Liberi Nantes: al via il nuovo progetto sportivo per le donne migranti

A pochi mesi dal suo decimo compleanno, festeggiato lo scorso ottobre con un 4-0 contro la FC Roma Nord, Liberi Nantes non si ferma e questa volta si mette in gioco con un nuovo progetto tutto al femminile:S(UP)PORT REFUGEES INTEGRATION. Nato in collaborazione con la cooperativa sociale IndieWatch questa iniziativa è un’avventura iniziata circa due settimane fa e che terminerà alla fine dell’anno.

Liberi Nantes, partita al campo XXV Aprile di Pietralata

Il progetto è rivolto a donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo ospiti di centri di accoglienza o residenti in altre strutture, tra cui abitazioni private, di Roma e provincia. Le discipline sportive previste sono touch rugby, atletica leggera, ginnastica posturale, che ha ottenuto il boom di adesioni, e danza-terapia”, spiega David Agnelli, volontario e allenatore di calcio per la squadra maschile, che nel progetto farà da coordinatore degli istruttori. “Questa esperienza che sta per cominciare è ovviamente intrinseca all’identità di Liberi Nantes, che fa dello sport una pratica antirazzista, inclusiva che punta all’integrazione e che è dedicato a tutti, e questo discorso vale anche per le donne. Se fino ad ora non è stato possibile implementare un progetto “al femminile”, è stato anche per la mancanza di risorse, seguire una squadra assorbe molto tempo ed energie”.

Donne: sport come empowerment

Nel coinvolgimento delle donne nello sport occorre sicuramente un’attenzione maggiore: si entra in un altro mondo rispetto a quello maschile, un mondo che presenta delle problematiche con cui ci siamo dovuti confrontare. Molte hanno figli, qualcuna ha più difficoltà negli spostamenti, senza contare anche la presenza di fattori culturali e religiosi. Ma tra le premesse e gli obiettivi del progetto c’è innanzitutto la volontà di far uscire le donne da una concezione stereotipata e portare avanti la nostra visione di universalità dello sport”.

Il progetto prevede il raggiungimento di cento ragazze, un numero ambizioso. Fino ad ora, in due settimane di attività, le adesioni sono state circa 70. Questo numero importante nasce da una campagna di diffusione e presentazione del progetto su tutto il territorio di Roma e provincia, presso associazioni e centri di accoglienza. La sede degli allenamenti è il campo XXV Aprile di Pietralata: “Il fatto che siano le donne a raggiungere noi al campo e non viceversa, è un modo per creare integrazione: farsi carico dello spostamento, prendersi piccole responsabilità, uscire e conoscere il territorio, è una spinta non solo all’autonomia, ma anche a un ripensamento di se stesse all’interno di un contesto di emancipazione” continua David.

Un’opportunità di evasione e socializzazione

Il primo giorno di allenamenti è stato divertentissimo” racconta David, “devo dire che il calcio piace alle ragazze, le vedi recuperare una dimensione fanciullesca. Basta una palla e quando iniziano a correre si divertono, si scaricano. Il nostro obiettivo è proprio ludico-ricreativo, piuttosto che competitivo. Lo sport serve soprattutto per spezzare la monotonia della vita nei centri di accoglienza, che spesso non si occupano di implementare attività di questo tipo. Rispetto alla squadra maschile, che vede spesso il calcio come un’opportunità di riscatto sociale, il gioco delle ragazze è più colorato e leggero“.

A sole due settimane dall’inizio del progetto, è ancora difficile avere una mappatura chiara e precisa del gruppo sportivo: le ragazze sono per la maggior parte nigeriane e molto giovani. “Ancora non conosciamo bene le ragazze. Prima di tutto perché pur firmando un’iscrizione alle attività, non chiediamo alcun documento. Inoltre, in questa prima fase di ambientamento, è importante che mantenere una certa riservatezza rispetto alla sfera privata, anche perché ci rendiamo conto che molte di queste ragazze hanno avuto un passato difficile. Alcune sono arrivate da poco in Italia, ancora non parlano la lingua”.

L’integrazione nello sport per Liberi Nantes coinvolge in parte anche il fattore linguistico: “in campo il più delle volte parliamo in inglese, ma alla fine dopo un po’ si riesce anche a trovare nell’italiano una lingua comune. Non è escluso che in una fase successiva del progetto, coinvolgeremo anche alcune giocatrici italiane di touch rugby”.

Dunque, al momento si spiegano le regole del gioco in italiano, si cerca di parlarlo il più possibile, anche se poi in campo, nel bel mezzo del gioco, si ascoltano un po’ tutte le lingue: francese, inglese e tanti dialetti africani.

Elisabetta Rossi
(11 aprile 2018)

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