Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, El Salvador, Messico, Perù: sfilano così, seguendo il ritmo democratico dell’ordine alfabetico, i gruppi di danza e folklore che hanno trasformato Piazzale di Porta Capena in un’esplosione di vita. Una scelta simbolica precisa, voluta per annullare ogni gerarchia e mettere al centro, con pari dignità, la ricchezza culturale di ogni singola nazione.
Organizzato dalla Redcla (Rete comunità latino-americane a Roma), il 14° Carnaval Latinoamericano di Roma ha visto sfilare e poi danzare, sotto il sole caldo dei primi di maggio, quattordici gruppi che insieme hanno dato corpo a un mosaico straordinario di danze, costumi e musiche.
Il volto autentico dell’America Latina
“Questo carnevale nasce per mostrare il volto autentico dell’America Latina, quello migliore, fatto di culture diverse ed antiche” ha raccontato Elsa Javier, da anni una delle organizzatrici della manifestazione. “È importante soprattutto per offrire alle seconde generazioni un motivo di orgoglio, allontanando lo stereotipo delle feste di comunità spesso associate solo al consumo di alcol nei parchi. Vedere invece rappresentata la cultura in un luogo così importante come Caracalla, o i Fori Imperiali fino allo scorso anno, è importante, una scelta voluta soprattutto in un momento di forti tensioni come quello attuale”.
Culture da condividere
Ogni esibizione è stata introdotta in spagnolo e in italiano, con brevi storie, curiosità e approfondimenti per permettere al pubblico di comprendere il significato e l’origine di danze e musica. È stata fatta la scelta precisa di valorizzare ogni tradizione, per comunicare l’essenza stessa di un continente immenso e variegato, dove lingue e storie diverse convivono in una sintesi che trova proprio nella varietà la sua bellezza più autentica.
La Bolivia onora la Pachamama
Ad aprire il Carnaval Latinoamericano 2026 è stata la Bolivia, nazione simbolo del pluralismo culturale. Il Paese con la maggiore popolazione indigena del Sudamerica, dove convivono 36 lingue ufficiali, ha danzato in onore della Pachamama, la Madre Terra, che dona la vita, la fertilità del suolo, il raccolto. “Tinku” , che in lingua quechua significa “incontro/unione”, ha un significato profondo che rievoca antichi combattimenti cerimoniali pre-ispanici. Con un ritmo sostenuto e una musica travolgente, il Tinku ha ricordato ai presenti che certe tradizioni non si ballano semplicemente, ma si sentono scorrere nel sangue, quando sono permeate da una potente forza ancestrale.
Le diverse seduzioni di Brasile e Colombia
Il Brasile prende il suo nome dal pau-brasil, un legno rosso da cui si estraeva una resina di colore rosso intenso, simile alla brace (brasa, in portoghese) utilizzata in Europa per tingere i tessuti.
Incandescente come la brace è l’allegria del carnevale brasiliano evocato a Roma con il samba, la capoeira, i costumi e le piume, i tacchi alti e i corpi sensuali, in un insieme travolgente di festa e movimento. Sensualità molto diversa da quella rappresentata dai gruppi colombiani, che invece portano a Roma danze di tradizione indigena, come la danza del Sanjuanero Huilense, dove il corteggiamento e la seduzione vengono espresse con movimenti più contenuti e simbolici o quella della Chicha Maya, eseguita tradizionalmente dalla comunità Wayuu, che celebra l’inizio della pubertà delle ragazze come di un rito di passaggio che segna l’ingresso nella vita adulta.
Cile ed Equador: storie di resitenza
Il Chile è il paese più stretto e lungo del mondo: se lo sovrapponessimo all’Europa si estenderebbe dalla Norvegia al Sahara. Presente per la prima volta al Carnival di Roma, ha scelto di evocare la tenacia e la forza della resistenza popolare, scegliendo di interpretare la Pérgola de las Flores, la prima commedia musicale cilena ad aver ottenuto un successo internazionale di critica e pubblico, che narra della storica lotta sostenuta nel 1920 dalle fioraie di Santiago, per difendere il proprio spazio di lavoro e la propria identità popolare contro l’avanzata urbana.
Anche l’Ecuador, il primo Paese al mondo a riconoscere i diritti della natura nella propria Costituzione, ha portato a Roma un messaggio di resistenza. Attraverso la Diablada Pillareña, gli interpreti hanno rievocato il periodo coloniale, quando gli indigeni erano costretti a mascherarsi da diavoli per ribellarsi all’oppressione religiosa cattolica e, per riappropriarsi della propria libertà, nascondevano l’identità dietro maschere spaventose di diavoli e animali. Questo connubio tra sacro e profano è emerso anche nella danza Rey de Reyes, una delle celebrazioni religiose e culturali più sentite nella zona di Riobamba, nel cuore delle Ande ecuadoriane, dove la devozione cattolica per il Bambino Gesù si fonde con le espressioni folkloristiche pre-ispaniche dei territori andini.
Messico, Salvador e Perù: modernità e tradizione
La storia coloniale e quella contemporanea hanno continuato a convivere, dimostrando come le radici antiche possano ancora alimentare la creatività del presente, nelle danze e musiche portate a Roma dai gruppi messicani, accompagnate dai ritmi inconfondibili dei mariachi, dalle donne salvadoregne, che hanno evocato lo spirito ed i ritmi del carnevale tradizionale di San Miguel che ogni anno si tiene a settembre, ed infine delle danze scelte dal gruppo peruviano, come espressione di integrazione culturale che trascende confini e frontiere.
Una giuria ma nessun vincitore
Alla fine della mattinata una giuria, composta da giurati provenienti da diversi paesi per privilegiare l’imparzialità, ha eletto i tre gruppi vincitori di questa quattordicesima edizione e consegnato a tutti lo stesso contributo simbolico di 350 euro. Brazil Maravilha, Tinkus Roma e Casa Mexico sono saliti parimerito sul podio, tra applausi e tripudi, perché lo spirito del Carnival Latinoamericano non è di decretare un vincitore o di innescare una competizione, ma di festeggiare insieme il grande mosaico culturale che compone il Sud America.
Natascia Kelly Accatino
Foto di Alessandro Guarino
(9 maggio 2026)
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