“Il Signore di Mogadiscio”, raccontare per sopravvivere

Dopo il drammatico naufragio del 3 ottobre 2013 Zakaria Mohamed Ali presenta il suo secondo documentario: “Il Signore di Mogadiscio”.

Eravamo 257 persone ma sulla barca siamo saliti soltanto in 127. Prima dell’imbarco la polizia libica ha iniziato a sparare e non tutti ce l’hanno fatta,” spiega Asad, che da un mese si trova al CIE, Centro di identificazione ed espulsione, di Lampedusa. Sekou, invece, è una delle vittime del 3 ottobre. “Quella sera la barca si è capovolta. In 523 persone siamo stati scaraventati in mare. Dopodiché, per la forza divina, ci siamo salvati in 155. Sono rimasti in mare 368 compagni miei,” conclude Sekou.

La prigione di Kufrah si trova nel deserto del Sahara”, racconta Diara. “I giornalisti e le organizzazioni umanitarie non possono visitarle e lì abbiamo avuto tanti problemi. Era un continuo maltrattamento, frustate, abusi. Veramente terribile. Trascorsi quattro mesi abbiamo telefonato a Padre Mussie, che si trovava in Italia e forse è stata una casualità ma poco tempo dopo abbiamo ricevuto una visita delle organizzazioni umanitarie e siamo riusciti a denunciare i nostri problemi e le nostre difficoltà.”

Asad, Sekou e Diara, nomi fittizi, sono tre dei tanti ragazzi che sono sbarcati a Lampedusa nel 2013. Le loro testimonianze, e non solo, sono state catturate dalla telecamera di Zakaria Mohamed Ali, giornalista e attivista somalo nato a Mogadiscio, ha prodotto il documentario dal titolo “Il signore di Mogadiscio”, perchè era proprio così che Zakaria era conosciuto da tutti a Lampedusa.

il_signore di Mogadiscio

 

“A 6 anni dalla tragedia del 3 ottobre, in cui hanno perso la vita 368 migranti dal Corno d’Africa, sento la necessità di condividere questo documentario per ricordare le vittime del mare e dare ascolto alle testimonianze delle persone che sono riuscite a raggiungere Lampedusa dopo la lunga prigionia in Libia. Oggi più che mai questo paese si conferma non essere un porto sicuro e non lo potrà essere almeno nel prossimo futuro,” spiega Zakaria.

Il giovane regista somalo, classe ‘86, è arrivato in Italia nell’agosto del 2008, dopo otto mesi di viaggio, dove ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato. Oggi, oltre a fare il regista, lavora come operatore traduttore e mediatore culturale in un centro di accoglienza per Minori Stranieri non Accompagnati.

L’idea del documentario c’era prima che succedesse la tragedia del 3 ottobre. Il mio obbiettivo era quello di ritornare a Lampedusa, il luogo che mi ha colto dieci anni fa dove pensavo di sentirmi a casa, e vedere com’era cambiata in tutto questo tempo. Purtroppo, dopo questa tragedia, il mio documentario ha subito un cambiamento e ho deciso di rimanere a Lampedusa un mese e incontrare i ragazzi sopravvissuti che si trovavano nel CIE dell’isola. Il mio obbiettivo non era quello di parlare della tragedia o dei loro arrivi ma di raccontare il vissuto, le loro storie, le loro situazioni, perché decidono di partire e rischiare la vita in questi viaggi?”

Attraverso “Il Signore di Mogadiscio”, il secondo documentario di Zakaria che è stato girato tra Roma e Lampedusa in collaborazione con l’Archivio delle Memorie Migranti, AMM, il regista denuncia le difficoltà e le violenze cui sono sottoposti i migranti prima dell’arrivo nelle coste italiane e si interroga su un sistema che si rivela di discriminazione più che di accoglienza.

Cosa vuol dire rischiare la vita? Qual è il primo pensiero di chi riesce a sopravvivere al viaggio? Cosa significa ritrovarsi in un Paese straniero non per vacanza, non per studio e non per divertimento ma per trovare una vita migliore, per costruirsi un futuro, per la ricerca di un senso?”, si chiede Zakaria nel suo documentario.

“Non è facile raccontare quelle esperienze. Ma testimoniare e far conoscere ciò che è stato, è l’unico modo per comunicare. Perché i muri interni e esterni della società sono sempre più numerosi. Questo film è dedicato alle persone intrappolate in Libia, alle vittime dei naufragi nel Mediterraneo e a tutti coloro che cercano una vita migliore,” conclude.

 

Per proiezioni e richieste speciali contattare l’Archivio delle Memorie Migranti.

Cristina Diaz
(20 novembre 2019)

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