Palazzo Selam: la città invisibile dei rifugiati di Roma (I parte)

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Molte delle persone dormono con un materasso gettato a terra in mezzo all’immondizia.
Foto di Gaetano Di Filippo

I protagonisti di questa storia si fanno chiamare fantasmi perché vivono in un paese che troppo spesso ne ignora l’esistenza. Provengono quasi tutti dal Corno d’Africa e abitano a Roma, precisamente dentro l’ex facoltà di lettere e filosofia dell’università di Tor Vergata, in condizioni che è davvero difficile considerare umane. Servizi sanitari non a norma neanche per un campo profughi (un wc ogni diciannove residenti) e stanze abitabili da massimo due persone portate al collasso con oltre sei inquilini. Questi sono solo alcuni dei moltissimi problemi di Palazzo Selam, che potrebbero essere facilmente risolti con un deciso intervento dello Stato Italiano e che invece continuano ad affliggere gli occupanti. Dal 2006 infatti, dopo lo sgombero dell’Hotel Africa, circa quattrocento persone si sono dirette verso la periferia romana e hanno preso possesso di strutture abbandonate, tra queste, anche l’edificio a nove piani ribattezzato Selam Palace ovvero palazzo della pace.

Con il tempo, l’occupazione è stata dichiarata illegale, ma il numero di abitanti è vertiginosamente aumentato arrivando a toccare i milleduecento inquilini, la maggior parte dei quali (oltre l’80%) ha ottenuto lo status di rifugiato politico: chi di protezione sussidiaria chi di asilo politico. Inoltre, circa un terzo degli inquilini vivono dentro il palazzo da più di cinque anni rendendo quella che dovrebbe essere una sistemazione transitoria, una fissa dimora. La situazione è insostenibile e ingestibile per le comunità di rifugiati createsi nel corso del tempo, che hanno cercato invano di chiedere l’aiuto delle autorità. Come spesso accade nel nostro paese, sono le associazioni a mettersi in prima linea per queste persone, ed in questo caso è stata Cittadini nel mondo a preoccuparsi dell’ emergenza. Sin dal 2006, la Onlus ha attivato uno sportello sociale e sanitario all’interno del palazzo, con l’obiettivo di ascoltare e aiutare ognuno degli abitanti e, dopo oltre sette anni di volontariato, l’associazione ha presentato un report in cui sintetizza il lavoro svolto e chiede aiuto concreto allo Stato italiano.

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Selam Palace visto da fuori

“Oggi a Selam abbiamo moltissime problematiche – spiega Donatella D’Angelo di Cittadini nel mondo – ed è difficile stilare delle priorità, ma metterei prima tra tutte quella della residenza. Per quanto possa sembrare un problema marginale rispetto ad altri più evidenti, questo è un nodo cruciale per le persone che vivono nella struttura. Solo il 17% di loro ha ottenuto la residenza a Via Arrigo Cavaglieri(dove si trova Selam ndr) e quindi si può rivolgere al VII municipio per i problemi burocratici oltre che per quelli sanitari. Per tutti gli altri è stata data una residenza fittizia che quasi sempre risponde ad abitazioni presenti nel primo municipio, come ad esempio il centro Astalli. Questo significa non solo che per fare qualsiasi richiesta gli abitanti di Selam devono spostarsi in una città che a malapena conoscono, ma che lo stesso municipio I si ritrova con una mole impressionante di lavoro a cui non può rispondere. Come se non bastasse è stato approvato da poco il decreto Lupi, che vieta il diritto di richiedere la cittadinanza per un edificio occupato e questo complica ancora di più le cose. In secondo luogo – prosegue Donatella – ci sono i problemi igienico/sanitari. Molto spesso ci troviamo a dover difendere i migranti dall’accusa di portare in Italia chissà quali malattie. I virus da cui vengono colpiti sono gli stessi che colpiscono noi, come: le patologie gastrointestinali (24%), quelle respiratorie(18%) o quelle del tessuto sottocutaneo(17%) e osseo (14%), con la differenza che le condizioni igieniche della struttura e la mancanza di diagnosi porta a complicazioni”.

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Adriano Di Blasi

(20 giugno 2014)

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