Madri israeliane e palestinesi per la Pace in Medio Oriente

  • Camminare a piedi nudi, barefooting, ha un profondo significato simbolico, rappresenta il ritorno alla natura ed è simbolo di libertà. Il 24 marzo, le donne di Women in the Sun, donne palestinesi, e Women Wage Peace, che riunisce donne israeliane, hanno camminato insieme per alcuni chilometri a piedi nudi, un tragitto breve ma di grande impatto mediatico, dall’Ara Pacis fino alla terrazza del Pincio.
    Molte le donne arrivate soprattutto dalla Francia e dagli Stati Uniti per supportare l’evento, durante il tragitto, altre donne si sono affiancate.

La soluzione attraverso il dialogo non è una speranza, è possibile

Orna, Leora e Yael vengono da Israele, sono arrivate a Roma pochi giorni fa, un viaggio non facile, i voli spesso sono  cancellati, hanno dovuto raggiungere gli aeroporti in Egitto o in Giordania, “Whatever it takes” dice Leora “dovevamo essere qui, per camminare insieme alle madri palestinesi”, e chiedere, insieme di trovare attraverso la parola e guardandosi l’un l’altra, una soluzione al conflitto in Medio Oriente.

Il ruolo delle donne nella soluzione dei conflitti

Orna, Leora e Yael , sono madri di figli, dai 24 agli 8 anni. Credono ancora ad una soluzione a due stati? “La nostra associazione non propone perché vuole trovare una soluzione insieme alle donne palestinesi” risponde Orna, “questa è una guerra che dura da troppo tempo e non c’è un orizzonte”. In Israele i ragazzi vengono educati fin da piccoli all’idea di entrare nell’esercito. “Sì, è naturale”, rispondono “Israele deve difendersi, ma ora non si tratta di una reazione o una difesa, questa non è più una guerra per difendersi, si deve trovare una soluzione diversa e la via è quella di fare sedere le donne della società civile intorno al tavolo e parlare, capire le esigenze dell’uno e dell’altro

Incontrarsi per conoscersi

Dal 2022, incontriamo le donne palestinesi e siamo d’accordo, non importa dove sarà il confine, se sarà uno o due Stati, ma dobbiamo smettere di combattere e parlare, la soluzione c’è”. “Quello che manca” sostiene Leora, “è un terzo elemento, la speranza, dobbiamo capire le esigenze delle une e delle altre, in Irlanda, in Colombia non sarebbe stato possibile ottenere la pacificazione senza la presenza delle donne al tavolo delle trattative”. Leora si riferisce alle fondatrici di Peace People e Northern Ireland Women’s Coalition e alle donne colombiane che si sono organizzate con successo nel movimento “La Ruta Pacifica de la Mujeres”.

La mancanza di un’informazione imparziale

Sembra che la maggioranza degli israeliani sia d’accordo con la guerra. “Non è così” dicono all’unisono, “Ogni giorno abbiamo sondaggi diversi, solo alcuni mesi fa, il 70% delle persone sosteneva l’idea di una soluzione originale per favorire la creazione di uno Stato palestinese”. La Palestina è una regione chiave per la stabilità in Medio Oriente, bisogna riportare la pace per avere stabilità. Questione di buon senso.

Andarsene significa perdere la speranza

Ma non ci sono solo loro alla “Camminata delle madri”, c’è Joanna, una giovane donna, arrivata ieri da Betlemme, “Non ho avuto difficoltà ad ottenere il permesso di venire in Italia” dice “Forse perché sono cristiana o perché ho vissuto a lungo all’estero, sono 14 anni che sono tornata a vivere a Betlemme”. E ora? Quali progetti ha? “Voglio andare via” dice Joanna senza tentennamenti, “nell’ultimo anno sono andate via 500 famiglie cristiane, i cristiani rappresentano solo l’1% della popolazione, prima erano un elemento di equilibrio, ora non più”.

Restare è un atto di resilienza e di compassione

C’è chi invece decide di restare a costo della vita, come la famiglia di Suor Abir, che si è unita alla Camminata con entusiasmo. Vive in Italia da 22 anni, nel convento di Pennabili. La sua esperienza di vita è lo specchio di quello che è successo in Libano dalla fine degli anni 60, in seguito al primo intervento armato di Israele nel sud del Libano. I suoi fratelli e sorelle però sono rimasti.  Non hanno paura? “Hanno deciso di restare” risponde suor Abir “è un atto di resilienza, abbandonare quella zona significa lasciare una zona vuota, ora come ora non c’è una strategia, manca totalmente il rispetto delle persone”. Sanno di rischiare la vita?  Abir è nata nel 1975, la guerra la conosce bene, “Non hanno più nulla da perdere; invece, la presenza di noi cristiani maroniti è importante perché riusciamo ad aiutare i nostri fratelli, ormai più di un milione di persone sono rimaste senza un’abitazione”. All’inizio i Libanesi erano in lotta contro i Palestinesi che si erano rifugiati in Libano. “La narrazione cambia nel momento in cui conosciamo i nostri nemici, all’inizio l’altro nella confusione è sempre pericoloso, poi però ci siamo svegliati”. Un fratello di Abir è morto in quella confusione e forse lei avrebbe fatto la stessa fine. “Bisogna cambiare la narrativa”, ripete Abir.

La “Fiamma della speranza” di Jun

Fra le madri e le donne, si aggira una giovane donna, porta una lampada accesa, è Jun Ichikawa, attrice, vive da sempre in Italia, fa parte del movimento “Flame of Hope” un’associazione fondata dal monaco buddista Ryokyu Endo, dopo aver visto un bambino ferito, ricoverato nell’ospedale di Betlemme. La fiamma unifica simbolicamente le fiamme di tutti i superstiti delle guerre, in primis quelli delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

L’incontro delle Madri con Papa Leone

La Camminata a piedi nudi delle madri palestinesi e israeliane, si è conclusa il 25 marzo con l’incontro fra loro e Papa Leone. Questo a signifucare che non si tratta di un fatto episodico ma è l’inizio di un percorso. Non è un caso se l’evento ha ricevuto l’endorsment di Vital Voices, l’organizzazione internazionale con sede a Washington, che lavora dal 1999 per il coinvolgimento delle donne leaders nella soluzione dei conflitti politici e per i diritti umani.
Quello che sembra ovvio a queste donne, madri e non, è che solo loro possono dare la spinta propulsiva di un dialogo che porti alla cessazione del conflitto, è qualcosa che va oltre la speranza perché, “Nessun bambino nasce per uccidere o per essere ucciso”.

Testo: Livia Gorini
Foto: Alessandro Guarino
(25 marzo 2026)

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