Ripa dei Settesoli: l’inclusione sociale senza distinzioni

Ripa
Ripa dei Settesoli: Padre Massimo
Sabato 13 ottobre il Convento di San Francesco a Ripa, nel pieno centro di Trastevere, ha aperto le porte al pubblico per illustrare il progetto “R.I.P.A. (Rinascere Insieme Per Amore) dei Settesoli”, nato nel 2011 al fine di offrire accoglienza a giovani dai 18 ai 35 anni, italiani o stranieri, esposti ad alto rischio di marginalità sociale. Non importa che siano migranti abbandonati al proprio destino grazie ai due decreti Salvini, neo-maggiorenni usciti dalle case famiglia, ex detenuti, senza fissa dimora o persone in difficoltà economiche e sociali.Se la casistica di marginalità che affligge gli ospiti del convento è ampia, lo scopo, spiega padre Massimo, è unico e uguale per tutti: “accompagnare le persone a diventare protagoniste della propria storia”, aiutandole a “fare dei passi in vista di un’inclusione sociale, nuova per chi viene per la prima volta nel nostro Paese, rinnovata per chi c’era già e ha perso qualche anello della catena”.“Ripa dei Settesoli”, che negli anni è riuscito ad estendersi fuori dal contesto romano coinvolgendo il Convento di Sant’Angelo a Valmontone, offre non soltanto una Casa di accoglienza ma, grazie all’impegno dei molti volontari che affiancano i frati con passione e competenza, anche servizi essenziali ai fini del reinserimento sociale: corsi di italiano e supporto scolastico, formazione professionale, programmi di reinserimento lavorativo, assistenza sanitaria e legale. Tutto nel pieno rispetto delle singole storie e identità culturali e, soprattutto, senza porre limiti di tempo, nella convinzione che ogni percorso verso l’autonomia è differente e va intrapreso senza fretta.La grande tavola del refettorio, in cui ogni sera frati, ospiti e volontari siedono insieme condividendo cibo e tempo, simboleggia nel modo più compiuto lo spirito del progetto. Lazzaro, che di giorno lavora in un’azienda agricola come raccoglitore di olive, racconta come per lui sia importante, al termine della giornata, sedersi a cena “tra amici e in famiglia”, e magari anche preparare da mangiare per tutti quando arriva il proprio turno in cucina.Raja, giovane pakistano per 5 anni è stato ospite del convento, è uno dei molti che ce l’ha fatta: “adesso gestisco un bed & breakfast e tra poco me ne vado a Manchester per 6 mesi con il Torno Subito. Oggi sono qua perché mi fa piacere tornare: mi sento a casa”.

Silvia Proietti(15 ottobre 2019)

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