Leone Moressa: XVI Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione

“Dalla manodopera al valore nel lavoro e nella società” è il titolo del XVI Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa presentato il 13 ottobre.
L’incontro, svoltosi nella Sala Plenaria Biagi del CNEL, dopo il saluto di Rosario Maria Gianluca Valastro, consigliere CNEL, ha visto la presentazione dei principali dati del rapporto.

I dati chiave: impatto economico, fiscale e demografico

Chiara Tronchin, della Fondazione Leone Moressa, è partita dal titolo dell’evento per poi spiegare i vari punti, ossia in che modo l’immigrazione sia andata a incidere su:

  • popolazione, infatti, dagli anni ’90 oltre il 65% dei permessi di soggiorno è stato rilasciato per motivi di lavoro, e queste persone si sono trasformate da “forza lavoro” a “nuova popolazione residente”, e il 12,7 % è popolazione straniera o di origini straniere
  • società, cioè tra famiglie, popolazione scolastica, consumatori e contribuenti, si ha circa il 12% di nati all’estero e il 5% di persone straniere
  • occupati, gli stranieri in Italia nel 2025, concentrati nelle classi d’età più giovani (35-49 anni), rappresentano il 10,7% degli occupati totali, con forte divario di genere, nei settori come l’agricoltura e l’edilizia.
    Tuttavia, l’occupazione straniera è fortemente segregata in professioni non qualificate, precisamente il 31,5% contro il 2,7% di quelle qualificate
  • imprenditoria, di cui 796 mila imprenditori del 2025 sono nati all’estero, registrando una crescita del +21,3% dal 2015 al 2025, rispetto al trend dei nati in Italia che è diminuito del 5,2%, nei settori di costruzione, commercio e alberghi/ristoranti
  • impatto economico, che ha generato un “PIL dell’Immigrazione” pari a 196 Mld, ossia il 9,7% del PIL italiano
  • impatto fiscale, che ha fornito un contributo positivo alle casse pubbliche con un saldo costi-benefici pari a +1 Mld di euro, derivante dalla differenza tra 45 Mld di euro di entrate totali (tra IRPEF, IVA, contributi e altre imposte) e 44 Mld di uscite pubbliche destinate alla popolazione straniera

Criticità e dati troppo “ottimisti”

Ha definito invece “stridenti” i dati positivi del rapporto Stefania Congia, Direttrice Generale dell’Immigrazione del Ministero del Lavoro. Secondo il suo punto di vista, leggere i dati con un tono esclusivamente “ottimista” rischia di nascondere le criticità che coinvolgono i lavoratori di origine straniera quali la concentrazione nel lavoro povero, la precarietà, la discriminazione o la difficoltà nel trattenere i lavoratori qualificati. Congia ha poi ricordato come i flussi d’ingresso non passino solo attraverso i Decreti Flussi, ma come esista una realtà complessa fatta anche di ingressi fuori quota (formazione, assistenza, sanità) e conversioni di permessi. Infine, ha sottolineato come le politiche di ingresso non possano prescindere da quelle di integrazione e inclusione, che devono agire fin dal primo momento.

I limiti dell’integrazione

Mattia Peradotto, direttore dell’UNAR, ufficio che raccoglie le denunce di discriminazione, presenta dati preoccupanti: oltre il 70% delle segnalazioni riguarda l’origine. Persone a cui viene negato un affitto o un colloquio di lavoro, non per quello che sanno fare, ma per il colore della loro pelle. Di fronte a questo, Peradotto propone “formazione e prevenzione”. Ma la discriminazione non è solo un atteggiamento mentale: è anche una condizione materiale che rende i lavoratori stranieri più facilmente sfruttabili. Ha senso insegnare il rispetto sul posto di lavoro se poi i contratti sono sempre più precari? O se diritti fondamentali, come quello di organizzarsi e scioperare, sono di fatto negati a chi ha un permesso di soggiorno da rinnovare?  Nasce così il sospetto che non sia l’integrazione a essere mal progettata, ma il punto da cui si parte. Lo stesso dubbio viene ascoltando Salvatore Sortino, dell’OIM, quando parla di “canali regolari”. Definire gli stranieri come “risorse strategiche per lo sviluppo” è ambiguo: sviluppo di chi? Perché se è sviluppo di chi assume, lo straniero è ancora strumento, non soggetto. Forse è proprio qui che nasce il dubbio più scomodo: inclusione in che cosa, esattamente? E a quali condizioni?

I diritti non si scambiano

Renato Masone, segretario della CGIA di Mestre, chiude la giornata con l’intervento più esplicito nel mettere in guardia dal rischio di fratture sociali. Il suo richiamo alla “reciprocità” rende perplessi: i diritti non si scambiano, si riconoscono. E chiedere “rispetto delle regole” a chi è escluso dalle regole, senza cittadinanza, senza casa, senza contratto stabile, resta un appello che non tiene conto delle condizioni reali. Il suo invito a non ignorare le paure degli italiani è legittimo, ma diventa pericoloso se trasforma quella paura in una gerarchia di priorità: prima gli uni, poi gli altri.
Perché così il problema non è più come far convivere bisogni diversi, ma chi ha diritto a vederli riconosciuti. Il rapporto 2026 conferma che l’immigrazione è ormai una presenza stabile e necessaria nel Paese. Ma i dati, da soli, non bastano a costruire convivenza. Servono scelte politiche coraggiose, non scorciatoie che mettono gli uni contro gli altri.

Sofia Cau, Luca Di Stefano
(13ottobre2026)

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