Progetto RICO, l’inclusione abitativa per costruire il futuro

Fotografia di Gma - Archivio Piuculture
Fotografia di Gma – Archivio Piuculture

“La casa è essenziale”. Con un aggettivo Jawad Haidari, rifugiato afghano, riassume il senso del progetto RICO, Rafforzare Intregrazione Costruire Ospitalità, che gli ha aperto le porte di “un posto per vivere, non semplicemente di uno spazio che ti difende dal freddo o dal caldo”.

Con un finanziamento FAMI, Fondo Asilo Migrazione e Integrazione, Caritas e Centro Astalli hanno unito le loro forze per dare vita a un programma di inclusione abitativa dedicato a rifugiati, richiedenti asilo e, in via eccezionale, anche a possessori di un permesso di soggiorno per scopi umanitari.

Trovare casa ”in una capitale come Roma non è semplice”, spiega Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli. “Ci siamo resi conto che per concludere il percorso di indipendenza intrapreso negli SPRAR, ora SIPROIMI, con l’affitto di una casa alcuni avevano bisogno di più tempo e di più strumenti”.

Progetto RICO, la storia di Jawad, uno dei 100 beneficiari

Dopo aver vissuto prima a Campobasso, e poi a Bologna Jawad, uno dei 100 beneficiari, è arrivato a Roma per frequentare un master in religione e mediazione culturale: la sua vita, i suoi spostamenti, i suoi sforzi da oltre 20 anni si fondano sulla ricerca della conoscenza. Per raccontare la sua carriera scolastica parte da lontano, quando a 13 anni con un altro gruppo di minori ha lasciato l’Afghanistan, “senza neanche un pezzo di carta”.

Il viaggio è stato “molto difficile”, così sintetizza le atrocità che ha sopportato lungo il percorso dall’Afghanistan all’Iran. Prima un furto: “porto ancora i segni sotto i piedi, dovevamo attraversare le montagne e lungo il tragitto ci hanno tolto tutto, perfino le scarpe”.

Poi l’arresto al confine: “3 giorni senza mangiare, senza bere, in un cortile. L’unica cosa a disposizione era una montagna di pane marcio, appena uno di noi ne ha mangiato un pezzo abbiamo cominciato tutti. Il giorno dopo stavamo malissimo, 60 persone e 3 bagni. Così hanno deciso di riportarci indietro in un centro di espulsione e di nuovo al confine con l’Afghanistan”.

E poi ancora la necessità di ripartire ancora: “nel deserto abbiamo incontrato i trafficanti, ci hanno dato da mangiare e ci hanno dato la possibilità di riprovarci, anche se non avevamo più soldi, abbiamo tentato un percorso più veloce, senza passare per il Pakistan, ma più pericoloso perché pieno di mine antiuomo. O arriviamo o moriamo, ci siamo detti. Camminavamo in fila indiana e vicino a noi c’erano i cadaveri, le carcasse di chi aveva messo il piede in un punto sbagliato. Siamo arrivati destinazione e io ero il più piccolo, sono diventato la garanzia del pagamento dei miei compagni di viaggio”.

Arrivato in Iran, il percorso verso il primo giorno di scuola è ancora lungo: “dovevo lavorare e riscattare il viaggio”. Per due anni e per 16 ore al giorno lavorava il marmo in una fabbrica della zona industriale di Isfahan. “Mandavo soldi alla mia famiglia, mio padre mi inviò una lettera e mi disse che l’unica cosa che gli importava era che io studiassi: l’ignoranza aveva fatto troppi danni anche nel nostro paese”, racconta. “Ma avevo due problemi, continuavo a non avere i documenti e in Iran c’era una legge non scritta: i rifugiati non potevano studiare”.

L’unica possibilità era la scuola islamica: “tramite un amico mi sono iscritto, ho potuto frequentare anche la scuola pubblica. Studiavo 9 mesi e gli altri tre lavoravo per mantenermi, mi sono diplomato in matematica e poi laureato in sociologia con una specializzazione in storia”.

Progetto RICO, l’inclusione abitativa per costruire il futuro

In Italia fa il mediatore culturale, l’unico mestiere che si avvicina di più ai suoi studi. Negli anni e nelle città che ha attraversato è stato “idraulico, meccanico, muratore, elettricista”. La carriera di Jawad è fatta di lavori manuali, senza mai perdere di vista mandato di suo padre: studiare.

E il master che lo ha portato a Roma è un nuovo tassello lungo un percorso di conoscenza cominciato più di 20 anni fa. “Senza questo aiuto non avrei potuto portare a termine i miei progetti. Siamo abituati a sopravvivere, ma c’è bisogno di uno spazio diverso per vivere e costruire il futuro“, dice Jawad.

I beneficiari del progetto RICO, famiglie ma anche singoli individui, erano vicinissimi all’autonomia, tutti con un lavoro più o meno stabile, e il progetto RICO gli ha permesso di fare quel passo che mancava: “Abbiamo fornito aiuti concreti, abbiamo ricoperto il ruolo di intermediari di affidabilità, ma siamo stati anche di supporto per decifrare un contratto, per fare l’attacco della luce, del gas. Spesso le informazioni sono formulate in un linguaggio insidioso anche per gli italiani. Gli abbiamo dato ospitalità negli alloggi messi a disposizione da parrocchie e congregazioni religiose e strumenti di economica domestica anche per la gestione futura dell’affitto”. Alla fine del progetto è nata anche una guida che riporta in modo chiaro tutte le informazioni necessarie per orientarsi.

La casa per un rifugiato “è la prima tappa”, dice Jawad. “Ma spesso la cosa più importante è anche la più complessa”. Soprattutto se arrivi da un altro paese e hai una famiglia: “Mi dicevano: no! Sei straniero! E poi le cose sono ancora più difficili quando c’è un minore perché sanno che non possono mandarti via”.

Dopo quattro mesi di tentativi, grazie al supporto di amici e alla garanzia di Centro Astalli e Caritas, per Jawad si sono aperte le porte di un appartamento in cui mettere radici con la sua famiglia, di “un posto per pensare al futuro”, fatto di un bambino da crescere e uno in arrivo, di studio, di lavoro.

Rosy D’Elia
(24 aprile 2019)

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