I corridoi umanitari per riprendersi la vita

“In Siria - dice Mhafoud - ho perso il 70 per cento degli amici e dei parenti, morti andando a fare la spesa, come mia nonna, o a scuola come i miei cugini di 4 e 9 anni”.

A vedere quei volti di bambini e genitori sorridenti che cantano in coro viva l’Italia, felici di essere “sbarcati” in tutta sicurezza nel nostro paese da un aereo, come persone civili e non animali ammucchiati su un barcone, sembra di assistere a un altro “film”.

L’arrivo dei bambini

Quello che prevede un lieto fine per i settanta profughi siriani giunti oggi a Fiumicino attraverso l’ultimo corridoio umanitario promosso dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), insieme alla Comunità di Sant’Egidio e alla Tavola valdese, in accordo con i ministeri dell’Interno e degli Esteri del governo italiano.

Dei 70 arrivati oggi, 50 verranno presi in carico dalle diaconie valdesi di Piemonte, Liguria e Lombardia, gli altri troveranno “casa” a cura della Comunità di S. Egidio a Roma e a Pisa nella canonica “ristrutturata” del parroco della chiesa di Santa Caterina di Alessandria, don Francesco, venuto ad accoglierli di persona.

Rahim, Jamir e Mustafa

Quando giungo in aeroporto per attendere l’arrivo dei profughi che, ottenuta la protezione umanitaria, stanno sbrigando le ultime  pratiche per il visto, vedo  accanto  a me un ragazzo e una ragazza con dei bellissimi fiori in mano. Sono Riham, e  Jamir, insieme al terzo fratello Mustafa Ahmad, i quali non vedono l’ora di riabbracciare la mamma, Manal, e la sorella più piccola, Rim. La loro è una delle famiglie siriane che oggi si sono ricongiunte “per cominciare – secondo il benvenuto pronunciato dal presidente della Comunità di S. Egidio, Marco Impagliazzo – una nuova vita”,  “Chi viene accolto oggi in Italia – ha detto Impagliazzo nella breve conferenza stampa che si è svolta, poi,  in una sala dell’aeroporto di Fiumicino – rinasce come italiano”.

Una coppia tradizionale con il bambino piccolo

E in effetti la famiglia di Manal, sposa a 14 anni e mamma per la prima volta a 15, oggi  appena trentanovenne, sembra avere le carte in regola per “rinascere”. Riham, la primogenita di 23 anni, riprenderà i suoi studi di economia all’università, Jamir (il bello) rapper e chitarrista, farà qualsiasi lavoretto in attesa di trovare la strada giusta per diventare un vero “artista”, Mustafa che in Siria consegnava pacchi in scooter, non faticherà probabilmente a trovare un altro impiego. Rim la figlia più piccola che di anni ne ha 18 e che è sorda da quando aveva 9 mesi, in seguito, pare, a una diagnosi sbagliata ricevuta in ospedale, forse potrà riuscire a curarsi. “Siamo felici non riesco a spiegare a parole quello che sento” dice Manal tradotta da un mediatore culturale di S. Egidio – mentre è attorniata da un nugolo di giornalisti. Non vede l’ora di andare “a casa”, in quell’appartamento messo a disposizione dalla Comunità a Trastevere, dove i figli più grandi già vivono da qualche tempo e dove potrà cominciare a “riprendersi la vita” – come dice Christiane Groeben, vice presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) dando il suo saluto.

Ad attendere i nuovi arrivati anche Mahfoud, 24 anni, ingegnere meccanico. Arrivato in Italia con un corridoio umanitario da un anno e mezzo, Mahfoud lavora alla reception di un albergo a Fontana di trevi parla inglese, italiano, spagnolo e arabo classico, imparato dalla mamma, maestra di scuola.

Mhafoud con uno dei bimbi neo arrivati

“In Siria ho perso il 70 per cento degli amici e dei parenti, morti andando a fare la spesa, come mia nonna, o a scuola come i miei cugini di 4 e 9 anni”. In Italia è arrivato da solo dopo essere entrato in contatto con la Comunità di S. Egidio in Libano, dove aveva provato in un primo tempo a lavorare. “Ma per i siriani in Libano non c’è più posto – mi dice – ora qui mi trovo bene. Mi sono iscritto anche all’università per diventare  mediatore culturale”.

Naief che fa il pizzaiolo ad Avezzano abbraccia sua moglie che lo ha raggiunto

 

Uno strumento quello dei corridoi umanitari, interamente autofinanziato che dal 2016 ad oggi ha permesso lo “sbarco” in sicurezza di 1500 profughi. A questi si devono aggiungere quelli accolti da Francia, Belgio e Andorra che hanno seguito il modello italiano, facendo registrare un numero complessivo di 2200 arrivi. Ed è ancora la signora Groeben nel suo breve intervento a chiedere all’Europa “l’apertura di nuovi corridoi”. Peccato che il governo italiano appaia intenzionato a muoversi in altra direzione. Il ministro Salvini ha, infatti,  annunciato in questi giorni  la mancata presenza del nostro paese alla riunione del prossimo 10 e 11 dicembre a Marrakech in Marocco, dove i paesi europei sono stati invitati per sottoscrivere il  Global Compact for Migration un documento dell’Onu che incoraggia gli stati a collaborare reciprocamente e ad aprire vie legali per l’immigrazione. “Se ne occuperà il Parlamento” – ha detto il ministro dell’Interno – ma senza accennare a quando e se questo succederà.

Il gruppo degli operatori in una foto ricordo

Richiesto di un parere in proposito, Impagliazzo lancia un appello al Parlamento italiano: ”aspetteremo il pronunciamento del Parlamento – dice – ma dopo esserci tanto lamentati di essere stati lasciati soli dall’Europa, dovremmo partecipare agli incontri con gli altri paesi europei perché da soli non si va da nessuna parte. Abbiamo bisogno degli altri. Faccio appello al Parlamento italiano – conclude – perché  si sbrighi a pronunciarsi”.

Francesca Cusumano

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