Ismaila Mbaye musica del Senegal a “Ti porto con me”

Ti porto con me. Umanità nel Mondo. Arte, musica, storia e street food questo il titolo dell’evento a cura della Rete di associazioni per i diritti dei rifugiati e dei migranti, della quale fa parte anche l’associazione “Piuculture” e il nostro giornale. L’iniziativa, coordinata da Amnesty International, si svolge il 12 luglio, dalle 17.30 alle 23, nell’ambito della rassegna “Letture d’Estate nei Giardini di Castel S.Angelo”.

Protagonista del contributo di  “Piuculture” sarà Ismaila Mbaye,  considerato uno dei maggiori percussionisti africani presenti nel panorama europeo. Ismaila e Piuculture hanno lavorato in parallelo nella scuola pubblica Falcone Borsellino del Municipio II: Piuculture per supportare gli alunni stranieri nell’apprendimento della lingua italiana e Ismaila Mbaye ha tenuto un laboratorio per i bambini insegnando loro il canto “AIWA” accompagnato da danze.

Ismaila in una foto di scena

Da lontano 2001, quando arrivò in Italia, sono passati 17 anni e lui che dice di essere “nato col djambe, tamburo, intorno al collo, invece del cordone ombelicale”, non si è mai fermato. Ha fatto dell’amore per la sua terra l’isola di Gorèe, in Senegal, dichiarata patrimonio Unesco, la sua missione. Gorèe è famosa soprattutto per aver ospitato  fino al 1848 la “Maison des Esclaves”,  ovvero la Casa Degli Schiavi, dove gli africani venivano tenuti prigionieri, in attesa di essere venduti. Oggi quella casa è un museo dove ci si trova di fronte alla porta del non ritorno” che si apre sull’Oceano Atlantico, e che ai tempi, conduceva gli schiavi africani direttamente a bordo delle navi per essere poi trasportati in America, senza avere più la possibilità di fare ritorno in patria.

Gli “schiavi” dei nostri tempi

L’ingresso della “Maison des Esclaves”, nelle due scale venivano esposti gli schiavi da vendere

In questi giorni con la reiterata e perdurante chiusura e ostilità della politica europea, anche di quella italiana che parla di erigere muri contro il fenomeno dell’immigrazione e con i racconti di barbarie che sentiamo accadere di continuo nei campi di concentramento libici , sembra quasi che si stia tornando indietro a quei tempi. Non la preoccupa questo cambiamento di clima rispetto agli anni in cui lei è arrivato nel nostro paese?

“Non credo che sia di grande importanza lo sbarco di 40 persone dalla nave Seawatch, è giusto che quelle persone siano sbarcate perchè non potevano restare in mezzo al mare per sempre, ma il fatto è che si continua a non affrontare il nocciolo del problema.

Ismaila, turista, nella sua città di elezione, Roma, San Pietro

Gli africani sono stati colonizzati per 400 anni e  ancora oggi non si sentono e non sono liberi. Non abbiamo la possibilità di uscire liberamente da casa nostra, di chiedere e ricevere  semplicemente un visto come succede per qualsiasi cittadino di qualsiasi altro paese nel mondo.   Noi magari paghiamo per avere un visto che poi non arriva e perdiamo la possibilità di viaggiare normalmente con un aereo per metterci in salvo o per trovare un lavoro. Se vogliamo partire non ci resta che affidarci ai trafficanti del mare con tutti i rischi che questo viaggio comporta. Nessuno dei “fratelli” che questo viaggio lo ha compiuto e che ha avuto salva la vita, lo rifarebbe mai più, conoscendo l’inferno al quale si dovrebbe sottoporre per arrivare in Europa”.

Eppure gli sbarchi sono giornalieri e quelli che arrivano alla spicciolata, senza fare rumore, perché a trasportarli non è una nave di una Ong, si perdono nel nulla, andando incontro a una sorte a volte molto triste . Com’è possibile che questo ancora non scoraggi la sua gente?

Un fotogramma di Redemption Song

“Proprio su queste tematiche la regista Cristina Mantis ha girato un docufilm “Redemption Song”,! finanziato dal Fondo Africa, che ha preso il titolo dal famosissimo brano di Bob Marley, che ha ricevuto moltissimi riconoscimenti in Italia  ed è stato proiettato nelle scuole e nei villaggi del Senegal. Io ho scritto la musica e ho partecipato alle riprese. Il nostro intento era quello di comunicare ai giovani africani che non è oro tutto quello che luccica, che devono unirsi e lottare per i propri diritti e mantenere vive le loro origini africane. Un po’ quello che ho fatto io in tutta la mia vita.”

La locandina del docufilm

Nel documentario Cissoko, il protagonista africano sbarcato a Lampedusa, si trova a toccare con mano le condizioni di vita drammaticamente vicine alla schiavitù di quanti  prima di lui sono fuggiti verso l’Europa con il miraggio di una vita migliore. La voglia di contribuire al risveglio della sua gente spinge Cissoko a documentare lo squallore e la povertà nelle quali vive la propria gente per dimostrare con le immagini come stanno veramente le cose.

Sono stati ottenuti risultati concreti dopo la proiezione? Qualcuno di quelli che volevano partire ha rinunciato?

“E’ difficile che chi scappa da una guerra o chi ha bisogno di migliorare la propria vita e quella della propria famiglia, si lasci convincere a non tentare la “fortuna”. Sono molti quelli che una volta arrivati in Italia o in un paese europeo, si vergognano di ammettere che vivono in 10 in una stanza, che non hanno lavoro e che vorrebbero, magari, tornare indietro. A casa inviano fotografie dove sono sorridenti sullo sfondo di un bel panorama, per tranquillizzare amici e genitori e assicurare di avercela fatta. Ma il problema non si risolve soltanto invitandoli a non partire: ognuno dovrebbe essere libero di potersi muovere, di poter scegliere dove vivere, rispettando, naturalmente, le regole e le leggi del paese che ti accoglie. Questo succede a tanti ragazzi italiani che il lavoro in Italia non lo trovano e vanno all’estero. Perché questo diritto agli africani viene negato?

Genti del Senegal

La propaganda mediatica e governativa sull’invasione da parte dei “neri” nel nostro paese, ha aggravato la situazione. La gente si sente minacciata a casa propria dalla presenza della “mafia nigeriana”…

 “La paura del diverso si deve proprio  alla cattiva informazione che si legge sui giornali in Italia e si ascolta in tv. In base a questi “racconti” tutti gli africani sono poveri, gli ultimi della terra, profughi da tenere lontani. Non si parla dei tanti che rispettano la legge e che magari hanno creato del lavoro con la propria iniziativa. Certo, con le nuove norme è più difficile, molto più facile rischiare di diventare dei delinquenti perché non si ha più la possibilità di mettersi in regola, di trovare un lavoro per mantenersi.  In quanto alla mafia nigeriana, se esiste  è perché chi è responsabile del traffico di droga in Italia l’ha fatta “entrare”  e se ne serve”.

Donne musulmane alla proiezione del film

Il documentario al quale ha partecipato come co protagonista è un invito agli africani “a liberarsi delle catene mentali, a ritrovare un respiro pacifico comune e a riappropriarsi – ha detto la Mantis – della propria terra diminuendo il fenomeno migratorio che troppo spesso diviene sinonimo di nuova schiavitù”. E’ seguendo questa strada che si potrà  davvero trovare una soluzione in futuro?

  “Il mio monito è sempre stato lo stesso: noi dobbiamo far scoprire al mondo le cose belle dell’Africa, la nostra musica, che è un linguaggio universale che supera qualsiasi barriera e unisce le culture. Pensi che con il mio gruppo composto da musicisti del Burkina Faso, del Senegal, del Mali e del Sud Sudan siamo riusciti a far suonare con noi una classe di bambini autistici…. Allo stesso tempo la soluzione per il futuro è che i leader europei contribuiscano a fermare, invece di alimentarle,  le guerre in Africa, gli abusi di potere e le violazioni dei diritti umani”.

Francesca Cusumano
(1 luglio 2019)

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