L’”invasione” che non c’è in un video girato da studenti romani

È Jean Hilaire Juru, 27 anni, ruandese di nascita, ma romano d’adozione, a interpretare tutti i ruoli del video “Vedo Nero”girato al termine del percorso di alternanza scuola – lavoro dagli alunni del liceo Ettore Majorana di Spinaceto,  nell’ambito del progetto scritto a due mani da lui e da Parisa Nazari dal titolo: “Un Griot italiano. Tentativi di colmare un vuoto narrativo  sulla diversità culturale”.

Il progetto ha partecipato con la partnership delle associazioni Ali Onlus, Alefba e Officina delle Culture,   al  laboratorio formativo “Art Clicks”, organizzato dal Maxxi e da ECCOM Idee per la Cultura, con il supporto della Stavros Niarchos  Foundation

Juru mentre presenta il progetto al Maxxi con Parisa Nazari

Juru 27 anni, capigliatura rasta e occhiali tondi di metallo da intellettuale, è  fuggito  dal Rwanda con i genitori, durante la rivoluzione, quando era ancora molto piccolo. Di fatto è un ruandese di seconda generazione tanto che parla  con una lieve inflessione romanesca, nonostante l’aspetto africano. In questi anni “italiani”, non ha perso tempo, studia Cooperazione Internazionale allo Sviluppo a La Sapienza, allo stesso tempo lavora in un centro commerciale, ma è anche appassionato di ballo e di musica hip hop. Juru, con la sua associazione Ali onlus, ha messo in piedi progetti artistici a sfondo sociale che coinvolgevano ragazzi di strada. Dopo l’esperienza da tutor volontario con i ragazzi del Majorana, forse farà anche lo sceneggiatore e il regista di cortometraggi

Dal Rwanda un percorso di integrazione

“Con i ragazzi – dice – è nato un rapporto di amicizia, anche se io sono più grande di loro di dieci anni. Nel progetto, che ho scritto per il laboratorio del Maxxi con Parisa Nazari, volevamo stimolare nei ragazzi più giovani lo sviluppo di un pensiero critico, privo di pregiudizi, attraverso la conoscenza più approfondita delle diversità culturali. Per fare questo abbiamo utilizzato la musica  e la cultura hip hop che negli anni ’70 ha creato, partendo dal Bronx, il fenomeno dei Block Party, le feste di strada. In quelle occasioni le gang degli afroamericani e dei latinoamericani annullavano le distanze tra di loro, cantando,  suonando e ballando: ognuno libero di  esprimere la propria identità. Parallelamente i ragazzi hanno seguito un corso di video making che li ha portati al termine del percorso a girare il video che abbiamo proiettato al Maxxi”.

L’hip hop come base di partenza per comunicare

“E’ stata un’esperienza che ci ha davvero arricchito – gli fa eco la coautrice, Parisa Nazari – è stato bello scoprire come il giudizio che definisce i giovani superficiali sia soltanto uno stereotipo, un pregiudizio, come quello che colpisce spesso chi viene da altre culture. Mentre verificavamo che l’interesse e l’atteggiamento dei ragazzi cambiava, durante le diverse fasi del progetto, non abbiamo arginato le loro discussioni, ma li abbiamo indirizzati verso l’obiettivo finale che era quello di acquistare un senso critico per poter analizzare i fatti prima di prendere posizione”.

L’appuntamento al Maxxi

Da qui l’analisi del vuoto narrativo che contraddistingue i nostri tempi: quante parole sbagliate vengono usate tutti i giorni soltanto in base a pregiudizi o a ignoranza su come stanno veramente le cose? Attorno alla parola “invasione”, tra i tanti stereotipi che portano a considerare l’altro, il diverso, come strano, ostile, pericoloso è nata la sceneggiatura di “Vedo Nero” il video “confezionato” dai ragazzi e prodotto da Black Reality che ha anche svolto il corso di videomaking nel periodo di alternanza scuola – lavoro. Al “nero” Juru i ragazzi hanno deciso di affidare tutte le parti da interpretare, proprio per prendersi  gioco delle paure irrazionali della gente che, sentendosi circondata,  “vede nero” dappertutto.

I dati

In realtà i numeri – secondo l’ultimo Rapporto Immigrazione redatto da Caritas e Fondazione Migrantes insieme, dicono il contrario. L’Italia, con 5.144.440 immigrati regolarmente residenti sul proprio territorio, 8,5% della popolazione totale residente in Italia, si colloca al 5° posto in Europa e all’11° nel mondo per la presenza di stranieri. Se si restringe il mirino solo agli extraeuropei, la presenza scende a 4 milioni, cioè  il 6,7 per cento della popolazione residente che, secondo gli ultimi dati Istat,  è di 60 milioni 494 mila persone.  Sono numeri molto più contenuti rispetto alla media dell’Europa occidentale, e che suggeriscono una realtà molto diversa da una “invasione”: gli stranieri di origine extra-europea compongono il 9,9 per cento della popolazione austriaca, l’8,5 per cento di quella francese, l’11,6 per cento di quella svedese, e così via. Per quanto riguarda la stima sulle presenze degli irregolari, la cifra si aggira – secondo i calcoli dell’Ispi – intorno ai 600 mila, molti dei quali diventati irregolari a seguito delle nuove norme restrittive del decreto sicurezza.

L’uomo col megafono di George Saunders

Riferimento letterario  del video prodotto dai ragazzi del Majorana con la supervisione dei due tutor Juru Ilaire Juru e Parisa Nazari, il racconto “L’uomo col megafono” di George Saunders che, puntando i riflettori sulla povertà della narrazione mediatica che ci bombarda ogni giorno, invita i lettori ad approfondire dogmi scontati, a mettere in discussione notizie imprecise, a ricercare la verità dietro qualsiasi banalissimo dato, passato come informazione.  “Le rappresentazioni del mondo – scrive Saunders – non sono mai il mondo vero e proprio. Abbassiamo il volume del megafono e insistiamo affinché diffonda messaggi quanto più precisi, intelligenti e umani.” 

“Vedo Nero”

Il corto prende avvio da una news che appare sui cellulari di alcuni dei ragazzi: “gli immigrati neri sono sempre di più, sono dappertutto e ci rubano le case e il lavoro. Si tratta di una vera e propria “invasione”da respingere”. I ragazzi ne parlano tra loro nel cortile della scuola, c’è chi è convinto che la news sia autentica, chi no. Daniele tende a non dargli peso:”mio padre – dice – il lavoro, veramente, ancora ce l’ha”.

Ma poi succedono fatti strani: quando i ragazzi vanno a bere qualcosa  al bar,  al banco trovano un barista nero (Juru) che gentilmente chiede loro cosa vogliono bere,  il professore che entra per fare la sua lezione di scienze è nero , così come la professoressa di inglese che altri non è che Juru con una parrucca bionda e la gonna, da cui spuntano le lunghe gambe nere, in una performance davvero esilarante.  Daniele e i suoi compagni sono sempre più sconcertati, si guardano esterrefatti: ma allora è vero? Ci hanno “invaso”? Con questo interrogativo che lo preoccupa, ancora in testa,  Daniele vede la macchina di suo padre che arriva a prenderlo, sale ma anche suo padre è NERO!

Uno dei ragazzi al montaggio con Juru

 Al termine della proiezione, presentata nell’ambito della conferenza “Art Clicks. Prove di intercultura”  che si è svolta nei giorni scorsi al Maxxi,  Daniele, diciotto anni tra qualche giorno, e i suoi compagni in prevalenza maschi, soltanto tre su quindici le femmine: Maria Chiara, Giulia e Ilaria, raccontano della novità, del divertimento, ma anche della crescita della consapevolezza sul fenomeno immigrazione che hanno accompagnato i mesi trascorsi insieme ai loro tutor da novembre ad aprile.

Il gruppo dei ragazzi del liceo Majorana al gran completo con il loro “tutor”

“A scuola non avevamo mai approfondito la tematica dell’immigrazione. Ognuno di noi sentiva le notizie in tv o i commenti in casa, ma non avevamo un’idea precisa in proposito – dice Daniele – ora invece ci siamo chiariti le idee e abbiamo capito che non si deve cadere nelle trappole delle fake news”. “Juru e Parisa non si sono posti come insegnanti nei nostri confronti – aggiunge un altro ragazzo –  ma invece ci sono stati ad ascoltare, hanno cercato di capire quali fossero i nostri interessi e come avremmo potuto comunicare, siamo stati liberi di esprimerci e di discutere tra di noi”. “Avevamo seguito altri periodi di alternanza scuola – lavoro – aggiunge Giulia – ma alla fine erano stati una perdita di tempo, invece in questo caso abbiamo in mano il “prodotto finale”: il video. Alcuni di noi hanno scritto la sceneggiatura, altri hanno pensato al montaggio, in questo lavoro oltre ad imparare tecniche che non conoscevamo,  si è aperta la nostra mente”.

Francesca Cusumano
(21 maggio 2019)

 

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