A day for everything, un documentario ancora in fase di lavorazione, è dedicato ad un anno di vita di Hamadi, il giovane dj nato in un sobborgo di Dar es Salaam e diventato famoso nei club e nei festival più importanti del mondo, dove porta i ritmi elettronici della musica singeli direttamente dalle strade della Tanzania. A day for everything non è però solo un documentario sulla musica, ma anche un’occasione per riflettere sulle dinamiche sociali, politiche ed economiche che vivono i giovani del Sud del mondo, una generazione in cerca di futuro che si scontra con il diritto alla mobilità, negato a chi nasce nella parte sbagliata del mondo. Ma è anche una riflessione sulla globalizzazione e sui sogni dei giovani, connessi ad un altrove che difficilmente potranno raggiungere. Sullo sfondo la Tanzania in rapido cambiamento, con la massiccia presenza cinese e le nuove forme di colonialismo, lo sfruttamento delle risorse e anche le nostre stesse idee preconcette sull’Africa e gli africani, legate a narrazioni sovente sbagliate.
Tre storie di giovani che scorrono in parallelo, e la musica singeli in sottofondo.
La musica singeli da cui tutto ha inizio
Nata a metà del 2000 nei sobborghi popolari di Dar es Salaam, la musica singeli è un tipo di elettronica dal ritmo velocissimo molto popolare non solo tra i giovani, che ha superato la scena underground tanto da essere suonata anche ai matrimoni e ad altri eventi più formali. Nasce in strada ed è realizzata con mezzi molto modesti, perché bastano una tastiera bluetooth collegata ad un software a più canali e grandi casse per il suono e le feste si trasformano in giganteschi rave party, dove la gente balla a ritmi indiavolati.
“L’idea di questo documentario nasce proprio dalla scoperta di questa realtà, durante un viaggio in Tanzania dov’ero andato per filmare altro”, racconta Marcello Orlando, regista del documentario insieme a Gian Luca Catalfamo. “Siamo entrambi interessati a conoscere scene musicali alternative, ma ci siamo accorti presto che legate al fenomeno musicale che volevamo esplorare emergevano altre tematiche, come per esempio i privilegi legati alla mobilità, le diseguaglianze sociali e lo sfruttamento del Sud del mondo”.
Il passaporto che apre porte: Dj Travella
Dj Travella è il nome d’arte scelto da Hamadi, il protagonista principale del film, dove “travella” è la storpiatura di “traveller”, l’appellativo che i britannici danno ai gipsy, e Hamadi viaggia moltissimo.
Appena ventiquattrenne, è diventato una delle voci più sorprendenti dell’elettronica globale, conquistando artisti del calibro di Arca e Björk. “Ha iniziato a soli 15 anni con una vecchia tastiera da allora ha rivoluzionato la singeli. È diventato famoso dopo aver suonato a Nyege Nyege, un grande festival di musica elettronica in Uganda, che con la sua etichetta ha permesso a Hamadi di partecipare ad una boiler room a Barcellona da cui poi ha spiccato il volo”.
Da Berlino a Jakarta, da San Paolo a New York, con toccate e fughe, Dj Travella riempie i club e riesce a guadagnare con un paio di serate l’equivalente del reddito annuo del suo Paese, suscitando tra i suoi coetanei invidia ed emulazione.
“Lo abbiamo seguito a Glasgow, a Londra, in Italia ha suonato a Napoli, Roma e Bologna. Da notare che è anche molto richiesto dalla scena queer internazionale, quando la Tanzania è uno dei paesi più restrittivi in fatto di omosessualità, dove la pena minima è di vent’anni”.
Moody: senza passaporto e prigioniero del mare
Ci sono altre due storie che si intrecciano a quelle di Hamadi, una è quella di Moody, che invece non ha mai lasciato l’isola dov’è cresciuto. Anche lui ha la singeli nel sangue, lavora in un piccolo villaggio turistico frequentato da occidentali, guadagna meno di 1000 dollari all’anno e sogna di aprire un monay transfert e, come tanti giovani, di partire.
Ha sogni semplici, che non dipendono necessariamente dalla mancanza di fantasia o di ambizione ma da un senso di realtà che ha confini molto più piccoli quando possedere un passaporto è quasi impossibile e serve praticamente un visto per ogni destinazione. Circondato dallo stesso mare che ha portato via suo padre pescatore e che lui non riesce ad attraversare, e non solo per la paura di nuotare.
Yin: la Cina in Tanzania
La terza storia del film è invece legata alla Cina. È il Paese che più investe in Africa: in cambio dello sfruttamento delle risorse naturali e delle terre rare, i cinesi si impegnano a costruire strade ed infrastrutture, che servono ai trasporti e alla logistica di cui per primi beneficiano ma che contribuiscono allo sviluppo dei Paesi. Viene definito soft power, di fatto una nuova formula di neo colonialismo, apprezzato sia dai Governi che dalla popolazione in quanto generatore di denaro, progresso e lavoro.
“È strano vedere così tanti cinesi per le strade di Dar es Salaam. Molti sono insegnanti, soprattutto donne, che si considerano quasi dei missionari perché, insegnando il cinese, pensano di facilitare i contatti tra la popolazione locale e le industrie cinesi attive sul territorio. Yin, la terza protagonista del film, è una di loro”.
La Cina si è già sostituita all’Europa nei pensieri di chi sogna di partire e questo racconta uno dei pregiudizi più comuni: “pensare che gli africani vogliano tutti venire in Europa, mentre stanno ragionando su altre realtà, e la Cina è una di quelle”.
La Tanzania è uno dei Paesi, in Africa, con i più alti tassi di crescita economica, possiede risorse naturali, potenzialità turistiche e divide insieme a Kenya ed Uganda l’accesso al Lago Vittoria, la più grande superficie di acqua dolce del Continente, dove l’ecosistema e le economie locali sono minacciate dalla pesca intensiva del persico del Nilo, che non genera solo denaro e posti di lavoro ma anche droga, prostituzione e traffici illeciti. “Il pesce viene lavorato, congelato e trasportato all’estero con gli aerei, rimangono solo le carcasse delle teste dei pesci, uno scenario desolante”.
Crowdfunding per A day for everything
Ozono Studio ha lanciato una campagna di Crowdfunding per completare il documentario. Fondato nel 2023 come realtà audiovisiva indipendente, è un collettivo di giovani filmmaker che si dedicano alla realizzazione di documentari d’autore, film di finzione e video musicali a cui vengono date importanza tematiche legate all’ identità, alla marginalità, alla resistenza cultuale e alla memoria storica.
“Abbiamo completato quasi tutte le riprese in Tanzania e in Europa ma dobbiamo ancora girare in Cina e negli Stati Uniti. Avevamo iniziato il documentario a Glasgow, proprio mentre Trump vinceva le elezioni e vogliamo concluderlo dopo un anno a New York”.
Il titolo del documentario nasce, ricorda il regista, da una frase pronunciata da Moody davanti alla telecamera che, raccontando la sua vita, i sogni e le difficoltà, pensa comunque che anche per lui possa esserci, un giorno, la possibilità di farcela: a day for everything.
Natascia Kelly Accatino
(17/08/2025)
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