ONG in mare: le organizzazioni nel risiko del Mediterraneo

“Siamo convinti che sia ancora sicuro uscire in mare, ma che sia più pericoloso rispetto al passato”, afferma Tim Lüddemann di Sea-Watch, tra le ONG in mare insieme a SOS Mediterranee, ProActiva Open Arms e Mission Lifeline. Sono le organizzazioni che resistono: per molte altre l’introduzione del Codice di Condotta, a causa delle condizioni imposte, ha segnato la fine dell’impegno nel Mediterraneo. “Sta diventando sempre più imprevedibile la situazione”, continua Tim. “A causa del maggior controllo della cosiddetta guardia costiera libica, le barche con i migranti ora partono anche durante il giorno, e nonostante sia più rischioso per loro, ci provano. La sedicente guardia costiera libica riporta indietro i migranti illegalmente. E viola chiaramente il principio di non respingimento”.

Gli arrivi via mare in netto calo.

In questo contesto il 2018 si apre con un calo del 75,14% degli arrivi via mare: secondo i dati del Ministero dell’Interno i migranti sulla rotta del Mediterraneo in questi primi 15 giorni dell’anno sono 841 contro i 2.355 dell’anno precedente. Il 2017 stesso si è chiuso con una diminuzione del numero degli arrivi del 70%, un calo che non corrisponde a quello del numero dei morti e dei dispersi in mare. Sono dati da contestualizzare nello scenario che descrivono le ONG.

ONG in mare - Foto Mission Lifeline
ONG in mare – Foto Mission Lifeline

Le operazioni di salvataggio in mare dei migranti e le minacce della guardia costiera libica.

“Un evento di cui siamo stati protagonisti ha dimostrato che le dichiarazioni di Frontex e dell’Unione Europea sull’assenza di migranti in mare non sono veritiere”, racconta Ursula Putz di Sea-Eye, “Era il 2 settembre e il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto di Roma ha chiamato la Seefuchs, una nostra nave, per chiedergli di effettuare un soccorso a circa 50 miglia dalle coste libiche. L’equipaggio ha salvato dall’annegamento 16 persone a bordo di un barchino di legno. I sopravvissuti hanno raccontato che erano partiti assieme a due gommoni. Ad oggi nessuno sa quale sia stato il destino delle persone a bordo. Temiamo che siano tutte annegate”. Ad agosto l’ONG Sea-Eye aveva ritirato le sue barche dal mare insieme a MSF e Save The Children: “Questo episodio ha contribuito a farci tornare operativi”, dice Ursula. “Operiamo in un’area collocata a circa 70-90 miglia dalle coste libiche, tenendo in considerazione le continue minacce da parte della guardia costiera libica in modo da non mettere in pericolo gli equipaggi”.

Quasi tutte le ONG in mare possono raccontare episodi di sospetti o di pericoli che riguardano la guardia costiera libica, ma non solo. “La Marina Italiana a volte resta in stand by mentre le persone sono in difficoltà. Aspettano la guardia costiera libica, che rapisce le persone dalle acque internazionali, sotto i suoi occhi. Questo vuol dire infrangere la legge e ciò prima non accadeva”, afferma Axel Steier di MissionLife, in mare da settembre. Definisce la guardia costiera libica un’organizzazione di pirati. “Collaborano con i trafficanti e i rifugiati vengono venduti ai campi di tortura non ufficiali. Ci hanno chiesto di consegnare delle persone che avevamo soccorso”, conclude.

ONG in mare – Foto Mission Lifeline Rebecca Kupfner

Da Mare Nostrum a Sophia: come sono cambiate le operazioni nel Mediterraneo.

A sentire le testimonianze dal Mediterraneo è in atto un vero e proprio risiko sull’acqua: il potere della guardia costiera libica aumenta, il terreno delle ONG in mare si fa sempre più sdrucciolevole e quello dell’Italia e dell’Europa si restringe. L’operazione Mare Nostrum, con il salvataggio di 156.362 migranti in un anno e la dichiarata finalità di soccorrere vite umane aveva onorato la legge del mare, per cui non si lascia nessuno morire in acqua. Ma ormai appartiene a un’altra era. A sostituirla Triton e poi Sophia, che si concluderà a dicembre 2018. Negli ultimi due anni i fondi impiegati nelle operazioni sono stati ridotti drasticamente, e di conseguenza i mezzi e le risorse, così come gli scopi militari, di contrasto dei trafficanti e sicurezza delle frontiere, hanno prevalso su quelli umanitari.

Quest’anno sarà decisivo per capire che direzione prende il soccorso in mare. Dipende se il dibattito pubblico si orienterà di più verso la difesa dei diritti umani e del diritto di asilo o se gli oppositori di questi diritti, vinceranno”. Secondo Tim Lüddemann di Sea-Watch, il 2018 sarà l’anno in cui si dovrà decidere se affidare i migranti alla volubilità del mare o alla sicurezza dei soccorsi.

Rosy D’Elia
(17 gennaio 2018)

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