Con Parole sue è il titolo del filmato di 24 minuti, montato dagli operatori di CivicoZero e proiettato nell’incontro, tenutosi al Rome Scout Center il 19 marzo, a conclusione del progetto Polo Psi. Il progetto, sostenuto con i fondi dell’ 8 x1000 Soka Gakkai e dedicato a ragazzi che, a differenza della fascia di età solitamente presa in considerazione da Civico, hanno fino ai 25 anni di età. L’intento era di intercettare, tramite una serie di servizi,il disagio psico-sociale dei transitanti,nel corso dell’anno, nella sede dell’associazione.
Con Parole sue: uscire dalla dinamica delle categorie e dare spazio alla soggettività
“Nell’incontro Dentro le vite nascoste abbiamo parlato dell’importanza del racconto che noi facciamo della marginalità sociale, ma la marginalità raccoglie nel suo interno infinite soggettività. Ora ripartire dal titolo di questo incontro, Con parole sue, dove quel sue è stato volutamente usato al posto di loro, vuole dire osare, uscire dalla dinamica delle categorie, dalle nostre griglie metodologiche e dare spazio alla soggettività, porci come obiettivo quello di ragionare su quanto noi, nel nostro operato quotidiano, riusciamo a vedere la persona, non solo come portatore di bisogni ma anche in termini di racconto” spiega Rudy Mesaroli, direttore scientifico di CivicoZero. Esiste una voce che fatica a trovare spazio, che non rientra nei formati del racconto pubblico. “Come si costruisce uno spazio in cui questa voce possa emergere senza essere ridotta all’urgenza? e cosa cambierebbe, nel nostro lavoro, se riuscissimo ad ascoltare tutto? e se le persone si sentono legittimate a raccontarsi, in che modo lo fanno?” queste le domande che si sono poste, nel corso del progetto, Mesaroli e Dario Corallo, responsabile della comunicazione, ma che restano domande aperte, rivolte alla platea degli operatori sul campo presenti all’incontro.
Con parole sue: la voglia di esserci e di metterci la faccia
“Circa un anno e mezzo fa, un gruppo di ragazzi, a Civico, si sono messi intorno ad un tavolo, giocando a farsi domande “infami” cioè a cui è difficile dare risposta, domande che loro stessi non si erano mai poste. Sul loro futuro, sui loro desideri, sulle loro famiglie. Hanno creato in totale autonomia una lista di domande, proponendoci di organizzare poi un’attività di interviste. Loro hanno scelto come doveva essere il set, l’ambiente dove si svolgevano le interviste. Hanno voluto essere ripresi da vicino, seduti su una sedia, con la telecamera e la luce bianca del faro puntati in faccia” racconta Rudy, “Hanno rifiutato i nostri paradigmi metodologici che perseguono la informalità delle relazioni. Noi di Civico cerchiamo, anche nei colloqui, di far emergere le loro fragilità destrutturando il setting, cioè di farli parlare durante le attività ludiche, mentre siamo tutti in circolo. Loro invece hanno preteso di metterci la faccia e la loro identità, in tutta la sua crudezza e violenza, come per dirci che quello che vogliono raccontare di loro è così importante che merita di essere posto in rilievo, merita una sovrastruttura“ afferma ancora Rudy.
“Il filmato presentato è solo uno spaccato di più di 16 ore di interviste di 30 ragazzi. “Dopo le prime interviste si è creato un effetto domino: ragazzi che non frequentavano più la sede di Civico da anni, si sono presentati per farsi intervistare.” volevano avere la certezza che l’intervista venisse pubblicata sui Social, che il loro nome fosse scritto per intero, che il loro viso non fosse oscurato.
Con parole sue:” mi chiamo Said e la felicità non l’ho vista mai”
“ Alcuni di loro ci sfidavano, mettendo in atto un meccanismo tipico degli adolescenti. Said, ad esempio, ha cominciato dicendo “Vediamo se avete il coraggio di pubblicare quello che dico: Mi chiamo Said, il mio nome in arabo significa felicità, ma io la felicità non l’ho mai vista”– ed è rimasto sorpreso quando si è visto pubblicato integralmente racconta Dario. “Poi in questa dinamica se n’è instaurata un’altra: i ragazzi venivano a partecipare all’intervista dell’amico, è diventato un modo di dialogare tra di loro. Aggiunge Rudy, “Sono stati importanti i loro movimenti, i loro sguardi e i loro silenzi; ci sono interviste in cui il ragazzo è rimasto in silenzio anche per 15 minuti consecutivi.”
Le interviste: il viaggio, gli amici, la strada, l’integrazione, il lavoro, la famiglia, la paura del futuro, la felicità
Le domande, a cui i ragazzi hanno risposto, spaziano dalla loro esperienza del viaggio alle difficoltà incontrate in Italia; dal modo in cui affrontare la vita e la ricerca del lavoro all’importanza che assegnano all’amicizia, al pensiero della famiglia, alla strada dove fanno le loro esperienze. Mentre manca una domanda sull’amore e dei rapporti amorosi non parlano, si chiedono invece cosa sia la felicità..
Con Parole sue: l’importanza delle scelte linguistiche
“Molto interessanti sono le scelte linguistiche dei ragazzi, che svelano un’infinità di dettagli” fa notare Rudy “È più facile prendere la strada halal o quella haram?” è una delle domande dell’intervista, dove Halal è tutto ciò che è conforme ai dettami del Corano, tutto ciò che è legale, mentre Haram è tutto ciò che vi si discosta, ciò che è peccato. Così Mohamed, nella risposta, parlerà di halal come di una strada mentre di haram come di uno stradone, restituendoci implicitamente il suo pensiero di come sia più facile finirci dentro, piuttosto che percorrere la strada halal, della legalità.” E ancora “Perché a me? Perché io non posso avere le scarpe, Il cellulare o altre cose che voglio?” chiede Said “Io me le devo prendere con le buone o con le cattive”. E Rudy riflette “ Nella scelta linguistica di Said c’è una forma di auto legittimazione morale, che trascende la legalità. Una ricerca di dignità, di diritti universali di cui riappropriarsi”.
Il concetto del Tempo
“Cosa hai perso?” chiede l’operatrice “ho perso tante cose, ho perso tempo”.– Tema centrale di tutta l’intervista, il concetto del tempo, vissuto come attesa. “Il tempo è loro nemico” riflette Rudy “in periodi di festa o in agosto, le pratiche per i documenti impieghino più tempo ad essere rilasciati, per loro non è normale. Loro entrano in ansia. C’è un disallineamento tra il nostro tempo e il loro.”
“Il futuro mi fa paura, forse perché sono così piccolino” dice un ragazzo a telecamera spenta, “In questa sua confessione, si rivela la fragilità di questi ragazzi, la fatica di dover essere considerati adulti di botto, al raggiungimento del diciottesimo anno di età,
La vita attuale dei ragazzi
Cosa fanno ora questi ragazzi? “Alcuni hanno trovato lavoro, c’è chi fa il DJ e chi lavora in un hotel a quattro stelle, dei ragazzi stanno per sposarsi ed altri ragazzi sono finiti in carcere“ rivela Rudy “Said, che è uno di questi ultimi, cercava, un giorno, di spiegare ai genitori, scrivendogli una lettera, perché non è così facile fare soldi in Italia. Lo faceva partendo dal suo vissuto, che descriveva come un vissuto di alienazione, di annichilimento. Faceva riferimento alla sensazione che in molti hanno, di girare a vuoto, di essere persi nel mondo e di non trovare le leve da cui partire.” E Dario aggiunge “Noi siamo riusciti ad intercettare la voce più intima di questi trenta ragazzi, solo grazie a loro, alla loro volontà di raccontarsi .
Nadia Luminati
(25 marzo2026)
Leggi anche:
“Dentro le vite nascoste” dei ragazzi di CivicoZero
La condizione giuridica dei MSNA neomaggiorenni
Dall’indagine ai MSNA del laboratorio di Piuculture: quale futuro?
MSNA: bando di selezione borse di studio 2026-2028



