L’intercultura parte dal teatro. Roma, la grande ricchezza multietnica

Roma la grande ricchezza multietnicaSékou Diabaté non ha dubbi: Roma, la grande ricchezza multietnica sarà “un viaggio culturale, un incontro di diverse culture e tradizioni”. Una regia “a sorpresa” per il primo evento, sabato 7 febbraio dalle 10.30 alle 13 al Teatro de’ Servi, organizzato dal Comitato per un centro per l’intercultura a Roma, un progetto che sembra essere, da desiderio condiviso, ora più che mai un’idea concreta e di prossima realizzazione.

Un approdo necessario, soprattutto, per trovare punti in comune ancora prima che differenze sostanziali, per “iniziare da quello che ci unisce per arrivare a quello che ci divide”, come spiega Sékou, ivoriano, che insieme alla colombiana Gloria Mendiola sarà presentatore dell’evento di sabato. Proprio le divisioni fra le comunità sembrano infatti l’ostacolo – tutto italiano, afferma Diabaté – più difficile da superare. “Da ragazzo vivevo insieme a ragazzi di sessanta nazionalità diverse, facevamo tutto insieme”. E l’Europa interculturale non è da meno: “a Marsiglia, durante la festa del patrono, siciliani, corsi, nordafricani e subsahariani ballano insieme”. Qui in Italia invece si aumentano le distanze: “c’è una volontà politica nel dividere le comunità: se gli immigrati sono divisi, sono anche più deboli”.

Ed è in quest’ottica che lo spettacolo del 7 febbraio riveste un’importanza ancora maggiore. La musica – “la lingua più parlata” – ma anche la danza e la parola letta e narrata, sono il fil rouge di tre ore di spettacolo all’insegna del viaggio tra le culture e tra i loro diversi mezzi di espressione. Per ulteriori informazioni sull’appuntamento è possibile consultare il gruppo Facebook dell’evento.

Egitto, Iran, Brasile, Croazia, Cina, Bangladesh, Nigeria, Romania, Senegal, Cile. Sono solo alcuni dei paesi rappresentati sul palco, nel pieno spirito di quel luogo della cultura che si cerca di realizzare ormai da mesi. “Avere a disposizione un luogo in cui realizzare tutto questo è un sogno al quale molte associazioni e enti impegnati con i migranti pensano da anni”, affermava Gabriella Sanna durante la riunione preliminare del maggio 2014, quando ancora si raccoglievano le idee. E lo afferma Sékou oggi, spiegando che la condivisione e la conoscenza sono i mezzi migliori per la costruzione di un dialogo reciproco: parlami, così ti conosco, è l’adagio.

E in questo dialogo la religione che ruolo ha? “E’ un tabu”, afferma sicuro Sékou, musulmano praticante. “La religione è una faccenda personale, e non tutti sono capaci di trattarla come tale. Ho tradotto di recente in italiano una preghiera scritta in arabo: dice che la cosa che ci dà la forza di regire ogni volta che ci spezziamo è credere che tutto sia nelle mani di dio. Bene: chi non crede dirà che è tutto nelle mani della natura, ma è giusto così. Ognuno di noi deve credere in sé stesso per poter andare avanti nella vita, credente o meno. Se continuiamo a mettere la religione davanti a tutto, ci scaviamo la fossa con le nostre mani”.

Un messaggio che, in tempi di dibattito sull’integralismo, acquista ancora più valore.

Veronica Adriani

(5 febbraio 2015)

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