Occupazione Via Carlo Felice: lo sgombero programmato

Dopo mesi di lavoro del tavolo interistituzionale, i 70 inquilini dell'occupazione Via Carlo Felice sono stati ricollocati. Un modello possibile nel panorama di sgomberi senza soluzione.

Occupazione di Via Carlo Felice - Foto di Gma
Occupazione di Via Carlo Felice – Foto di Gma

Le operazioni di sgombero programmato dell’occupazione di Via Carlo Felice numero 69 si sono concluse nel pomeriggio di mercoledì 20 febbraio. Nessuna irruzione all’alba, nessuna protesta, nessuna sorpresa: gli inquilini aspettavano di lasciare lo stabile già da fine novembre. 70 persone, 29 nuclei familiari e 22 minori, italiane e straniere, vivevano al civico 69, occupato dal 2004.

“Dice che ci dovrebbero sistemare entro metà mese prossimo. Ma dal 2013 sento che ci vogliono dare una casa. Ho sentito che ci daranno degli alloggi per due anni e che le famiglie con bambini le lasciano nel quartiere perché vanno a scuola. Se ce la danno, è come un vincita!”, diceva Fabio a ottobre 2018 quando un tavolo istituzionale era già all’opera.

E così è stato. Dopo il censimento, gli inquilini sono stati inseriti in una graduatoria sulla base del reddito e degli elementi di fragilità: alcuni sono stati ricollocati nelle strutture del Comune o dell’Ater Regione Lazio, altri nelle strutture della società della Banca di Italia. Per due anni pagheranno solo le utenze.

Edificio occupato in Via Carlo Felice - foto di gma
Occupazione Via carlo felice – Foto di Gma

Occupazione Via Carlo Felice: sgombero programmato, un modello possibile

“Tutti gli interessati hanno già sottoscritto un progetto di inclusione sociale. Per tutta la durata delle operazioni sarà presente la Sala Operativa Sociale di Roma Capitale, svolgendo attività di mediazione e aiuto”, così si legge in una nota pubblicata sul sito del Comune di Roma. “Le strutture in cui si trasferiranno gli ex occupanti garantiranno ai minorenni la possibilità di continuare la scuola e a tutti quella di mantenere normalità quotidiana e abitudini”.

Anche se i tempi si sono allungati, le promesse sono state mantenute. E tra gli sgomberi senza soluzione a cui Roma si sta abituando, la formula applicata all’occupazione di Via Carlo Felice è stata un’eccezione e può diventare un modello da adottare per le prossime operazioni: “un nuovo modo di intervenire sulle situazioni di occupazione è possibile, rovesciando la prospettiva e partendo dalle garanzie per il rispetto dei diritti delle persone per arrivare al rispetto del principio di legalità”, scrive Sabrina Alfonsi, presidente del Municipio I, sul suo profilo Facebook.

Il risultato è frutto di un lavoro congiunto di mesi a cui hanno partecipato il Comune di Roma, la Regione Lazio, e la Sidief, la società che gestisce gli immobili di proprietà della Banca d’Italia.

Proprio la Sidief potrebbe avere avuto un ruolo chiave: nel documento di bilancio del 2017 dava un messaggio chiaro. “La Società ha ripetutamente chiesto alle istituzioni interessate l’avvio di un tavolo congiunto per l’individuazione di un percorso condiviso per addivenire in tempi estremamente ravvicinati alla liberazione del proprio immobile, manifestando la propria disponibilità a collaborare nella ricerca di soluzioni alloggiative per i nuclei familiari presenti nello stabile di via Carlo Felice 69″.

 

Edificio occupato in Via Carlo Felice - foto di gma
Via Carlo Felice – foto di gma

Occupazione di Via Carlo Felice: gli inquilini dello stabile

Lo stabile rientrava tra gli immobili pericolanti con rischio per l’incolumità degli occupanti ed era il primo nella lista dei palazzi da sgomberare nel Piano di attuazione del programma regionale per l’emergenza abitativa per Roma Capitale, firmato dall’ex commissario straordinario Francesco Paolo Tronca nel 2016.

“Noi teniamo pulito, ma è tutto rotto. È un macello”, diceva Nasser a ottobre 2018 percorrendo a fatica le scale del palazzo. Ha tutte le caratteristiche per essere definito un inquilino fragile: 69 anni, malato di cuore, vive con una pensione minima di 453 euro. “Mi sono operato alla carotide e sono passato dall’ospedale a qua. Questo posto me l’hanno indicato gli assistenti sociali. Come faccio a permettermi una casa? Prima vivevo da un amico, ma poi è partito. Io non voglio tornare in Tunisia, sono collegato con l’ospedale e con il medico, ho speso tutta la mia vita qui”.

Anche dalla strada è ben visibile il contrasto tra il ponteggio di contenimento e la facciata signorile di fine Ottocento, nel 1989 il palazzo era stato liberato proprio per lavori di consolidamento. Da quando nel 2004 ACTION ha occupato lo stabile, uomini e donne sole, famiglie italiane, eritree, sudamericane, tunisine, rumene, persone di tutto il mondo hanno trovato uno spazio di casa negli appartamenti dove hanno vissuto fino al 1989 i dipendenti della Banca d’Italia.

In una stanza grigia e avvizzita, a contrasto con la pulizia delle parti comuni, Nasser aveva creato il suo spazio di casa, in cui ha trascorso le giornate con un pensiero fisso: “Vivo sempre con i vestiti nelle valigie, ho paura che ci mandino via”.

Nasser è andato via senza azioni improvvise e potrà disfare le valigie. Il palazzo è tornato a essere vuoto ed è presidiato per evitare che qualcuno occupi di nuovo: a breve partiranno i lavori di messa in sicurezza. Anche a Roma una soluzione, per tutti, qualche volta è possibile.

Rosy D’Elia
Fotografie di gma
(20 febbraio 2019)

Leggi anche: