Immigrati o migranti: quale termine usare e perché

“Ma come parla?! Le parole sono importanti!” tuonava nel 1989 in Palombella rossa Nanni Moretti, alias Michele Apicella, dopo aver assestato un sonoro ceffone in piena guancia alla giornalista che lo stava intervistando facendo ricorso a un florilegio di frasi fatte, luoghi comuni e inglesismi.
La Redazione Piuculture, dal canto suo, convinta della possibilità di non ricorrere necessariamente alla violenza fisica per esprimere l’esigenza di un utilizzo più corretto del linguaggio, intende proporre un tentativo di riflessione sul lessico che tutti i giorni utilizziamo per parlare di (im)migrazione.

immigrati o migranti
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Immigrati o migranti o clandestini: un dibattito annoso

La questione non è nuova. Anzi, tutt’altro. Nel corso di un’intervista televisiva del 2015 il leader della Lega Matteo Salvini, polemizzando contro l’esigenza di una nuova attenzione al linguaggio promossa dall’allora Presidente della Camera Laura Boldrini e difendendo la propria scelta di parlare di clandestini, si lanciò in un’affermazione che destò l’ironia dei social: “Il migrante è un gerundio!”. La frase, oltre a dimostrare la scarsa conoscenza della lingua italiana da parte di parte della classe dirigente del paese, segnala una certa tendenza, promossa soprattutto da alcune forze politiche ma diffusa più capillarmente nella società, alla spersonalizzazione e disumanizzazione di coloro che sfuggono da guerre, persecuzioni, crisi climatiche e povertà. Ancor prima di attribuire al termine la corretta categoria grammaticale, è bene ricordare che “il migrante” prima di tutto è un essere umano. Poi, in un secondo momento, sarebbe opportuno fermarsi un attimo a riflettere e chiedersi: cosa denotano effettivamente i vari termini che quotidianamente utilizziamo per parlare di questo fenomeno?

Quello che le parole ci dicono

Migrante: è senza dubbio il termine più neutro e inclusivo da utilizzare. L’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni (OIM) definisce in questo modo “chiunque si sposti o si sia spostato oltre un confine nazionale o all’interno di uno Stato, allontanandosi dal proprio luogo di residenza abituale, indipendentemente dallo status giuridico della persona stessa, ovvero dal fatto che tale spostamento sia volontario o involontario e dalla durata dello stesso”.
Il termine – che, ricordiamolo, è il participio presente del verbo “migrare” – è adatto a denotare qualsiasi persona si trovi a vivere in un territorio diverso da quello di nascita e il suo utilizzo consente di:

  • abolire una prospettiva eurocentrica e italocentrica, perché non dà informazioni sul percorso compiuto dalla persona di cui stiamo parlando (è emigrato? è immigrato?);
  • evitare di attribuire ad una persona uno status giuridico errato, legato al possesso o meno di titoli di soggiorno di cui non si è a conoscenza.

 

Migrante è un termine utilizzato ormai da anni dalla comunità internazionale, ma non fa riferimento ad alcuno status giuridico preciso.  In una delle FAQ pubblicate nel 2016, tuttavia, l’UNHCR segnala il rischio che un uso troppo esteso del termine possa oscurare la specificità rappresentata dalla categoria dei rifugiati. Nello specifico si legge: “usare indistintamente i termini ‘rifugiati’ e ‘migranti’ può compromettere il sostegno pubblico a favore dei rifugiati e l’istituzione dell’asilo, in tempi in cui, più che mai, i rifugiati hanno bisogno di tutela”. La soluzione più adatta quando non si vogliono fare distinzioni di status giuridico è quella di parlare congiuntamente di “rifugiati e migranti”.

Immigrato: sebbene utilizzato a detta di molti senza una particolare accezione negativa, ad una banale analisi etimologica si palesa meno neutrale di quanto possa apparire. Participio passato del verbo immigrare, composto dal prefisso “in-“ e “migrare”, contiene in sé l’idea di uno spostamento verso un luogo. Il termine svela così la sua prospettiva tutt’altro che neutrale: nel linguaggio comune “immigrato” è colui che si sposta o si è spostato verso il nostro paese, spesso addirittura invadendolo, senza essere stato invitato. Il vocabolario Treccani dà del termine una definizione estremamente generica: “Che, o chi, si è trasferito in un altro paese”. A rigor di logica, per esempio, un giornalista americano potrebbe definire in questo modo anche le migliaia di giovani italiani iperqualificati che lasciano il paese alla volta degli USA in cerca di condizioni lavorative migliori, i cosiddetti “cervelli in fuga”. Perché questo non avviene? Per il semplice motivo che in Italia come nel resto dell’Occidente il termine “immigrato” sottintende quasi sempre l’aggettivo “irregolare”, la qualifica di povero, incolto, tendenzialmente delinquente e, infine, generalmente musulmano di religione e africano per provenienza geografica.

Quando il migrante non ha i documenti in regola

Migrante irregolare: è il termine più corretto per definire coloro che si sono stabiliti o transitano in un paese straniero senza il possesso di documenti in regola o con documenti scaduti. È bene ricordare che l’irregolarità non è una condizione congenita, ma è legata alla contingenza di norme relative al diritto d’asilo, soggette ad ampliamenti e restrizioni attraverso decisioni in buona parte di natura politica.

Clandestino: è il termine spregiativo per definire i migranti irregolari. L’Associazione Carta di Roma combatte da anni una battaglia per denunciare l’uso di questo termine, utilizzato spesso nei titoli sensazionalistici dei giornali nostrani (nel 2018 è comparso ben 129 volte sulle prime pagine). Il termine, che etimologicamente fa riferimento alla sfera semantica della segretezza e dell’oscurità, per estensione ha assunto l’accezione di “illegale”. Clandestino, inoltre, non è un termine giuridico e parlare genericamente di “clandestini” significa ritenere che tutti i migranti presenti in Italia, in virtù di un non ben specificato nesso con pigmentazione cutanea, religione o provenienza geografica, siano necessariamente irregolari.

I limiti del mondo

In questi anni confusi, in cui cancel culture e utilizzo spregiudicato del linguaggio (quando non direttamente hate speech) convivono schizofrenicamente, è utile richiamare una sentenza molto calzante del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein: “i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo”. Una frase che ben rappresenta la situazione dell’Italia di oggi, il quarto paese europeo per presenza di stranieri, che rifiuta sprezzantemente e tenacemente la sua reale condizione di paese di immigrazione anche attraverso l’utilizzo di un linguaggio vecchio e poco attento ad un contesto sempre più vivace e multietnico. Ma forse una delle sfide decisive di oggi è proprio questa: allargare i confini del nostro mondo partendo dal linguaggio con cui lo raccontiamo.

Silvia Proietti
(09 novembre 2021)

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