Femministe e musulmane, si può essere entrambe?

Nel saggio di Ouazzani e Fasiki, i ritratti di 20 donne emblematiche per un Islam senza distinzione di genere

Il saggio “Femministe musulmane. Venti ritratti: voci e visioni”, scritto dal saggista e attivista franco-marocchino Jamal Ouazzani e illustrato dalla fumettista marocchina Zainab Fasiki, offre lo spunto per riflettere su un binomio che il sentire comune considera ancora un ossimoro: femminismo e Islam. Nell’immaginario collettivo, infatti, il contesto islamico non viene quasi mai percepito come un terreno accogliente o fertile per l’emancipazione femminile.
È possibile essere musulmane praticanti e anche femministe?
Il volume pubblicato da Astarte, e presentato alla Casa Internazionale delle Donne, scardina i pregiudizi orientalisti sull’Islam e dimostra che non solo è possibile essere femministe e musulmane, ma anche esserlo proprio in quanto musulmane ed offre uno sguardo sfaccettato su questo movimento attraverso i ritratti di venti donne che hanno fatto, o stanno facendo, la storia del femminismo musulmano a livello globale.

20 ritratti femministi

Con l’immediatezza di un saggio grafico, “Femministe musulmane” riesce a sovvertire i pregiudizi e gli stereotipi orientalisti sulle donne e l’islam e a presentare la prospettiva sfaccettata di cosa sia veramente il femminismo islamico attraverso le parole, le immagini, le biografie di venti donne rinomate a livello internazionale e impegnate nella rilettura delle fonti islamiche per la paritá di genere.
Asma Lamrabet, Amina Wadud, Zahra Ali, Zainah Anwar, Ziba Mir-Hosseini, Sherin Khankan, Asma Barlas, Malika Hamidi, Shereen El Feki, Olfa Youssef, Margot Badran, Linda Sarsour, Blair Imani, Kecia Ali, Samar Habib, Hanane Karimi, Nayla Tabbara, Hidayet Sefkatli Tuksal, Omaima Abou-bakr, Ndella Paye sono tutte parte di una costellazione eterogenea, attraversata da diverse correnti e caratterizzata da voci, posizionamenti e anche differenze ideologiche in apparenza antagoniste.
Queste femministe sono magrebine, arabe, nere, palestinesi, asiatiche, iraniane, queer, velate o meno, provenienti da contesti culturali, geografici e personali molto diversi. Sono studiose, teologhe, giuriste, attiviste ed imam.
Dalla lotta per l’uguaglianza nel diritto di famiglia islamico all’interpretazione femminile del Corano, dalla difesa dell’imamato femminile ai diritti LGBTQIA+ per le persone musulmane, le venti donne ritratte offrono un quadro plurale e complesso del femminismo musulmano e rivendicano uguaglianza e diritti da una prospettiva islamica, vale a dire basata su una rilettura dei testi religiosi.

Essere femministe e musulmane

“Il Corano non è patriarcale: è la sua lettura da parte degli uomini a esserlo”, afferma nella prefazione Asma Lamrabet, lettura questa alla quale le donne stesse hanno, consapevolmente o meno, contribuito a diffondere nei secoli e che ha imprigionato le donne in ruoli subalterni. Le letture patriarcali sono prodotti storici e sociali, non verità divine.
Le femministe musulmane sono donne che non chiedono né di essere liberate da un certo Occidente arrogante che le ritiene oppresse e sottomesse, né protette da un patriarcato islamico.
Rifiutano di scegliere tra islam e femminismo.
Rifiutano che si parli al loro posto, in loro nome o a loro insaputa e rifiutano di essere sottoposte ad un’autorità tutelare.
Sono donne che, pur disobbedendo a tutte le forme di oppressione, siano esse patriarcali, coloniali, razziali o teologiche, scelgono di non collocarsi nello scontro o nel dualismo ideologico ma di agire dall’interno delle proprie radici.
Rifiutano di criminalizzare le proprie tradizioni, storie e famiglie e preferiscono denunciare, parlare, negoziare all’interno della realtà, senza rinunciare all’Islam, né alla propria femminilità, né alle proprie origini o valori.

Il femminismo islamico o Gender Jihad

Il femminismo islamico si iscrive in una storia lunga, complessa e plurale, ricorda durante il suo intervento Renata Pepicelli, docente di islamologia e storia del mondo arabo contemporaneo, che firma la prefazione italiana del volume e dirige “Manifesta”, la collana che annovera la pubblicazione.
È un fenomeno controverso, in quanto racchiude al suo interno tre diverse correnti di attivismo, molto diverse nell’approccio all’Islam.
C’è il femminismo secolare, il più diffuso tra i giovani e nelle comunità queer, che non considera la religione come strumento di liberazione ma fonda il proprio attivismo sui diritti umani, con l’obiettivo di riformare a livello giuridico le norme discriminanti.
Al contrario del femminismo islamico o anche gender jihad, ossia “sforzo per la giustizia di genere” che, invece, per arrivare a riformare codici di famiglia patriarcali opera all’interno della cornice religiosa. Questa corrente è impegnata nella reinterpretazione del Corano, degli hadith (detti e fatti attribuiti al Profeta) e della storia islamica, per far emergere il messaggio originale di uguaglianza ontologica tra uomini e donne, senza alcuna distinzione di genere.
Tutte le venti donne presenti nel volume possono essere ricondotte a quest’ultimo movimento, che trascende i concetti di Oriente e Occidente ed ha inizio negli anni Ottanta in contesti islamici o disforici europei e nordamericani, vede uno sviluppo negli anni Novanta e si afferma nei primi anni Duemila.
C’è infine un terzo attivismo di genere inserito in una cornice islamista, di tipo politico, che Renata Pepicelli non definisce vero femminismo sebbene ne riconosca il contributo, perché rivendica uno spazio di equità in ambito pubblico che però non trova corrispondenza nel privato, ed infatti non utilizza il concetto di uguaglianza bensì di complementarietà.

Tornare alle fonti: l’importanza dell’esegesi

Fondementale è l’esegesi delle fonti, lo studio della Sunna e del Corano, dettato al Profeto in lingua semitica e non in arabo, quindi soggetto a diverse interpretazioni anche quando il Profeta era ancora in vita e quasi sempre prodotte da sapienti uomini. Come per molti altri campi, e la storia Occidentale ne è piena, anche le donne hanno prodotto sapere ma non hanno avuto lo spazio e la voce per poterlo trasmettere.
Il Corano non va adattato ad una visione femminista, ha ricordato Marisa Iannucci, ricercatrice ed imama durante il suo intervento, va piuttosto trovato il giusto equilibrio tra ciò che deve essere contestualizzato a livello storico e ciò che invece ha una valenza universale che trascende il tempo e lo spazio geografico.
Per affrontare l’esegesi delle fonti, è necessaria una profonda conoscenza della grammatica, del Diritto e della Sunna. Non si può leggere il testo con gli stessi occhi e paradigmi che riserviamo alla lettura della Bibbia, perché sono profondamente diversi.
Iannucci ha fatto l’esempio dell’imamato femminile, ossia della possibilità per le donne di dirigere la preghiera. Il Corano non lo proibisce e l’imamato femminile è concesso dall’Islam. L’imam non ha un’investitura religiosa, è un laico al quale la comunità riconosce conoscenza e rettitudine, il fatto che ci sia una resistenza sociale, anche tra le stesse donne, deve essere ricondotto ad una questione unicamente culturale.
A questo proposito è interessante notare come, in coda ai ritratti delle venti femministe, sia stato inserito un profilo inaspettato: quello di Ludovic-Mohamed Zahed, imam franco-algerino dichiaratamente omosessuale, sieropositivo e femminista, inserito per testimoniare l’inclusività e l’ampiezza di questa importante rivoluzione culturale.

Natascia Kelly Accatino
(26 maggio 2016)

 

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