Calcio femminile: lo stato delle normative nel mondo

Dopo aver visto l’inadeguatezza delle normative italiane sul calcio femminile (e altri sport), ferme a quasi quarant’anni fa, vediamo come il movimento si stia evolvendo in altri Paesi.

La giustiziera Olanda

Nonostante l’Olanda sia una delle squadre migliori del panorama europeo, campione continentale in carica e giustiziera delle azzurre ai quarti di finale dei mondiali, il campionato è solo al diciassettesimo posto nella graduatoria stilata dall’UEFA. La sua costituzione è recentissima, risale appena al 2007 – non che prima non si giocasse, ma l’organizzazione è diventata professionale. Solo otto le partecipanti, contro le diciotto della lega maschile. Per qualche anno, tra il 2012 e il 2015, si cerca anche di unire le forze con i vicini del Belgio, ma l’esperimento naufraga in poco tempo.

Oltremanica

L’Inghilterra conta invece nove squadre nel campionato. Nonostante la federazione conceda alle società di appartenenza licenze professionistiche o semiprofessionistiche per le serie inferiori, l’88% delle calciatrici guadagna meno di 18 mila sterline l’anno (circa 20 mila euro). Che poi è la costante, indipendentemente da quanto il Paese sia a livello legislativo e culturale più avanzato o da quanto la Nazionale sia forte.

I cugini d’Oltralpe

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Riconoscimenti alle calciatrici statunitensi

La Francia, che è ai vertici delle classifiche UEFA, ha una tradizione molto più lunga. Il calcio viene vietato alle donne nel 1932 e rimane praticamente tale fino alla metà degli anni ’70, quando la federazione nazionale se ne ricorda l’esistenza. Per una trentina d’anni, solito copione, resta tutto dilettantistico, il salto al professionismo è datato 2009. Non un grande salto però, solo qualche calciatrice come la pallone d’oro Ada Herberger, quella che ha boicottato i mondiali, percepisce ingaggi di livello di una squadra maschile di metà classifica.

Del resto le cifre che girano intorno ai diritti TV lasciano capire la sproporzione. Canal+, l’emittente a pagamento che trasmette le partite, spende circa un milione per l’esclusiva femminile, tre zeri in più (un miliardo o quasi) per i maschi. E non che la Ligue1 sia questo gioiello, eccezion fatta per il Paris Saint-Germain che però, stringi stringi, domina in casa ma in Europa non ha mai entusiasmato.

Stati Uniti

Fuori dall’Europa, che in generale resta il continente più equilibrato, la migliore situazione è vissuta negli Stati Uniti. Qui più che una crescita lenta ma costante c’è stata una rapida battaglia, come per gli altri diritti, troppi, che quel Paese autoproclamatosi faro di democrazia non ha sempre garantito a tutti. Nel 1972, mentre nel Vecchio Mondo si organizzavano timidamente le prime squadre dilettantesche, Nixon fa quasi inconsapevolmente cadere le discriminazioni di genere in qualsiasi sport promosso dal settore pubblico. La proposta infatti non è del presidente – e la cosa non stupisce – ma della parlamentare democratica Edith Green, che anzi per evitare l’ostracismo governativo non pubblicizza e non dà nemmeno un titolo esplicito alla sua legge, affinché la discussione vada in sordina.

Grazie a un mimetismo degno dei migliori fenomeni del regno animale, negli anni Ottanta c’è un’esplosione di partecipazione femminile ai vari sport e la terra di zio Sam è forse l’unico posto dove il seguito e gli introiti del calcio femminile superano quelli dei colleghi maschi. Nell’ultimo triennio, 50,8 milioni di dollari contro 49,9. Punto di svolta per il soccer sono i mondiali di casa nel 1999, cinque anni dopo il nefasto rigore di Baggio. Quasi 80 mila persone si recano allo stadio per l’esordio contro la Danimarca, in 90 mila vanno a vedere la finale contro la Cina.

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Nazionale brasiliana di calcio femminile

Cina e Brasile

La Cina nel 1999 ottiene il suo miglior risultato ai mondiali. Il governo asiatico ha ciclicamente investito nello sport, con soddisfazioni soprattutto nei tornei continentali. Viene rilanciato anche il campionato nazionale, che però conta solo otto squadre. Come se non bastasse, in una decina d’anni si congelano le retrocessioni e le promozioni tra categorie, perché non si trovavano più giocatrici in modo da aumentare la partecipazione. Nel 2015 si rinvigorisce il movimento, con nuovi contratti di abbigliamento e diritti TV, che spingono anche giocatrici straniere a tentare l’avventura in Oriente. Il piano statale prevede inoltre migliaia di nuove scuole calcio.

Il Brasile è un altro caso singolare. Da quest’anno è stato imposto alle società di prima divisione di aprire una sezione femminile. Alcune già avevano una squadra da diversi anni, ma altre si sono trovate in difficoltà con il reclutamento. Sembra paradossale in quello che è il Paese dove il calcio vive la dimensione più particolare. Un gioco sì, e viene dimostrato sempre in campo, dove per tradizione l’aspetto ludico deve in qualche modo prevalere sui tatticismi. Ma anche una cosa molto, molto seria.

Gabriele Santoro
(17luglio2019)

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