“Quanto può pesare un pezzo di stoffa? Credo che nessuno di noi, prima di oggi, avesse compreso, fisicamente, quanto può essere pesante un sudario come questo.“ Afferma Paola Caridi, saggista e giornalista, madrina del sudario laico, come da lei stessa definito, che il 10 aprile, ha sfilato a Roma, da Piazza Vittorio al cimitero del Verano. Un telo bianco lungo 25 metri x 8, realizzato dal Collettivo di Carnia per la Pace per Gaza, che ha trascritto, a mano, i nomi degli oltre 18.000 bambini e bambine uccisi da Israele a Gaza.
L’evento è stato organizzato da il Comitato Piazza Vittorio Partecipata, Donne in Ascolto di S. Lorenzo, Ultimo Giorno di Gaza, la comunità palestinese di Roma e del Lazio ed altre organizzazioni della società civile, che hanno a cuore il destino di Gaza e della Palestina e s’impegnano a tenere in vita l’interesse dell’opinione pubblica, sui fatti tragici che ancora riguardano il popolo palestinese.
Il sudario di Gaza: un archivio della dignità e della memoria
“Un archivio della dignità, nomi, storie, biografie che fanno parte di tutti noi per sempre, un sudario che copre tutti e tutte noi dalla sconcezza di questo tempo, in cui non fa scandalo compiere un genocidio ed esportare Gaza, diventata una vera e propria dottrina di annientamento, anche in altri luoghi come Beirut e Teheran” ha continuato Paola Caridi, in un clima di commozione che ha lentamente pervaso tutti, soprattutto quando, giunti di fronte al Cimitero monumentale del Verano, attori e organizzatori dell’evento si sono alternati nella lettura di alcuni dei nomi degli uccisi: alcuni di loro avevano pochissimi mesi, anche un solo giorno di vita.
Un sudario laico senza slogan e bandiere di partiti
“Abbiamo chiesto a tutti i partecipanti di sfilare in silenzio e di non portare bandiere se non quelle della Palestina” hanno spiegato gli organizzatori, mentre il telo veniva srotolato dagli attivisti. “Il fine è quello di ricordare delle vittime innocenti” aggiungono. Così, preceduto solo da uno striscione: Non dimenticare un solo nome, frase estratta da una lectio magistralis tenuta da Paola Caridi a Udine, il sudario laico ha sfilato sostenuto da tante mani, in un tempo scandito solo dalle voci delle coriste di Cori in lotta, che lo hanno accompagnato intonando canti tradizionali palestinesi, di libertà e di resistenza ma anche la ninna nanna della guerra del poeta romano Trilussa. L’evento, pur seguito da decine di persone, non ha avuto, forse, anche per questa limitazione, il seguito che meritava. Non erano presenti personaggi del mondo politico, neppure a titolo personale.
Un sudario sostenuto da una volontà trasversale
“Questo sudario laico fa il suo cammino per l’Italia, è stato in buona parte delle città e cittadine del Friuli Venezia Giulia, è andato a Firenze, Torino e Bologna, in provincia di Napoli e ci sono già altre città che mi hanno chiesto di metterli in contatto con l’associazione.” racconta ancora Paola Caridi “Questo sudario non è completo, mancano i nomi di circa tremila bambini uccisi a Gaza dal luglio 2025 ad oggi, l’ultima due giorni fa, Retaj Reihan, una bambina di 9 anni, uccisa da un cecchino in una tenda del campo profughi durante le ore di scuola. Però è importante perché mostra un disagio. Quello che noi di Ultimo giorno di Gaza chiamiamo il sussurro. Il disagio di tutte quelle persone che si oppongono al genocidio, il crimine più efferato che Israele sta compiendo sui palestinesi. A fronte di una politica, soprattutto della destra che non dice nulla sul genocidio, c’è una presenza trasversale, molto più consistente di quanto si creda, che non è di destra né di sinistra che è contro il genocidio che dice ”non in nostro nome.”
La testimonianza di Emergency
“Siamo ancora a Gaza, non siamo nell’elenco delle 37 ONG a rischio di espulsione” racconta Cinzia, una volontaria di Emergency “ma ci siamo già schierate a difesa delle altre organizzazioni escluse. La pace a Gaza è una parola assolutamente priva di significato. I nostri operatori non hanno più parole per descrivere quello che vedono. La situazione è sempre più grave, ad aggravare tutto è anche ripreso il maltempo, ci sono stati alluvioni e tempesta di sabbia. Ci sono quasi due milioni di sfollati chiusi in questo spazio ristretto che ormai è diventato un luogo di sterminio a cielo aperto. I valichi continuano a rimanere chiusi; ci sono centinaia di tir bloccati alle frontiere, anche 160 mila case prefabbricate; non c’è cibo, continuano ad arrivare bambini in fase di malnutrizione 5 che è quella che lascia danni permanenti.” continua Cinzia “Ciò nonostante abbiamo una altissima percentuale di donne in maternità, perché in Palestina si continua a vivere, e spesso partoriscono in situazioni veramente terribili perché è difficile arrivare negli ospedali. Non abbiamo più medicinali né garze sterili, le infezioni sono comunissime. E’ stato ridotto anche l’accesso dei medici internazionali che possono entrare nella striscia, così che non possiamo contare neppure su quei pochi medicinali che entravano di nascosto nelle loro valige.” E, infine, conclude ”Contiamo molto sui medici e paramedici palestinesi, sono delle persone eccezionali. Arrivano puntuali al lavoro, ogni mattina, provenienti da condizioni disperate, dalle tendopoli, e spesso sono affamati, perché quel poco che c’è lo lasciano alla famiglia. Se non arrivano è perché non ci sono più.”
La studentessa di Gaza
Quasi alla fine del corteo, una ragazza, ferma ai bordi della strada, con il capo velato e con gli occhi colmi di lacrime, attira l’attenzione delle persone che sfilano. Alcuni si fermano, le vanno incontro e le parlano. Lei guarda incredula il corteo, è una studentessa universitaria, ha vinto una borsa di studio ed è da poco tempo a Roma. Non parla bene l’italiano ma si fa capire. “Ho riconosciuto la bandiera palestinese e quasi non ci credevo. Tutte queste persone sfilano per noi.” dice tra le lacrime, “Per la prima volta, da quando sono in Italia, vedo un corteo per la Palestina” molti l’abbracciano e le chiedono se ha bisogno di aiuto, la invitano a seguire il corteo ma lei rifiuta: “Ho troppo dolore, ho visto morire troppi amici, troppe persone, non posso venire, non ce la faccio a sostenere altro dolore”.
Lo stesso dolore che aleggiava su quel telo bianco e che anche chi ha sfilato accanto ad esso, faticava a sostenere.
Nadia Luminati
foto di Alessandro Guarino
(11 Aprile 2026)
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