“Migranti”, racconti di dolore ma anche di libertà

“Il mio Paese è dove troverò pace”: racconti di dolore ma anche di libertà

Il libro Migranti di Domenico Di Cesare, Castelvecchi editore, presentato alla Fiera dell’editoria indipendente “Liberi sulla carta” e tenutasi a Rieti in settembre, raccoglie le interviste di quindici richiedenti asilo che raccontano le ragioni che li hanno portati a scappare dal proprio paese, il viaggio della speranza per raggiungere l’Europa e la loro nuova esistenza in Italia.

La copertina di “Migranti”, di Domenico Di Cesare, Castelvecchi Editore

Il reatino Domenico Di Cesare, ospite della Fiera, è un volto noto in città, in quanto per anni è stato proprietario di una libreria in centro, oltre che giornalista e autore affermato. Il suo libro “Migranti” raccoglie le interviste fatte a quindici richiedenti asilo scappati dal proprio paese d’origine, che hanno fatto dell’Europa la loro nuova casa. Il libro si apre con una poesia di Riccardo Grifoni scritta in memoria di Aylan Kurdi, il bambino siriano con la magliettina rossa, tristemente famoso, morto annegato nel 2015 durante la traversata. Ad arricchire l’opera la prefazione di Erri De Luca in cui l’autore dice che “definire dei singoli disarmati col nome di invasori è spaccio di falsa moneta”, ma anche la postfazione di Luciana Castellina, la quale ribadisce “l’importanza di conoscere la vita concreta di concreti individui per capire il dramma storico che si sta svolgendo sotto i nostri occhi”.

Domenico Di Cesare ha avuto il coraggio di abbattere il muro di divisione tra “noi” e “loro” andando a vedere chi sono questi “migranti” che sbarcano sulle coste italiane, di entrare in contatto col dramma personale di ciascuno di loro, per poterlo restituire attraverso le sue interviste. Un lavoro reso possibile solo grazie alla profonda sensibilità e all’onestà intellettuale dell’autore, il quale, mosso da un grande amore per la verità e dalla volontà di far luce sul fenomeno migratorio, racconta nel dettaglio la storia di questi uomini e donne, la quotidianità nel loro paese, le motivazioni che li hanno spinti a partire, le emozioni che li hanno accompagnati, ma anche il dramma del viaggio e la speranza dell’arrivo.

Domenico Di Cesare ospite a “Liberi sulla carta”, Fiera di editoria indipendente, tenutasi a Rieti il 14, 15 e 16 settembre

Da cosa nasce l’idea di questo libro e che valore pensa possa avere in un periodo in cui a scrivere di migranti e di migrazione sono in tanti?

Questo libro nasce dal mio impegno nel sociale come scrittore ma in primis in quanto essere umano. Stanco della superficialità con cui veniva trattato il tema dell’immigrazione, del linguaggio scorretto, soprattutto nei titoli, usato da molte testate giornalistiche per lanciare alcune notizie, ma anche dell’opinione comune di molti italiani, ho deciso di analizzare la questione andando al cuore del problema: ho intervistato cioè i diretti interessati. Il mio scopo era quello di smascherare i pregiudizi e le false notizie, dando voce alle persone di cui tanto si parla ma che in pochi hanno il coraggio di conoscere realmente. L’ intento era rendere loro giustizia.

Per farlo ho dovuto affrontare temi forti come quello dello stupro, della prostituzione, dell’omosessualità, argomenti ostici di cui non tutti sono disposti a parlare. I protagonisti del mio libro si sono aperti non senza difficoltà e sofferenza chiedendomi in alcuni casi solo di cambiare il loro vero nome con uno di fantasia, senza però alterare la crudezza dei fatti. Il  libro si differenzia dagli altri fondamentalmente per un elemento, riconosciutomi anche dall’editore Castelvecchi “La scrittura nel raccontare i migranti nasce dal cuore”.

Colpisce molto lo spazio che ha dato all’interno del volume al viaggio. È stata una scelta voluta?

In realtà inizialmente avevo pensato di scrivere un libro esclusivamente sul viaggio, descrivendo tutti gli ostacoli che i migranti si trovano ad affrontare per arrivare in Europa. In corso d’opera però, andando avanti con le interviste, ho voluto dare spazio anche ad altri elementi che ho ritenuto fondamentali per far comprendere a pieno la storia di queste persone. Ho parlato così della loro situazione nel paese d’origine, delle persecuzioni a cui erano sottoposti e della nuova vita in Europa. Da protagonista il tema del viaggio è passato ad essere una conseguenza, la conseguenza del dover fuggire da un Paese dove non si è liberi. Non ho rinunciato a raccontare alcuni momenti orribili del viaggio: come quando uno degli intervistati, per attraversare il deserto, mette un paio di scarpe sfilate a una donna morta durante il tragitto o quando un altro dei ragazzi per sopravvivere, beve la propria pipì per non morire disidratato o dello strazio delle ore passate in mare su un barcone sgangherato che affonda per metà e il protagonista per raggiungere la prua calpesta corpi che sono già cadaveri.

Alcuni pensano che queste persone non abbiano diritto a ricevere accoglienza e protezione in Italia perché non scappano da guerre. Cosa pensa a riguardo?

Credo che non sia necessaria la presenza di un conflitto armato per avere l’esigenza di lasciare il proprio paese. Ci sono infatti ragioni altrettanto importanti e situazioni ugualmente tragiche che spingono un individuo a cercare un altro luogo in cui vivere libero, al sicuro, in cui non dover temere per la propria incolumità. Alcuni degli intervistati sono scappati da abusi sessuali reiterati spesso avvenuti all’interno delle mura domestiche, altri sono fuggiti da persecuzioni causate dalla loro etnia, dalla loro religione o da vendette dovute a conti in sospeso con altre famiglie. “Il mio paese è dove troverò pace”, dice Jasmine, una ragazza camerunense perseguitata dallo Stato in quanto omosessuale e penso che questa frase racchiuda tutte le motivazioni possibili per cui a ciascun individuo andrebbe riconosciuto il diritto a emigrare e a mettere in salvo la propria vita.

Cosa pensa di come la politica affronta l’immigrazione?

I politici dovrebbero rimboccarsi le maniche per capire i veri bisogni della persone, risolvere i problemi, lavorare per la cosa pubblica e smetterla di scegliere un capro espiatorio su cui far ricadere tutti i mali sociali ed economici del paese, solo per accaparrarsi l’elettorato di ‘pancia’. Questo non è un monito che faccio solo ai partiti di destra ma è a tutta la politica in generale. Mi è capitato di ascoltare le peggiori considerazioni proprio da persone che votano a sinistra. Durante una presentazione del libro, per esempio, una signora è intervenuta sottolineando le differenze tra l’emigrazione italiana di fine Ottocento e quella attuale, sostenendo che secondo lei la diversità sta nel fatto che mentre noi partivano muniti di regolare passaporto e con un lavoro sicuro, gli immigrati che sbarcano in Italia sono tutti clandestini. Premesso che la considerazione è storicamente scorretta, se anche questo dato fosse reale, essere clandestino non vuol dire in automatico essere una cattiva persona, significa semplicemente non disporre di un documento che regolarizza la propria presenza su un territorio. Penso che nessuno nasca illegale e che non sia la mancanza di un pezzo di carta a fare di una persona un criminale.

Cosa pensa di come viene gestita l’accoglienza in Italia?

Tra accoglienza ed integrazione c’è una bella differenza. Camminando per il centro della mia città mi rattristo a vedere decine di richiedenti asilo seduti sotto gli archi del comune, trascorrere il proprio tempo con il cellulare in mano senza avere niente da fare. Le cooperative con le istituzioni dovrebbero fornire i giusti mezzi per agevolare una reale integrazione organizzando per tutti lezioni di lingua e cultura italiana ma anche corsi per imparare un mestiere, partecipare a progetti di volontariato che permettano a questi ragazzi di inserirsi nel tessuto sociale, di relazionarsi con gli italiani e di cercare il loro posto nella società di cui fanno parte. Penso inoltre che sulla pelle dei migranti, purtroppo, ci guadagnino in troppi e ci sia un vero e proprio business che va da quello dei trafficanti, alle mafie sia nei paesi di partenza che in quelli di arrivo. Delle circa 11 mila ragazze nigeriane arrivate in Italia, l’80%, incluse molte adolescenti tra i 12 e i 14 anni, sono costrette a prostituirsi per estinguere un debito fatto coi loro aguzzini nel momento in cui hanno intrapreso il viaggio. L’alto numero di sfruttate per pochi decine di euro fa pensare che la richiesta di sesso a pagamento sia davvero alta e questo dato non ci fa per niente onore.

Cosa ha significato per lei scrivere questo libro? 

E’ stata un’esperienza di una bellezza indescrivibile, un viaggio di scoperta, di conoscenza, un arricchimento culturale e personale straordinario ma nello stesso tempo un cammino di dolore. L’incontro con gli intervistati mi ha permesso di approfondire alcune tematiche, di leggere libri, di studiare. Le etichette che oggi addossiamo ai migranti: delinquenti,  stupratori, persone che vengono a rubare il lavoro e a riportare malattie ormai debellate da tempo, sono le stesse che un secolo fa venivano addossate ai nostri connazionali. Quello che la gente ignora,  sono ad esempio i dati pubblicati dal Viminale secondo cui negli anni tra il 2012 e il 2016, momento storico con più sbarchi in Italia, il numero di reati si è abbassato notevolmente.. Legare il fenomeno migratorio a quello della criminalità è dunque scorretto così come lo è dividere l’umanità in categorie, in “bianchi” e “neri”, in “noi” e “loro”, bisognerebbe sempre considerare il singolo individuo.

Alessandra Marchioni
(3 ottobre 2018)

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