L’alfabeto delle parole che ci mancano: “u” di umanità

Il silenzio che offende – L’alfabeto delle parole che ci mancano” è un progetto della redazione di Piuculture nato dalla considerazione di quanto le parole siano importanti, esprimano e formino il pensiero, rivelino e modellino comportamenti. Dobbiamo essere preoccupati di quel linguaggio fatto di povertà di pensiero, carico di violenza e stereotipi, che domina il dibattito pubblico sull’immigrazione e non solo.

Da qui è partita l’idea di ricercare parole il cui uso possa costituire una barriera al dilagare di quel linguaggio. Ricerca che ha portato alla costruzione collettiva di un Alfabeto ragionato delle parole che circolano poco nella narrazione delle migrazioni. L’ambizione è di contribuire a una campagna culturale in cui coinvolgere scuole, associazioni, testate giornalistiche.

I primi a collaborare sono stati gli studenti della III E del liceo Pilo Albertelli che hanno realizzato delle interviste parallele, a un italiano e a uno straniero, sulle parole scelte per comporre l’alfabeto delle parole che ci mancano. Pubblichiamo settimana dopo settimana le interviste realizzate. Oggi la parola dell’alfabeto è Umanità: ne parlano Gabriel Baudet Vivanco, cileno, e Stefano Caccialupi, italiano, intervistati dalle studentesse Chiara di Fabio e Chiara Altamura.


È una parola che assume valore quando viene umiliata. Rimanda all’importanza della relazione: cooperazione, condivisione, accoglienza ci rendono umani. I Diritti Umani, sanciti dalla Dichiarazione Universale del 1948, non trovano sempre applicazione nelle leggi, che guardano piuttosto al cittadino. Ma chi non ha cittadinanza o documenti?

 

Umanità, ingrediente della politica

Gabriel Baudet Vivanco è un nonno premuroso, vissuto nel periodo della dittatura cilena. Architetto di formazione, ha lavorato nella cooperazione per quaranta anni. Una vita basata sulla politica, da lui concepita nel vero e proprio senso della parola, ossia l’operare per il bene della città e dei cittadini.

Lei è un nonno, che rapporto ha con i suoi nipoti?
Buonissimo. La mia generazione ha vissuto l’impegno politico in prima persona e questo ha fatto sì che io abbia avuto pochissimi rapporti con i miei figli e pochi momenti di condivisione con loro. Essendo vissuto nel periodo della dittatura, quando era appena iniziata, spesso non ero a casa e anche per questo motivo ci siamo trasferiti in Italia. Con i miei nipoti, invece, è fantastico, faccio con loro molte cose che non ho fatto e che avrei voluto fare con i miei figli, ma con meno responsabilità: quelle se le prendono i genitori.
L’unica cosa che mi dispiace è essere diventato nonno adesso perché i miei nipoti sono molto piccoli, hanno sette e nove anni. La nostra generazione faceva i figli da giovani: mi sarebbe piaciuto essere un nonno più “sprint”.

Se le dicessi la parola “umanità” a lei cosa verrebbe in mente?
Tantissime belle parole: solidarietà, comprensione, generosità, accettazione ma anche partecipazione. L’umanità non vista come un gruppo di persone ma come una questione sociale, come un qualcosa che è rispetto agli altri.

Nella sua vita cosa ha rappresentato la parola “umanità”?
Questa parola nella mia vita è stata molto presente senza che me ne sia reso conto. Già quando avevo venti anni, e sono entrato in politica, relazionandomi con gli altri sperimentavo l’umanità. Oggi, invece, molte volte accade di “fare politica” utilizzando i social, perdendo il senso di una vita politica e sociale vera.

 

Secondo lei è importante mantenere il valore dell’umanità nella nostra società?
L’umanità dovrebbe essere il pilastro della nostra società e la base per vivere meglio con gli altri. Umanità significa anche uguaglianza e non guardare con disprezzo chi appartiene a una classe inferiore. L’umanità non è buonismo: il buonismo dura due secondi.

Nel suo paese l’umanità ha lo stesso significato che qui in Italia?
Io sono emigrato dal Cile circa quaranta anni fa e lì, negli ultimi anni, sono tornato più volte. Sicuramente sono cambiate molte cose da quando sono partito. Il Cile è un Paese che dopo la dittatura è stato colpito da una grandissima umanità. È diventato però anche un paese ricco e di conseguenza, come tutti i Paesi ricchi, egoista. Nel corso degli anni si è sviluppato un clima razzista e anti-migrante, non sono state rispettate più le regole che dovrebbero essere presenti in tutti i paesi che garantiscano una stabilità. Umanità, infatti, significa porre tutti nella stessa condizione. È un sistema che funziona.

In Cile c’è qualche altra parola che esprima il concetto di umanità?
È la stessa. L’America Latina dal punto di vista culturale è europea. Le questioni sono simili. Il problema continua a essere l’economia e la ricchezza. Infatti, maggiore è la ricchezza, maggiore è l’egocentrismo. La ricchezza condiziona molto le scelte morali di una persona. Si tende sempre a trovare delle giustificazioni per difendere i propri valori e ciò è terribile.

Secondo lei nei paesi di guerra o in paesi colpiti dalla povertà questa parola rappresenta il cardine della società?
Secondo me nel mondo d’oggi c’è umanità solo da parte di chi subisce. L’umanità è reagire contro qualcosa. Molto spesso si finisce in una ragnatela da cui non si riesce a uscire, ciò non significa che bisogna arrendersi. Le cose cambiano ma la memoria deve essere un fondamento. I giovani sono la fonte della memoria, non gli anziani. Ricordare è un gesto di umanità.


 

Umanità, alla fine, è ballare

Stefano Caccialupi, figlio di diplomatico, nella sua vita ha viaggiato molto trasferendosi continuamente in città diverse. Vive a Roma da cinquant’anni, è un nonno in pensione e ha due splendide nipotine di cinque e sette anni. Con loro ha un bellissimo rapporto: “le ho viste crescere e sono cresciuto con loro. I bambini hanno un mondo fatto di casette e alberi. Mi hanno abituato ad aggiungere un po’ di fantasia alla vita”.

Cosa le viene in mente se le dico la parola “umanità”?
Vedo due aspetti: uno più letterale, come l’insieme delle persone e uno più sentimentale, il rapporto tra uomini. Io sono stato “immigrato” molte volte nella mia vita: a 3 anni mi sono trasferito a Budapest, a 10 a Madrid, a 12 a Bruxelles, a 17 a Parigi, a 25 a Buenos Aires e a 30 a Mogadiscio. Da bambini il mondo è più facile e cercavo sempre di integrarmi. Per esempio a Buenos Aires ho sentito molta umanità, ho imparato a ballare, questo è sostanziale. Si deve ballare nella vita. Alla fine posso dire che umanità è qualsiasi rapporto con chi ci sta intorno.

Nella società moderna esiste l’umanità secondo lei?
“L’umanità esiste sempre: potenzialmente c’è in tutti, bisogna solo trovarla e tirarla fuori. Lo sforzo più grande che deve fare l’uomo è capire prima l’altro. A me infatti piace parlare guardando negli occhi le persone. Questo mi ha aiutato quando ho avuto la fortuna non solo di visitare tre continenti, ma anche di viverli. Oggi è più importante che mai: c’è molto movimento sulla Terra”.

Secondo lei il concetto di umanità è percepito dappertutto allo stesso modo?
“È una domanda molto difficile, l’umanità, come ho detto, è dentro di noi. La nostra umanità è la somma di tutto ciò che ci è stato dato dalla nostra famiglia. Il primo gradino è intendersi e faticare per farlo”.

Lei cosa ne pensa della definizione data dal vocabolario di Piuculture di “Umanità”?
Sicuramente chi non ha cittadinanza e documenti è umano lo stesso (ride). Lo sforzo maggiore deve essere da parte di chi deve essere accolto per cercare di comprendere appieno la società in cui si trova.

Esiste un sinonimo della parola umanità secondo lei?
Non riesco a trovarlo, è una parola talmente vasta che di sinonimi se ne trovano tanti e allo stesso tempo nessuna parola rende lo stesso concetto. Per stare bene insieme, secondo me è importante il sapere ballare insieme: è un momento di relax e godimento della vita. È umano perché stai con altra gente, però sei tu che ricevi tranquillità. Quindi l’umanità è stare insieme e alla fine… ballare!


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