Binario 15, 15 anni dopo: da un binario nasce una comunità

Al Polo Civico Esquilino, l’1 aprile, la serata per i quindici anni di Binario 15 ODV è stata prima di tutto un momento di racconto. Non solo una celebrazione, ma un attraversamento collettivo di storie, memorie e trasformazioni. Una storia che comincia da un luogo preciso: il binario 15 della stazione Ostiense.

Le origini: Ostiense, tra transito e precarietà

“La nostra associazione nasce lungo il binario 15 della stazione Ostiense di Roma”, racconta Lorena Di Lorenzo.

All’inizio degli anni 2010, quello spazio inutilizzato era diventato un punto di passaggio per molte persone in fuga dall’Afghanistan, spesso minori non accompagnati. Alcuni erano diretti verso il Nord Europa, altri cercavano di fermarsi in Italia. Lungo quel binario si era formato un insediamento spontaneo. “Le condizioni di vita erano estremamente precarie e l’insediamento fu oggetto di diversi sgomberi”. È in questo contesto che nasce Binario 15, dall’incontro tra volontari e persone in transito.

Un nome che racconta una posizione

Il nome dell’associazione non è solo un riferimento geografico, ma anche una presa di posizione. “Il nostro nome vuole rappresentare da un lato il fallimento delle istituzioni e dell’Europa nella gestione delle politiche migratorie, che costringono molti migranti a vivere nell’invisibilità dormendo su un binario della stazione”, spiega Di Lorenzo, “ma anche celebrare quel binario come luogo di speranza e incontro in grado di cambiare le cose”. Un luogo marginale che diventa spazio di relazione.

Le storie: il viaggio e l’arrivo

Durante la serata, le storie personali hanno dato profondità al racconto. Tra queste, quella di Mustafa, che attraverso la pubblicazione del suo racconto su uno dei volumi di DIMMI di storie Migranti, ha ripercorso il suo viaggio dall’Afghanistan fino a Roma. Il suo racconto restituisce l’incertezza dell’arrivo: il treno, la paura di sbagliare fermata, la difficoltà di orientarsi, gli incontri casuali che diventano fondamentali. Nel suo racconto emerge come il percorso migratorio sia fatto di passaggi complessi, di tentativi e di adattamenti continui.

Dal transito alla permanenza

Nei primi anni, tra il 2011 e il 2015, l’associazione ha lavorato soprattutto con persone in transito, spesso giovanissimi, offrendo supporto linguistico, attività ricreative finalizzate alla decompressione dello stress del viaggio e beni di prima necessità. Poi il contesto cambia. “Dopo il 2016… abbiamo deciso di ripensare il nostro intervento focalizzandoci sulle donne afghane”, racconta Di Lorenzo. Con la chiusura di alcune rotte migratorie lungo il confine tra Grecia e Turchia e l’aumento dei ricongiungimenti familiari, cresce la presenza stabile sul territorio e con essa nuovi bisogni e nuovi profili di persone in arrivo.

Il lavoro con le donne

Oggi le attività si concentrano su percorsi di autonomia e inclusione: lingua, supporto psicosociale, orientamento ai servizi, supporto al lavoro, spazi di socialità. “L’impatto si traduce in una maggiore consapevolezza dei propri diritti e in una crescente autonomia”. Durante la serata è stato anche ricordato come la condizione delle donne in Afghanistan resti estremamente critica, con limitazioni all’accesso all’istruzione e alla vita pubblica, e come questo continui a influenzare profondamente le esperienze delle donne anche una volta arrivate in Italia.

Una comunità costruita nel tempo

Dopo quindici anni, ciò che emerge con più forza è il valore delle relazioni costruite. “Abbiamo creato una relazione profonda, un legame di fiducia. Questa fiducia è diventata un patrimonio, che non resta fermo ma che si evolve, si trasmette, si intreccia con altre realtà, altre esperienze”, afferma Di Lorenzo. Un patrimonio fatto di persone, collaborazioni e reti. “Nessuno costruisce da solo qualcosa che dura quindici anni. Serve un ecosistema, servono alleanze”. Nonostante le difficoltà economiche, l’associazione continua il suo lavoro grazie a un impegno costante. “Ci sosteniamo esclusivamente attraverso piccole donazioni private. Garantire continuità con risorse limitate è una sfida costante. Tuttavia, finché possiamo contare sulla mobilitazione dal basso delle persone, continueremo a muoverci e a costruire. Il capitale di Binario 15 è interamente umano”.

Le sfide per il futuro

Guardando avanti, le sfide restano complesse. “Accogliere non significa solo rispondere ai bisogni primari, ma sostenere percorsi di autonomia”, sottolinea la presidente.

Tra i nodi principali:

  • il riconoscimento delle competenze
  • l’accesso al lavoro e alla casa
  • le disuguaglianze, in particolare per le donne

“Molte persone hanno qualifiche elevate, ma non vedono riconosciuti i propri titoli”.

Ripartire

La serata si è conclusa con un momento di convivialità, tra musica e incontro. Un finale coerente con il percorso di questi anni: costruire spazi di relazione, creare connessioni, dare continuità alle storie. “Quindici anni non sono un traguardo, ma una base da cui ripartire”, conclude Lorena Di Lorenzo. E da quel binario, oggi, si continua a partire.

Maryam Barak (2 aprile 2026)

Leggi anche:

In viaggio con la Zattera attraverso l’Ostiensistan

Centro Arrupe, il binario dell’accoglienza verso l’autonomia

Termini sociali: al centro Binario 95 il futuro è di carta