Visionarie 2026, il cinema delle donne per le donne della Palestina

Visionarie, donne tra cinema, TV e racconto,l’evento ideato da Giuliana Aliberti, che lo ha definito un “atto politico e poetico” ha tagliato con successo il traguardo del settimo anno, il 30 e 31 gennaio le addette ai lavori si sono confrontate a Palazzo Merulana, per fare il punto sul ruolo femminile nel mondo dei media e della comunicazione.

Cinema delle donne come resistenza oltre il silenzio

Uno degli incontri più attesi, quello dedicato al “Cinema delle donne come resistenza oltre al silenzio” con riferimento al ruolo giocato dal cinema nella narrazione delle vicende palestinesi e al Gaza international festival for women’s cinema che si è tenuto fra le macerie di Gaza a fine Ottobre 2025. Ospite d’onore dell’evento S.E. Mona Abuamara l’ambasciatrice per la Palestina, che è stato anche il trait d’union per la consegna del premio “Karama” al regista Ezzaldeen Shalh, presidente del Gaza International Festival for Women’s Cinema, nonché del Festival del Cinema di Gerusalemme. Il festival delle donne, dice l’ambasciatrice “non ha voluto essere una provocazione ma una dichiarazione politica, perché il cinema attraversa muri che non potrebbero essere altrimenti oltrepassati”. L’ambasciatrice è consapevole che la cultura è una delle poche armi rimaste a disposizione del popolo palestinese. Le donne sono destinate da sempre ad essere le custodi della memoria non solo della propria famiglia ma di un intero popolo.

Ezzaldeen Shalh e il progetto Through their lenses

La consegna del premio Karama, “Dignità”, si aggiunge a tanti altri ricevuti da Ezzaldeen Shalh che raggiunge le presenti con un video messaggio. Ringrazia, seduto tra le macerie di Gaza, per l’onore che gli viene fatto, un uomo che ha dismesso gli abiti del regista famoso per indossare quelli di uomo segnato dal dolore che ha deciso di restare fra la sua gente. Ezzaldeen Shalh ricorda l’importanza del cinema e la potenza delle immagini, sarà lui a coordinare il progetto “Through Their Lenses”, promosso per l’Italia da AAMOD e di cui parla in sala la regista Milena Fiore. La regista, già coinvolta nel progetto del Festival delle Donne a Gaza, spiega come “Through their Lenses” sia un’opportunità e una sfida: lei insieme ad altre tecniche e registe italiane e britanniche saranno, per sei mesi, le trainers di venti giovani donne palestinesi. L’obiettietivo è quello di realizzare tre cortometraggi che documentino ciò che resta della Palestina, dei suoi figli ma anche la resilienza di un popolo, una testimonianza affinché il mondo non dimentichi.

Da Shooting Revolution a We are builders, la storia continua

Al tavolo c’è anche Monica Maurer, regista attivista, alla quale si deve il film documentario “Shooting Revolution”, la raccolta di suoi film e girati unica nel suo genere, dopo che l’IDF ha distrutto non solo ospedali e scuole ma anche i centri di cultura palestinese. Un documento storico che deve essere aggiornato e per cui la regista, insieme a Milena Fiore, pensa già un nuovo titolo “We are builders” da un frase a lei cara che richiama la capacità di resistenza e ricostruzione del popolo palestinese.

La potenza delle immagini e del racconto

Paola Cariddi che interviene come giornalista e studiosa della realtà palestinese e israeliana, riconosce la forza emotiva dell’impatto visivo e delle storie raccontate, cita per tutti il romanzo “Un dettaglio minore” di Adania Shibli.
È il racconto di quello che è accaduto ad una giovane donna beduina, violentata e sepolta nel deserto, nel 1949, un anno dopo la Nakba, e dell’ossessione di un’altra donna per quel dettaglio. Tutto è politico, la storia del dettaglio non è altro che la storia di quella che fu la Nakba.

I film che denunciano, la voce di Hind Rajab

Alle parole di Paola Cariddi, si riallaccia Benedetta Caponi, di I Wonder Picture, la casa produttrice del film “La voce di Hind Rajab”, un progetto nato dal confronto sull’opportunità di usare delle tracce audio, quelle che hanno registrato le voce di Hind Rajab. Ora, il dubbio è stato fugato, il film è arrivato nelle sale, è stato proiettato nelle scuole e visto da oltre 20000 studenti, quale altro documento avrebbe potuto avuto una maggiore forza comunicativa? Presentato al festival di Venezia 2025, il film ha ottenuto il Gran premio della giuria. E a proposito di cinema, di cineasti e attori Silvia Scola non esita a richiamare il dovere degli artisti a un impegno politico e sociale, quello che lei definisce “il dovere di esporsi” perché, dice “devi metterci la faccia”. Invece la maggior parte degli artisti presenti al Festival, ha fatto un passo indietro.

Najwa Najjar, amplificare la voce dei registi palestinesi

Memoria, coraggio, cinema e storia si fondono in Najwa Najjar, una giovane regista palestinese nata in Giordania, ha studiato negli Stati Uniti e deciso di vivere in Palestina, un di ritorno alle origini, la terra di sua madre ma anche di coraggio per scegliere di vivere una vita senza una rete di protezione. “Cosa possiamo fare di concreto?” le chiede Maurer. “Bisogna finanziare le iniziative degli artisti” risponde Najjar, “fare in modo che i film dei registi palestinesi siano ospitati nei festival di tutto il mondo, la loro voce deve essere amplificata”. Non solo, perché è importante che si conosca cosa accade ed è accaduto in Palestina ma anche perché, come concordano tutte le donne presenti, la cultura palestinese è profondamente radicata nel territorio e nel popolo ed è una scoperta che lascia stupiti. “Si può immaginare il cinema come arma,”dice Najjar.

Lettere dalla Palestina, un lavoro corale

Un impegno che peraltro fatica a ritrovarsi tra i giovani cineasti, lo ricorda Wilma Labate che, nel 2002. ha co-diretto insieme a Franco Angeli, Giuliana Berliguer, Maurizio Carrassi, Giulina Gamba, Roberto Giannarelli, Francesco Ranieri Martinotti, Francesco Maselli, Mario Monicelli, Ettore Scola e Fulvio Wetzl, il documentario  “Lettere dalla Palestina”. “Ci eravamo divisi le zone, chi a Ramallah chi a Gaza o Jenin” ricorda, “abbiamo lavorato tutti a titolo interamente gratuito, Monicelli veniva sempre con me perché, diceva, ero giovane”. I ricordi che si trasformano in immagini proiettate sullo schermo alle sue spalle, bambini belli e veri come solo i bambini sanno essere, fissano l’obiettivo e condensano la verità in poche parole, “ho avuto paura” “avevo visto uccidere un amico”, troppo presto. Poi, la voce che dal minareto invita forse alla fuga o alla preghiera. In ogni caso, ora ai film makers, ai giornalisti non è più permesso entrare. Le immagini sono l’arma a cui si riferisce Najjar. Per questo il progetto AAMOD è importante, potremo vedere ciò che accade solo “Attraverso le loro lenti”. Di coloro che sono rimasti o che sono tornati.

Livia Gorini
(2 febbraio 2026)

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