I rifugiati e la tortura: due campagne accendono i riflettori

Un frame di uno dei due video realizzati dal CIR per la campagna
Un frame di uno dei due video realizzati dal CIR per la campagna “Vere torture”
Questo tacco 12 è una vera tortura: non vedo l’ora che finisca!”. Recita così uno dei due spot della campagna Vere Torture promossa dal CIR – Centro Italiano per i Rifugiati in occasione della giornata internazionale contro la tortura. Ha aderito anche Amnesty International con Stop alla tortura, in occasione, il 26 giugno, del trentesimo anniversario della convenzione ONU contro la tortura. 

Una convenzione che ancora oggi, spiegano da Amnesty, vieta la pratica della tortura nella legge, ma la consente nei fatti. 141 paesi, tra il 2009 e il 2014, hanno fatto registrare torture e maltrattamenti; 79 paesi li hanno permessi nel 2014. Un dato da non dimenticare quando in Italia si parla di accoglienza: solo nel 2013, ricordano dal CIR, sono state esaminate più di 25.000 domande di protezione internazionale, di cui  poco più di 3.000 hanno portato al riconoscimento, per i richiedenti, dello status di rifugiato. 

Karl Lagerfeld, il Dalai Lama e Iggy Pop, sponsor della campagna di Amnesty International
Karl Lagerfeld, il Dalai Lama e Iggy Pop, sponsor della campagna di Amnesty International “Stop Torture”

Numeri, questi, che rischiano di perdersi nel turbinare delle immagini dei barconi carichi di migranti che i media trasmettono con costanza, ma prendono corpo e volto quando si inizia a parlare di storie. Perché lo status di rifugiato – come ben si legge sul sito del Ministero dell’Interno – viene assegnato a chi è esposto al rischio, tornando nel paese di origine, di subire (spesso nuovamente) violenza o tortura. 

La tortura emerge con ritmi suoi. Perché emergano le violenze subite c’è bisogno di instaurare un contatto profondo con la persona: è questa la parte più difficile. In molti casi nelle donne o nei bambini abusati permane la vergogna o il timore di non essere creduti o quello di soffrire ancora”, spiega Carlo Bracci dell’Associazione Medici contro la tortura, già incontrato da Piuculture a gennaio e spesso chiamato ad analizzare casi di richiedenti asilo. “A volte chi ha subito violenza non ne è cosciente, tanto che ci troviamo di fronte ad episodi di rimozione della memoria: le violenze tornano alla mente a distanza di anni, come schegge di ricordo”, racconta Bracci. È, ad esempio, il caso di una donna sudamericana che, dopo aver sperimentato il carcere in Uruguay, aveva del tutto rimosso l’accaduto. A scatenare dopo quarant’anni il ricordo delle violenze subite è stato un blitz della guardia di finanza negli uffici in cui lavorava. 

Carlo Bracci, associazione Medici contro la tortura
Carlo Bracci, associazione Medici contro la tortura

A dispetto del nome, nell’associazione intervengono diversi operatori sanitari, che si occupano di molteplici aspetti. I “casi” arrivano dalla CDS (Casa dei Diritti Sociali ndr), presso cui l’associazione ha sede, oppure da centri di accoglienza o da alcuni studi legali che si occupano espressamente delle richieste di asilo. “Una volta fornite le cure mediche e psicologiche e aiutata la persona a trovare un alloggio, inizia la preparazione della domanda alla Commissione per il diritto di asilo, con la relazione medica e psicologica”. Tra i casi esaminati non si registra nessun cittadino italiano, ma tanti provengono dal Corno d’Africa, dall’Africa subsahariana, dall’Afghanistan, dalla Turchia.

L’accertamento della tortura psicologica resta il fattore più complesso, ma altri tipi di violenza emergono con maggiore evidenza servendosi di analisi specifiche. Spiega Bracci che “la tortura non si improvvisa: molti metodi sono ricorrenti, e così gli effetti. A volte riscontriamo incoerenze temporali nel racconto, crisi di depersonalizzazione, dolori che appaiono e scompaiono senza nessuna causa”. In alcuni casi, poi, appare evidente che dei traumi siano stati provocati solo per procurare dolore: dislocazioni delle spalle, ustioni, cicatrici da taglio, percosse sulle piante dei piedi: “sono metodi che si apprendono”, spiega Bracci, “purtroppo esistono dei veri e propri manuali della tortura”.

La difficoltà maggiore consiste nel mantenere un rapporto con la persona anche dopo l’accoglimento della domanda. “Ricordo un signore centroafricano che abbiamo incontrato in condizioni difficili: dormiva alla stazione, non aveva altro alloggio. Gli abbiamo trovato posto in un dormitorio per le emergenze, poi in un hotel con un altro signore egiziano che lavorava in un ristorante. Nel suo paese di origine era un dirigente laureato in scienze politiche: diceva sempre che allora il suo problema più grande era se giocare a football o a tennis dopo pranzo. Grazie alla psicoterapia sono emersi degli episodi di violenza sui suoi familiari e su di lui, così abbiamo immediatamente fatto domanda alla Commissione e l’esito è stato positivo. Ora lavora a Torino come operaio. Siamo rimasti in contatto”.

Oggi, segnala Bracci, sono molti i casi di violenze subite da omosessuali in paesi islamici e non solo, o di donne africane che fuggono da matrimoni forzati. Il lavoro continua anche grazie ai finanziamenti che arrivano dal fondo ONU per le vittime di tortura, dall’8×1000 della chiesa valdese e dalle donazioni, ma soprattutto grazie al volontariato degli operatori e dei mediatori culturali. 

Campagne come quelle del CIR e di Amnesty, che richiedono a gran voce l’adozione di legislazioni chiare e di punizioni severe per chi le infrange, aiuta ad accendere i riflettori su una questione sommersa ma esistente. E che sta diventando sempre più difficile continuare ad ignorare.

Veronica Adriani

(17 luglio 2014)

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