L’odissea di Zahra inizia dalla nascita. I genitori di Zahra erano fuggiti dall’Afghanistan, dilaniato dalla guerra civile, negli anni ‘90. L’Iran confina con l’Afghanistan, si parla una lingua che ha le stesse radici di quella afgana e si pratica la stessa religione. Essere simili, però, non evita ai rifugiati afgani sofferenze e ostacoli.
A partire dagli anni ’90, si calcola che l’Iran abbia accolto dai 4 ai 6 milioni di profughi afgani, circa il 10% della popolazione dell’Afghanistan. Forse più, non ci sono dati che diano conto di quante cittadinanze siano state concesse ai profughi afgani, moltissimi sfuggono alle statistiche
Zahra nasce in Iran, lei e la sua famiglia vivono come profughi in Iran per trent’anni, “Ogni sei mesi, dovevamo rinnovare, pagando, il permesso di soggiorno”. dice Zahra, un permesso rinnovato per 60 volte!
I profughi afgani eterni stranieri in Iran
Il rinnovo non solo ha un costo ma, non essendo cittadini, i profughi devono pagare per frequentare la scuola, usufruire del servizio sanitario e non possono accedere all’Università. A Zahra piace studiare, nel suo Paese non sarebbe stato possibile, in Afghanistan il tasso di alfabetizzazione è fra i più bassi nel mondo, oltre la metà dei suoi abitanti è analfabeta, escludere le donne dalla scuola diventa un problema secondario. La speranza dei genitori di Zahra di far studiare i figli in Iran è però un miraggio, “Gli adulti non possono possedere nulla, anche per comprare una bicicletta” spiega Zahra, “anche se lavorano, devono avere l’avallo di un cittadino iraniano che resta comunque proprietario del bene acquistato”. Sono loro quelli da sempre destinati ai lavori più umili, sottopagati. “Siamo come schiavi” dice Zahra. Dopo 30 anni, i genitori di Zahra decidono di rientrare in Afghanistan.
Tornare in Afghanistan, le donne che non si salvano
Nell’agosto 2021, i talebani tornano a governare il Paese. Zahra riesce ad arrivare in Italia grazie ai percorsi umanitari, il resto della famiglia è spaccato, i fratelli sono ancora in Iran, i genitori e una sorella di 14 anni in Afghanistan. Un Paese dove donne e bambine, a seguito del terremoto del 31 agosto 2025 che ha registrato più di 2000 vittime, sono lasciate sotto le macerie, solo perché donne. Zahra parla con fatica della sua vita, il disagio trasuda da ogni parola che dice, “Sono stata molto male, ogni volta che racconto quello che è accaduto poi mi sento peggio, chi può capire cosa significa vedere uccidere le persone sotto i propri occhi? Veder picchiare una donna, essere costretta a fuggire sapendo che non potrò ritornare nel mio Paese?”.
Il progetto di vita di Zahra continua in Italia
In Italia, grazie all’associazione Nove, Zahra consegue un master in digital media design, si diploma, impara l’italiano. “Non ho studiato l’inglese, per vivere qui mi serve l’italiano” dice, in effetti parla un italiano fluente. Un anno fa chiede il ricongiungimento famigliare. L’attacco di Israele all’Iran a giugno 2025 mette fine alla speranza di rivedere i suoi, l’ambasciata italiana a Teheran chiude, il rilascio del visto annullato. “Non c’è un motivo vero” dice Zahra “ottenere il visto è difficile, io lavoro ma riesco a malapena a mantenermi in Italia, qui sono sola. In Afghanistan le donne non possono studiare, non possono fare nulla ma in Iran, per noi afgani, non era meglio”.
La storia di Dawood, il passato è la sua forza
Una storia vecchia, quindi, quella degli afgani che chiedono rifugio in Iran. Lo conferma Dawood che in Iran però è rimasto solo tre mesi. Dawood ha 44 anni, è cittadino italiano, ha un lavoro. In Iran ha ancora degli amici, “Ogni giorno che passa la situazione diventa più grave” racconta, “dopo la guerra contro Israele hanno accusato gli afgani di essere spie ed hanno iniziato le deportazioni forzate, carcere, violenze. Alcuni sono stati uccisi, hanno tolto i pochi diritti fondamentali che avevano, bloccato i conti bancari, rifiutato di vendergli il pane, di dare assistenza sanitaria”. In realtà, non c’è mai stato un futuro per gli afgani in Iran, “La vita è dura soprattutto per gli afgani, io ho preferito affrontare un viaggio che è durato undici mesi, attraverso l’Iran, la Turchia, la Grecia per arrivare in Italia”. Dawood è rimasto in contatto sia con la sua famiglia che è in Afghanistan, “Non ho cancellato il mio passato, il mio è la forza di oggi”.
I tagli USAID fra le cause della deportazione degli afgani
Se la ragione ufficiale addotta dal governo iraniano per le deportazioni di massa dei profughi afgani sono i presunti legami con i paesi nemici, Israele e USA, uno dei motivi principale restano i tagli ai fondi di USAID. Il taglio ha causato un vuoto sia nei programmi umanitari che in quelli di sviluppo nella regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) che sono fra le più colpite dalla globale crisi economica. Così, l’Afghanistan, un Paese tra le ultime posizioni mondiali in termini di PIL pro capite, con la metà della popolazione al di sotto della soglia di povertà, si trova a dover gestire per il solo 2025 il rientro di più di un milione di persone, dall’Iran ma anche dal Pakistan, altro Paese confinante. non ci sono limiti a rientri sicuri, ordinati e pacifici”, denuncia Roza Otunbayeva, rappresentante di UNAMA.
Uno spiraglio di luce, il Women Business Prize
In una realtà dove sembra che il tempo si sia fermato, uno spiraglio di luce: a luglio 2025 a Kabul si è tenuta la prima edizione del Women Business Prize, il premio nazionale ideato da Nove Caring Humans per sostenere l’imprenditoria femminile in Afghanistan. NOVE è la stessa associazione che ha aiutato Zahra e che, insieme ad altre organizzazioni, non ha mai smesso di occuparsi
dell’universo femminile afgano.
Così come resta la solidarietà di chi è riuscito ad emigrare come testimonia la storia di Zakia Jafari, “La mia voce dall’Afghanistan”: costretta ad abbandonare il suo Paese, Zakia, che di professione è infermiera, è arrivata in Italia nel 2021, racconta come non ha mai rinunciato a battersi a favore dei diritti delle donne afgane.
Livia Gorini
(18 settembre 2025)
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