescere gli alunni nel confronto con le diversità; per questo servirebbe ridurre l’enfasi sulla parola “integrazione” e preferire invece “condivisione”.

Sull’immigrazione è evidente la mancanza di conoscenza e esperienza
Fin qui il resoconto sintetico degli interventi degli esperti. Ma ciò che ha reso questo incontro un’occasione di arricchimento è stato il dibattito seguito agli interventi. Ha reso tutti più consapevoli della mancanza, nel dibattito pubblico, di confronto dialettico tra punti di vista diversi sull’immigrazione e di quanto ci sia ancora da fare per attrezzarsi con gli argomenti necessari per interagire con chi esprime la paura del diverso e tende a chiudersi nel proprio recinto. Una ragazza ha espresso proprio questa richiesta: come comportarsi con chi esprime posizioni xenofobe o razziste? Insufficiente risponderle: bisogna ragionare insieme; quello che serve − ha con insistenza detto l’editore Laterza − è capire la natura delle paure, che nascono dal senso di precarietà e dal timore di perdere qualcosa. Per esempio, dietro la scelta da parte delle famiglie di scuole in cui non ci siano immigrati o soggetti svantaggiati socialmente, non c’è tanto la paura della diversità quanto piuttosto l’aspirazione ad assicurare il meglio ai propri figli.

La percezione degli immigrati come minaccia deriva anche dalla scarsa esperienza di relazioni reali con loro, dalla insufficiente conoscenza delle loro storie, e questo rimanda a un problema più generale della nostra società, quello della rarefazione di relazioni interpersonali e delle esperienze condivise. Su questo una studentessa ha detto: ci commuoviamo per un film, ma poi restiamo insensibili di fronte alla richiesta di aiuto che ci tocca da vicino; non sarà che la grande distanza esistente fra le persone oggi dipenda anche dal fatto che internet abbattendo i confini ha creato l’illusione di annullare diversità e conflitti?
Allievi e Chelazzi sulle tendenze xenofobe nella società hanno sostenuto che è sbagliato dare del razzista a chi si sente minacciato; dentro ciascuno di noi c’è un’ambivalenza strutturale tra fobia e incontro, tra “contro” e “verso”, per cui è sbagliato esacerbare la tendenza negativa. È nel fare le cose insieme, nel creare spazi e occasioni di condivisione la prospettiva a cui guardare.

L’incontro: un esercizio di democrazia
Ma il dibattito ha anche dato un impulso a guardare al futuro con più fiducia: le studentesse del Pilo Albertelli, così attive nel rilanciare la palla dell’approfondimento culturale, ma anche capaci di porsi interrogativi di etica pratica, con le loro domande e considerazioni hanno liquidato il luogo comune dei giovani apatici e disinteressati alla politica e hanno dato testimonianza del fatto che, quando si usano le parole per capire – e un tema complesso come l’immigrazione ha estremo bisogno di essere capito −, si muovono ragionamenti e passioni in un clima di reale confronto. E dunque l’incontro è stato un piccolo esercizio di democrazia.

Luciana Scarcia
(21 aprile 2018)

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