Ramadan: “In Italia è meglio”

Vista della moschea di Roma

Pilastri che si sommano. Le salat sono uno dei 5 pilastri del Corano: 5 preghiere al giorno tutto l’anno. Il venerdì sempre 5 preghiere, ma col valore aggiunto che il venerdì per i mussulmani è come la domenica per i cristiani. Venerdì del mese di ramadan: sempre 5 preghiere ma col valore aggiunto che è il mese sacro del digiuno. Il digiuno del ramadan: un altro dei 5 pilastri indicati nel Corano.
Avvicinare i riti, le consuetudini di una  religione, la comunità religiosa che non si conosce per esperienza diretta richiede un salto e un po’ di fiducia. E una guida

Stessa barca. Venerdì 12 agosto intorno alle 13:20 Zakaria, ovviamente digiuno, è fuori dalla moschea, attendiamo di incontrare Omar. Il sole picchia su quest’agosto che per la clessidra islamica tutta lunare ha finito per coincidere con un caldo ramadan, dove, se la salute lo permette, anche l’acqua va evitata fino al tramonto. Nello spiazzo antistante la moschea, c’è un gremire e un fluire di volti. Zakaria ogni tanto si distrae per salutare qualche persona: alcuni molto giovani, altri adulti. “Buon ramadan” “Che sia un ramadan generoso” questo l’ingrediente immancabile di ogni scambio verbale che dopo può proseguire o meno in conversazione. Sono persone che hanno fatto il viaggio insieme a lui, stessa barca nel senso letterale della parola, o persone che hanno condiviso un lavoro o uno spazio al
Cara, Centro d’Accoglienza per Richiedenti Asilo. Zakaria, 25enne somalo, è un rifugiato, che ha molto da raccontare, nonché un free-lance che sta cercando la sua via nel giornalismo.
I colori della pelle sono i più svariati, come le nazionalità. Panorama interclassista: si avvicendano il vu’ cumpra’ e il libero professionista in giacca, in cui fatico a trovare un indizio somatico medio orientale.

Puri davanti ad Allah. La moschea ha due entrate: una diretta con scala esterna e una con scala interna che prevede però prima l’abluzione. Per stare al cospetto di Allah il musulmano deve purificarsi: chi entra dalla prima deve aver provveduto antecedentemente al lavaggio. Accompagno Zakaria (il Ramadan di Zakaria) all’abluzione: per un italiano che guarda questo lavaggio collettivo sa quasi di Roma antica.
C’è una sequenza precisa che va rispettata nelle parti del corpo che lavano e quelle che vanno lavate. La mano destra lava la sinistra, la sinistra è impura e necessita prima di esser lavata dalla destra. Poi volto, poi testa, … se si sbaglia si ricomincia dal punto d’errore. Come
capisco sempre più in questi giorni, Allah premia lo sforzo e l’intenzione, quando non è possibile la sostanza. Ad es. non è obbligatorio lavarsi con l’acqua: nel deserto la sabbia può fare le veci.
Per terra un folto gruppo di scarpe, sullo sfondo Zakaria, scalzo insieme agli altri, mi sorride dal suo lavabo. Prendiamo le scarpe in mano e saliamo la scala interna per arrivare nella grande sala della Moschea. Il discorso sta iniziando, qualcuno ancora accorre con mocassini in mano da depositare intorno ai colonnati interni, unica zona scarpe ammessa nella sala preghiera perché senza tappeto. Dei bambini alle spalle degli adulti in preghiera giocano saltando una gradinata interna.

Quali migliori mediatori … In mezzo alla fiumana che defluisce dalla scalinata esterna, Omar spunta dal flusso. Sudanese over 40, è maestro d’italiano nella comunità musulmana. Lo è anche per Zakaria che nella scrittura non si sente ancora pienamente autonomo. Da Omar, Zakaria attinge anche perfezionamenti d’arabo: in Somalia si parla somalo, in Sudan la lingua è  l’arabo. Zakaria nelle sue
traversie ha passato nove mesi in Sudan e lì un po’ di arabo è sbocciato.
In terra straniera, la lingua del paese d’accoglienza è quella che dopo un po’ ogni immigrato conoscerà e che quindi medierà anche tra diverse nazionalità immigrate. Tra musulmani e davanti alla moschea non è per forza così: l’arabo – la lingua del mai tradotto Corano –
funge da esperanto per una discreta parte dei musulmani di qualunque provenienza. E quando non è strettamente compreso genera comunque familiarità e comunità: mi diceva l’imam della moschea di Centocelle “i bangladeshi musulmani spesso non capiscono una parola d’arabo, ma alcuni sanno l’intero Corano a memoria. E un arabofono capisce perfettamente quel che dicono quando recitano
una sura.” Tutti sanno comunque almeno pronunciare parole e saluti di rito.
Nei pressi del mercato antistante la moschea, mentre “zoppico” alla ricerca di interviste, ostacolato da microfono e cuffie che possono intimorire, Omar e Zakaria iniziano a mediare per me, anche in arabo.

Sharif, meglio il nord Europa. Somalo da quasi 19 anni in Italia, padre di 5 figli arrivati da noi otto anni fa tramite ricongiungimento. “La Somalia è al 100% musulmana e quindi nella mia famiglia siamo tutti praticanti, anche se qui praticare specie nel mondo del lavoro può essere molto complicato. I miei due figli maschi di 22 e 24 anni lavorano dalle tre di mattina fino alle tredici. Alcune preghiere le perdi e questo pesa, in particolare il venerdì. Secondo me bisognerebbe avere un posto per pregare sul posto di lavoro: nei paesi scandinavi e in Inghilterra esistono stanzette dedicate. Analogamente accade nelle scuole perchè al nord c’è una presenza multirazziale più antica.”

Abdul Hamid. Il mercato della Moschea sommando le sue bancarelle è un po’ un bazaar: c’è di tutto. Cibo, fresco e in scatola, abbigliamento. Abdul Hamid, un vestito tradizionale bianco, lunga barba in avanti e due occhi verdi e vispi, vende libri di cultura araba in
lingua. Marocchino, è responsabile della moschea Tuscolana e parte del Consiglio religioso marocchini in Europa. I suoi due figli sono alle prese con scatole, volumi e  clienti.
“A inizio anni ’90 quando sono arrivato, era difficile vivere l’islam, specie una festa religiosa come il ramadan soprattutto nell’ambiente di lavoro, allora gli italiani non conosceva la nostra religione. Adesso il numero di moschee e centri islamici è aumentato, la carne halal è reperibile, ci sono luoghi dove rompere il digiuno, buona parte dei centri culturali islamici si sono organizzati per accogliere questo momento del rito.  La situazione è iniziata a cambiare nel ’95: molti musulmani sono arrivati in Italia. Così centri culturali e associazioni islamiche hanno iniziato a muoversi. Ora la mia religiosità la vivo meglio e più profondamente qui che non in patria. Quando una decina d’anni fa sono tornato in Marocco per il ramadan, mi sono trovato per alcuni versi peggio. Qui lavori, poi quando stacchi preghi e dedichi il tuo tempo alla famiglia, alla moschea, al centro con la comunità. In Marocco accade che tra famiglie allargate, inviti, visite, perdi persino di vista le preghiere. Invece qui no, la concentrazione è maggiore.”  Un po’ come il Natale da noi, dove i regali vengono prima degli aspetti spirituali.
“Normalmente l’islam qui è una scelta, nessuno ti obbliga, soprattutto non sei immerso in un contesto dove la pratica è scontata.
Se lo fai  è perché lo vuoi tu. Invece in un paese islamico si segue la corrente, magari per semplice consuetudine. Qui a Roma troverai musulmani che hanno percorso anche 20-25 km per venire a pregare in una moschea, qui non ce ne sono tante. In Italia venire a pregare in moschea vuol dire che non volevi pregare in un altro luogo. In Marocco ti riduci all’ultimo momento, per mille ragioni che con la spiritualità non hanno nulla a che fare, e scendi sotto casa dove una moschea c’è sempre.”

Ma la sfera della religiosità come ovvio aumenta anche per la solitudine. “In patria c’è la madre, il padre, un fratello, sorella a cui domandare  aiuto. Qui spesso il migrante non ha nessuno: la dimensione di confronto, conforto, aiuto che dio acquista per te diviene immensamente più grande. Poi quando sono arrivato io in tutta Italia c’erano solo cinque luoghi di preghiera, non c’era neanche la grande moschea, c’era la casa del re dell’Arabia Saudita che ci ospitava. Sviluppi tenacia”.

Un paese anche musulmano. “Ora a Roma – aggiunge Hamid – abbiamo la più grande moschea d’Europa: questo per noi è diventato un paese libero, un paese anche musulmano; che ti lascia la possibilità di scegliere e praticare la religione che preferisci. Sono qui da 21 anni, poi un mio figlio è arrivato qui dopo di me, l’altro c’è proprio nato … almeno per quel che mi riguarda se ci si comporta bene il clima è buono: trovo che l’italiano abbia un cuore d’oro; cerca di aiutarti e se non può farlo quanto meno ti lascia in pace. Questo è molto.”
Situazioni meno felici? “Alcune zone dell’Europa e del nord Italia dove spesso ti creano problemi, prova a  fare un centro culturale al nord … Mi rendo conto che per le moschee c’è un problema di giusta collocazione sul territorio, gli afflussi possono esser notevoli, gli spazi è bene che siano ampi”.

Saranno loro a ricordarti l’ora della preghiera. “La possibilità di pregare durante l’orario di lavoro dipende dal credente più che dal luogo di lavoro – prosegue punzecchiato sul tema Hamid – Vivo qui da oltre 20 anni e mi sento di poterlo affermare. Sono stato fabbro, idraulico, elettricista, inserito in équipe. Io chiarisco al datore sin dal primo giorno a che ora e quante salat rientreranno nell’orario di lavoro. Dico: sono 10-15 minuti l’una. Che vogliamo fare? Per quei 10 minuti se vuoi i soldi te li rimborso io o li recupero arrivando prima o andando via dopo Il 90% dei datori di lavoro, se vede che fai il tuo mestiere, che sei onesto alla fine dice fai la tua preghiera, non voglio i soldi. Mi è capitato di lavorare in una bancarella e di far pulizie, c’erano resti di bottiglie di birra e vino. Il venerdì posso raccogliere tutto ma non quelle. All’inizio si sono arrabbiati, mi hanno messo alla prova, hanno visto l’impegno, hanno detto ok, tu fai il resto, alle bottiglie pensiamo noi. Far conoscere l’onestà di quel che stai facendo, saperla comunicare al non credente è importante per te, ma anche per gli altri. Molti musulmani hanno paura, io invito ad essere più schietti.
I datori di lavoro sono un problema? Sii onesto, sii chiaro … saranno loro a ricordarti l’ora della preghiera.”

Marco Corazziari
(23 agosto 2011)