Attentato in Nuova Zelanda: la fiaccolata a Centocelle

La comunità musulmana del quartiere Centocelle si è riunita per condannare a viva voce ogni forma di razzismo: “Non vogliamo tornare indietro, vogliamo andare avanti. Oggi abbiamo una grande responsabilità verso il nostro Paese: non dobbiamo permettere di farci dividere da chi ci vuole l’uno contro l’altro”. L’imam della moschea di Centocelle Mohamed Ben Mohamed si rivolge così al numeroso gruppo di persone che martedì 19 marzo ha riempito il piazzale antistante la stazione della metropolitana “Mirti”, nel cuore del quartiere Centocelle. Tramite un passaparola su whatsapp, l’imam ha invitato gli abitanti del quartiere a radunarsi e pregare per le vittime dell’attentato di matrice razzista avvenuto il 15 marzo in due moschee a Christchurch, Nuova Zelanda, in cui hanno perso la vita 50 persone. Alle 18,30 le candele, sistemate a formare la scritta No racism, sono pronte per illuminare la piccola piazza. Dopo una mezz’ora, i più giovani iniziano ad accenderle e ognuno prende in mano una fiaccola.

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Fiaccolata a piazza dei Mirti

Donne e uomini di ogni età: c’è chi fa parte della comunità musulmana del quartiere, chi invece in quel quartiere c’è nato e ci vive da sempre. “Siamo qui per un messaggio di solidarietà alle vittime dell’attentato”, spiega Emilia, “nel quartiere si vive in pace con le comunità straniere, non mi è mai capitato di assistere ad atti o manifestazioni islamofobe”. Le signore attorno a lei annuiscono. Ha invece paura del crescente clima islamofobico Iman, giovane musulmana che frequenta l’università e che è arrivata alla fiaccolata con due amiche: “l’islamofobia mi fa paura, porta ad atti di terrorismo; i fanatici infatti non sono solo musulmani: sono in ogni parte del mondo e quello avvenuto in Nuova Zelanda è un atto terroristico, come lo è stato quello a Charlie Hebdo”.

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la comunità si stringe attorno alle vittime di Christchurch

“Quello che mi ha spaventato di più è stato leggere i commenti di odio sui social, interviene Ilham, sua amica, “mi fa paura pensare che molte persone hanno dipinto questo terrorista come eroe. Io credo che le forze dell’ordine dovrebbero intervenire e indagare su chi scrive certi commenti, perché i pensieri e le parole possono facilmente trasformarsi in atti”. “I media hanno un ruolo importante”, continua Samar, “i giornali associano la parola terrorista solo ai musulmani”. E lancia un messaggio: “Io voglio dire soltanto che chi ha fatto questo attentato non ha colpito solo i musulmani, ma tutta l’umanità”.

A testimoniare il legame forte tra la comunità islamica di Centocelle e le istituzioni -religiose e non – del quartiere, la presenza accanto a Mohamed Ben Mohamed di diversi rappresentanti, tra cui il deputato del PD Matteo Orfini, il vice Presidente del V Municipio Mario Podeschi, Herbert Anders, pastore della Chiesa Battista di Roma Centocelle, Don Mario, parroco della Chiesa San Felice da Cantalice, la Comunità di Sant’Egidio, l’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia) e Monica Papa, rappresentante dei commercianti di via dei Castani. Negli interventi è stato espresso sgomento per questa strage terroristica, definita “crimine contro l’umanità”, e un augurio sincero affinché le comunità possano restare unite per contrastare insieme il razzismo, l’odio e le paure per non tornare indietro alle epoche più buie della storia.

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L’imam della moschea al-Huda di Centocelle, Mohamed Ben Mohamed

Come combattere uniti? “Il vero problema è l’ignoranza, va contrastata”, dice Ilham. “La storia deve insegnare”, continua Samar. “La conoscenza reciproca: il sincretismo religioso ha portato splendore nel passato”, afferma Emilia.
“Prima di tutto dobbiamo cambiare noi, e i nostri pensieri”. Ryan, 29enne bangladese, è alla fiaccolata con Ripon, 44 anni, entrambi in Italia da circa 7 anni. Vivono insieme, Ripon considera Ryan il suo fratello minore; da anni abitano nel quartiere, frequentano la moschea, e dicono di essersi sempre sentiti al sicuro a Roma. Lavorano, hanno amici, parlano un buon italiano e sono alla manifestazione per dire che “chi ha fatto questo non è un essere umano” e che “non sono morti solo 50 uomini, ma molti di più. Perché quando muore una persona, tutta la sua famiglia muore dentro”.

Ripon e Ryan, bangladesi, esprimono solidarietà alle vittime dell’attentato

Elisabetta Rossi
(20 marzo 2019)

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