A Tor Pignattara i due volti della comunità afghana: dalla guerra alla danza

La comunità afghana mostra i suoi due volti: quello della guerra che spinge a partire e quello delle danze, dei sapori, della bellezza che spinge a tornare.

 

Comunità afghana tor piganattara roma - foto di Stefano Majolatesi
Foto di Stefano Majolatesi

“Non partiamo per la fame. Avevo tutto, ma volevo la pace“, con queste parole Fawad Raufi, autore del libro Dall’Hindu Kush alle Alpi – Viaggio di un giovane afghano verso la libertà, riassume la scelta di 2,5 milioni di afghani che hanno lasciato il paese. Domenica 2 dicembre alla Casa delle Culture di Torpignattara, a Roma, l’Afghanistan è terra di partenza, nelle parole dello scrittore, e di ritorno, nella condivisione della lingua, delle danze e dei sapori per chi, la pace, l’ha trovata a Roma.

Comunità afghana: il viaggio di Fawad alla ricerca della pace

“Perché ho fatto un viaggio di 9.000 chilometri e a ogni chilometro ho rischiato la vita?”, chiede Fawad, 28 anni, che nel suo paese faceva l’insegnante di storia e letteratura afghana. “Russia, Iran, Pakistan non sono fatti per accogliere. Qui c’è rispetto, c’è umanità e io voglio rischiare la mia vita per arrivare in un paese che rispetta l’essere umano e i suoi diritti”. Con Fawad chi è seduto in platea, non solo afghani, ma anche tanti italiani e africani di diversi paesi, ripercorre il viaggio dei migranti sulla rotta balcanica.

“In Bulgaria sono stato arrestato, eravamo 20 ragazzi in una cella, quando uno dormiva gli altri dovevano stare in piedi”, racconta. “Mi hanno messo in carcere perché nel mondo le merci si possono esportare, ma gli esseri umani non possono spostarsi. Valgono meno della merce”. Anche la Germania è stata una delusione per lui: “Sono stato 5 mesi lì senza andare a scuola, bussavo alle porte per chiedere i libri, ma mi dicevano che non potevano darmeli perché sono afghano, in quel periodo le direttive tedesche sull’immigrazione stabilivano che solo i siriani dovessero essere accolti“, ma non c’è rabbia nei racconti di Fawad. “Il mondo è grande: per tutti c’è il posto per vivere e per amare”. E lui, il suo posto, l’ha trovato in Italia, che definisce una “seconda patria”.

Comunità afghana: danzare è come tornare a casa

Per gli 800 afghani che compongono la comunità della capitale, Roma è il posto per vivere. Ma il desiderio di tornare alla propria cultura, anche solo per un pomeriggio, è sempre forte: “Oggi non riesco a togliermi questo sorriso dalla faccia”, dice Idrees Jamali, vice presidente della Comunità afghana in Italia, che porta gli ospiti alla scoperta del volto meno conosciuto del paese, quello che va oltre la guerra: del thè caldo, degli abiti ricamati, delle danze.

In un attimo la sala conferenze diventa una sala da ballo: tra le risate i meno timidi, tutti uomini, cominciano a esibirsi nella danza tipica, attan. “È un ballo molto difficile, alcuni si sfidano come se fosse una partita di football. Qui ballano solo gli uomini ma lo fanno anche le donne, solitamente in un’altra stanza. Un uomo e una donna insieme possono ballare solo se sono sposati“, spiega Rafi, 28 anni. “A me non piace, perché insieme ci possiamo divertire di più”.

Rafi: vivere a metà tra due culture

Ha trascorso 7 anni a Londra, ma il trattato di Dublino l’ha costretto a tornare in Italia. “Lavoro con gli italiani, dappertutto ci sono le brave persone ma qui di più. Se tu non lavori, se non cerchi ciò che vuoi ottenere, nessuno ti dà niente gratis. La vita è tutta così”.

Rafi è soddisfatto di quello che ha costruito a Roma, anche se non ha scelto questa città. Dopo quasi dieci anni in Europa guarda al suo paese con nostalgia ma anche con sguardo critico: “Ho tre madri, le prime due mogli hanno trovato la terza a mio padre perché la casa dove vivono è troppo grande e da sole non ce la facevano con le faccende domestiche. Lui passa una notte con ognuna, so che per voi è strano. Anche per me lo è, io ne voglio solo una. Ma se loro sono felici, vuol dire che va bene anche così”.

Mentre Rafi parla, i suoi amici si alternano in pista in una danza che coinvolge tutto il corpo: “È bello, mi manca il mio paese”, sorride. Ma in questo pomeriggio è più vicino: dopo i balli e la visione del documentario Art Bridge di Paola Morini e Harvinder Singh sulle comunità migranti a Roma, è il momento di riassaporare anche il gusto della cucina afghana, insieme, come in un giorno di festa.

“La comunità fa passi avanti per essere unita al popolo italiano, tedesco, svedese“,  conclude il vicepresidente Idrees Jamali. “Gli uomini devono essere come i pesci che, nel mare, vanno dove vogliono”.

Rosy D’Elia
Fotografie di gma e Stefano Majolatesi

(5 dicembre 2018)

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