ONG nel Mediterraneo: ancora o boomerang?

ONG nel Mediterraneo: che cosa comporta onorare, oggi, l'antica legge del mare per cui non si lascia nessuno morire in acqua? Le risposte di Beppe Caccia, Mediterranea, e Michelangelo Severgnini, autore di Exodus.

 

Ong nel mediterraneo seawatch – Photo Nick Jaussi Sea-Watch

Si parte meno e si muore di più: così è cambiato il panorama del mar Mediterraneo negli ultimi anni. La Marina Militare italiana è sempre meno impegnata nelle operazioni di soccorso, l’Europa riveste il ruolo di grande assente e le ONG hanno vita sempre più difficile, ma continuano a garantire la loro presenza colmando un vuoto.

Con la decisione di entrare nel porto di Lampedusa, 16 giorni dopo aver soccorso 52 persone a largo della Libia e senza aver ottenuto l’autorizzazione allo sbarco, Carola Rackete ha imposto a tutta l’Europa di rivolgere lo sguardo al Mediterraneo e ha spinto a una riflessione: che cosa comporta onorare, oggi, l’antica legge del mare per cui non si lascia nessuno morire in acqua?

La risposta arriva da più fronti: quello di terra, di Michelangelo Severgnini, autore del lavoro audio-documentaristico Exodus, che si trova al confine della Libia, e quello di mare, di Beppe Caccia, capo missione dell’ultima missione a bordo della nave Mare Jonio dell’ONG Mediterranea saving humans.

Come è cambiato il ruolo delle ONG nel Mediterraneo?

BEPPE CACCIA: “La criminalizzazione dell’attività di soccorso non governativa nel Mediterraneo Centrale ha lacerato, forse irreparabilmente, un tessuto di cooperazione e, talvolta, vera e propria integrazione che si era creato tra Marine e Guardie costiere europee, da una parte, e ONG umanitarie impegnate in mare con i propri assetti, dall’altra. Questo era il patrimonio degli anni tra il 2013 e il 2016, quelli dall’operazione Mare Nostrum in poi, dilapidato dalle politiche degli ultimi due governi italiani, e dal complice silenzio degli altri esecutivi europei.

Oggi le navi della società civile nel Mediterraneo suppliscono di fatto all’assenza di chi dovrebbe invece essere impegnato, con mezzi più appropriati, in una grande operazione di monitoraggio e salvataggio in mare, e a terra, dalla Libia verso i Paesi UE, di evacuazione delle persone a rischio. Organizzazioni come Mediterranea, Sea Watch, Sea-Eye e Open Arms, pur contrastate in ogni modo e spesso in spregio del diritto marittimo internazionale dai governi, sono gli unici testimoni della permanente violazione dei diritti umani che si compie in Libia come nel nostro mare. E, in molti casi, una delle poche possibilità di sopravvivenza e successo nella fuga per donne, bambini e uomini che cercano di scappare dall’inferno libico”.

Quali sono le conseguenze della loro presenza in mare?

MICHELANGELO SEVERGNINI: “L’assenza di una missione europea di salvataggio nelle acque mediterranee è una grave lacuna. Tuttavia, da quello che il lavoro di Exodus ha potuto raccogliere in questo ultimo anno, l’attività delle Ong in mare, pur salvando vite, ha avuto una serie di impatti collaterali che hanno aggravato la situazione anziché migliorarla. Dobbiamo prima capire cosa succede sul campo. La Libia non è più il paese di Gheddafi, dove le violazioni sui migranti erano tutto sommato sporadiche, anzi la maggior parte di loro era integrata nella società libica. Ormai la Tripolitania da anni è in mano a milizie che controllano il territorio e assicurano il potere a Sarraj in cambio di impunità e accesso ai mercati internazionali.

Trovo singolare che nonostante le migliaia di migranti salvati, le Ong non abbiano messo a fuoco questo cambio di paradigma avvenuto in Libia e in 3 anni non siano riuscite ad elaborare una strategia che includesse una liberazione ed una evacuazione sul campo dei migranti in Libia. Cosa non facile, ma nemmeno messa in agenda, nonostante i numerosi appelli dei migranti che Exodus ha ricevuto e riceve. Non solo, con la consuetudine di salvare i migranti fin dentro le acque libiche o comunque al limite tra queste e le acque internazionali (cioè, nemmeno a un quinto del percorso fino alle coste italiane) i Libici, interessati solo ai guadagni, hanno dato il via alla stagione dei gommoni sgonfi, vere e proprie bare galleggianti, trappole mortali per chi si mette in mare, che si deformano dopo poche miglia e affondano con il loro carico umano. Le numerose testimonianze raccolte inoltre, almeno per quanta riguarda i migranti economici dall’Africa occidentale, ci dicono che le mafie africane hanno usato tutta la propaganda delle Ong per “vendere” meglio il viaggio verso l’Europa, di fatto un raggiro, perché invece dei 3 mesi promessi per arrivare a destinazione, i migranti, una volta in Libia, si sono ritrovati con le catene ai polsi, venduti come schiavi”.

Si parla delle ONG nel Mediterrano come di ostinazione o presenza politica, cosa risponde Mediterranea?

BEPPE CACCIA: “Siamo nati per fare semplicemente ciò che è giusto. Perché era arrivato il momento in cui una nave con bandiera italiana, armata da una piattaforma larga e trasversale della società civile italiana, solcasse le acque del Mediterraneo Centrale per denunciare quanto stava e sta succedendo. La straordinaria risposta di ampi settori di cittadinanza nel nostro Paese a sostegno della nostra esperienza, e ancor più l’amplissima reazione di questi ultimi giorni a fianco delle scelte compiute dalla Comandante Carola Rackete, dimostrano come l’Italia non possa essere rappresentata solo dal volto truce di chi propaganda odio.

Crediamo che questa sia certo politica, nel senso più pieno e migliore del termine, cioè quella cosa che non ha a che fare con la strumentalizzazione delle paure per costruire consenso e accumulare potere, ma con le ragioni più profonde della convivenza umana e civile“.

Cosa fare affinché l’Europa non sia grande assente?

BEPPE CACCIA: “Come per il nostro Paese, un’altra Europa, ben diversa dalle scelte timide, ipocrite o criminali dei governi, è già in marcia. La esprimono molto bene le città accoglienti e solidali che, da Berlino a Palermo, da Amsterdam a Napoli, da Barcellona a Bologna e Milano, hanno offerto la disponibilità a farsi carico da subito delle persone salvate in mare a cui qualcuno voleva chiudere i porti e impedire lo sbarco.

Non è un caso: il coraggio dimostrato in questi anni dai migranti disposti a battersi per i propri diritti, insieme a tante esperienze di associazionismo, volontariato e cooperazione sociale, e insieme a molti governi locali, hanno fatto delle nostre città il laboratorio reale di politiche alternative dell’immigrazione, capaci di promuovere nei fatti inclusione sociale e riconoscimento dei diritti di tutte e tutti. La condivisione solidale degli oneri dell’accoglienza e dei processi d’integrazione è già una realtà a questo livello, da cui governi e istituzioni sovranazionali avrebbero molto da imparare. Per questo, per Mediterranea, è fondamentale la costruzione quotidiana di ponti tra mare e terra. Perché solo così potremo conquistare un continente degno di essere abitato”.

MICHELANGELO SEVERGNINI: “Occorre che tutti si rendano conto che il governo Sarraj, facendo da ombrello alle milizie, si è candidato ad essere il più inumano governo in Libia dai tempi di Rodolfo Graziani. Pertanto, vanno prese posizioni inequivoche da un punto di vista politico e di diplomazia, mettendo in discussione persino il riconoscimento dell’ONU.

Infine, occorre de-militarizzare il confronto politico, esattamente il contrario di ciò che, Ong da una parte e Salvini dall’altra, stanno facendo, ed adoperarsi per l’evacuazione dei migranti dalla Libia. Ciò implica l’impiego di aerei, dal suolo libico verso l’Europa, verso paesi terzi e persino verso i Paesi d’origine, visto che una grossa parte dei migranti in Libia, quelli economici, ingannati dalle mafie africane che li hanno venduti ai Libici, dopo anni di sofferenza, desiderano solo tornare a casa”. 

Rosy D’Elia
(3 luglio 2019)

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