Rapporto dell’Unhcr sugli apolidi, persone “invisibili”

Mancava una firma su un documento che mia madre non sapeva si dovesse chiedere perché io la potessi accompagnare in Italia dove lei sarebbe rimasta a lavorare. Così quando sono arrivato con lei dall’Estonia, 13 anni fa, ho perso la cittadinanza di appartenenza e ho cominciato a vivere in un horror, un incubo kafkiano, sono diventato una “non persona”.

Mi è stato chiesto di specificare quale fosse il mio Paese in un modulo della banca. Ho comunicato di essere apolide. Hanno cominciato a cercare un Paese che si chiamasse “Apolide” o “Apolidia” nella lista di Paesi disponibili e non hanno trovato nulla”.

Dari, apolide dall’Estonia ha perso la sua cittadinanza d’origine

Quelle di Dari, apolide di provenienza estone in Italia, e di Meimuna che vive in Spagna, ma è nata in uno dei campi rifiugiati in Algeria  al confine col Marocco, sono solo due delle incredibili storie di persone senza una cittadinanza, e dunque senza nazionalità e accesso ai diritti fondamentali, raccolte nel report “L’impatto dell’apolidia sull’accesso ai diritti umani in Italia, Portogallo e Spagna”. Il dossier, realizzato dall’ufficio regionale per il Sud Europa dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati, è stato presentato il 14 novembre alla Casa del Cinema.

Il problema è che mentre nel mondo sono circa 10 milioni gli apolidi, in parte nati e cresciuti nel paese in cui vivono da “invisibili”, la maggior parte delle persone ignora persino il significato di un termine che porta con sè una condizione di grave impedimento a vivere una vita normale.

Un apolide ha meno diritti di un immigrato

Un apolide, alfa privativo e  polis, in greco città, significa appunto “senza città”. É una persona che non può:

  •  muoversi liberamente per viaggiare,
  • ottenere diplomi e attestati finali dopo la scuola dell’obbligo per poter accedere agli studi superiori,
  • per motivi burocratici ad essere assistito dalla  sanità pubblica,
  • votare,
  • avere un lavoro,
  • aprire un conto in banca,
  • comprare una casa 
  • sposarsi.

“Un incubo” come lo ha definito lo stesso Dari, che ha partecipato alla presentazione del dossier, insieme ai rom Francesco e Najad.Senza una carta d’identità non hai diritti perchè non appartieni a nessuno stato. “Vieni tollerato” spiega Dari “e dipendi dai favori che i singoli stati decidono di accordarti, chiudendo un occhio sul tuo stato di illegalità”. Solo dopo 13 anni di attesa, Dari è riuscito ad avere almeno lo status di apolide. In tutto questo tempo gli erano stati rilasciati permessi di soggiorno rinnovabili di 6 mesi che non gli consentivano di lavorare e che hanno ritardato la possibilità di presentare domanda di naturalizzazione, dal momento che inizialmente non poteva soddisfare il requisito relativo al reddito. Una volta ottenuto lo status, invece, ha potuto laurearsi in Economia all’Università Bocconi di Milano e ha trovato lavoro presso l’impresa artigiana della madre che continua ad avere la cittadinanza estone.  “ Il riconoscimento ufficiale dell’apolidia” ha spiegato  Dari “consente di avere i documenti. Ma si tratta solo di un primo passo. In seguito mi sono dovuto scontrare con il muro di rigetto delle persone che quando sentono che sei apolide si voltano dall’altra parte come se avessi una malattia contagiosa”.

Nelson, apolide in Portogallo

Motivi per “ritrovarsi” apolidi

Le leggi sulla cittadinanza di almeno 20 Paesi nel mondo contengono disposizioni discriminatorie che comportano la negazione o la privazione arbitraria della cittadinanza sulla base di etnia, razza, lingua o religione, mentre almeno 25 Paesi mantengono leggi sulla cittadinanza che non consentono alle donne di trasmettere la propria cittadinanza ai figli come invece possono fare gli uomini. Anche i conflitti fra le norme sulla cittadinanza di Stati diversi possono far sì che una persona diventi apolide da un momento all’altro, con la trasmissione della “malattia contagiosa” da una generazione all’altra.

La dissoluzione dell’Urss e della Repubblica Iugoslavia

Un’altra causa di apolidia per migliaia di persone è stata la dissoluzione dell’Unione Sovietica e  della Repubblica Socialista Federale di Iugoslavia. I nuovi stati indipendenti, che sono sorti da quelle ceneri, hanno potuto definire con nuove leggi chi avesse diritto alla cittadinanza: escludendo arbitrariamente tutti coloro che non soddisfacevano i nuovi requisiti. Spesso sono le  tortuose procedure burocratiche, difficili da seguire  per chi non sia particolarmente informato, che non consentono di acquisire la cittadinanza nei tempi previsti: la mancata registrazione della nascita, per molti rom, o la mancata richiesta della cittadinanza al compimento dei 18 anni, come nel caso affrontato nel dialogo con Nedzad, rendono estremamente difficile individuare il legame con uno Stato e dimostrare il proprio diritto al riconoscimento della nazionalità.

“Di fatto il percorso dell’apolide – ha spiegato  l’avvocato Paolo Farci, esperto di apolidia e membro del Tavolo Apolidia, è simile a quello dei rifugiati e richiedenti asilo ma con meno diritti.  Perché l’immigrato o rifugiato ha un paese di partenza dove in teoria potrebbe tornare o essere rimpatriato, mentre chi non ha nazionalità non può restare, né tornare da dove è venuto.”

Il rapporto dell’Unhcr sull’apolidia in Italia, Portogallo e Spagna

I due principali strumenti normativi internazionali in materia di apolidia sono la Convenzione relativa allo statuto delle persone apolidi del 1954 e la Convenzione sulla riduzione dell’apolidia del 1961. Solo l’Italia rispetto agli altri due paesi presi in esame – si legge nel rapporto – ha previsto disposizioni per facilitare l’accesso degli apolidi alla naturalizzazione, come previsto dalla Convenzione internazionale del 1954. Gli apolidi possono avvalersi di due differenti procedure, una amministrativa, l’altra giudiziaria. Ma in ogni caso si tratta di procedure che richiedono tempi molto lunghi.

La mancanza di appartenenza trasmessa anche alle nuove generazioni.

Così, in  assenza di un riconoscimento formale dell’apolidia, la mancanza di appartenenza viene trasmessa anche alle nuove generazioni. Ciò vuol dire che molte di queste persone, sebbene siano nate e cresciute in Italia e non ne abbiano mai oltrepassato le frontiere, non sono titolari di alcuna cittadinanza. Il loro matrimonio non può essere registrato. In linea di principio, possono riconoscere i propri figli, ma devono fare affidamento sulla presenza di testimoni e affrontare  complessi passaggi burocratici.

Foto: Olmo Calvo per ACNUR

I dati ufficiali

Secondo i dati ufficiali attualmente in Italia la popolazione apolide conta 822 persone formalmente riconosciute, ma si stima che vi siano dalle 3.000 alle 15.000 persone apolidi o a rischio di apolidia che al momento vivono nel Paese. Molte di queste sono membri delle comunità rom originarie dell’ex-Iugoslavia che si sono stabilite nel nostro paese alcuni decenni fa ai tempi della guerra nei balcani. Il resto della popolazione apolide è composto principalmente da persone originarie dell’ex Unione Sovietica, dei Territori Occupati palestinesi, della Cina della regione del Tibet, di Cuba, dell’Eritrea e dell’Etiopia.

I bambini figli di apolidi

In Italia, ai figli di apolidi privi di documenti viene rilasciato un certificato di nascita dall’ufficiale di stato civile. Ma non posseggono nulla che dimostri o confermi la loro cittadinanza e non possono beneficiare delle salvaguardie contro l’apolidia alla nascita, in vigore in tutti e tre i Paesi dell’Europa meridionale esaminati dal rapporto, perchè i loro genitori non sono stati formalmente riconosciuti apolidi. Solo al compimento dei 18 anni  potrebbero acquisire la cittadinanza dopo aver trascorso tutta l’infanzia nel “limbo” dell’apolidia pur essendo nati e cresciuti a Roma, come risulta dall’intervista a Najad.

Le procedure per la determinazione dell’apolidia

La Spagna e l’Italia sono fra i pochi Paesi su scala mondiale ad aver istituito meccanismi dedicati all’identificazione delle persone apolidi e al riconoscimento formale del loro status – le cosiddette procedure di determinazione dell’apolidia – mentre il Portogallo non ha posto in essere alcuna procedura specifica.

Le modalità di acquisizione della cittadinanza nei quadri normativi di riferimento italiano, portoghese e spagnolo si riferiscono prevalentemente al principio dello jus sanguinis – per cui la cittadinanza è conferita principalmente per discendenza. Ma le norme esistenti prevedono che la maggior parte dell’onere della prova, debba essere a carico di chi presenta la domanda. Dunque il richiedente deve  presentare documentazioni o certificazioni indisponibili o difficili – se non impossibili – da ottenere. È quanto avviene anche in Portogallo, dove le difficili procedure esistenti relative alla naturalizzazione e all’acquisizione della cittadinanza, la scarsa conoscenza e le competenze limitate in materia di apolidia fra i professionisti del settore legale, fanno sì che un numero molto ridotto di apolidi riesca effettivamente ad acquisire la cittadinanza portoghese. La maggior parte della popolazione apolide è arrivata in questo paese – documenta l’Unhcr – o discende da persone originarie delle ex colonie portoghesi: Angola, Capo Verde, Guinea Bissau, Mozambico, Sao Tomè e Principe. In molti casi queste persone hanno fatto ingresso nel paese regolarmente e in possesso di un documento d’identità, ma in seguito si sono ritrovate apolidi o a rischio di apolidia, impossibilitate a dimostrare o confermare la propria nazionalità.

La Spagna ha istituito la propria procedura di determinazione dell’apolidia nel 2001 sotto l’autorità dell’Ufficio per l’Asilo e il Rifugio (Oficina de asilo y refugio), che è la stessa autorità competente per l’asilo, nonostante le due procedure siano completamente separate. La stragrande maggioranza dei richiedenti è di origine migratoria e proviene da campi rifugiati in Algeria o dal Sahara Occidentale, mentre altri provengono principalmente dall’ex Unione Sovietica, dalla Repubblica Araba di Siria e dalla Cina dalla regione del Tibet. Agli apolidi che presentano domanda di riconoscimento dello status non è consentito neppure in Spagna di svolgere alcuna attività lavorativa in attesa dell’esito della procedura. Il modulo per avviare la procedura di riconoscimento è complicato e difficile da compilare, rappresenta la fonte primaria di informazioni sulle quali si fonda la decisione per la determinazione del loro status, perché i richiedenti non sono intervistati direttamente durante la procedura.

Le richieste dell’Unhcr

Dal novembre 2014, quando l’UNHCR ha dato inizio alla campagna #IBelong, sono stati conseguiti molti risultati importanti. Più di 166.000 persone apolidi hanno acquisito la nazionalità o ne hanno ricevuto conferma. Ma l’organizzazione prosegue la sua battaglia perchè sempre più stati nel mondo aderiscano alle Convenzioni Onu per il riconoscimento dello status di apolide. Come?

Garantendo che le salvaguardie esistenti contro l’apolidia alla nascita siano effettivamente implementate per consentire ai bambini di acquisire la nazionalità del Paese in cui nascono, nel caso fossero altrimenti a rischio di apolidia;

Facilitando la naturalizzazione delle persone apolidi, migliorare i meccanismi volti alla loro identificazione e protezione e istituire procedure di determinazione dell’apolidia eque, accessibili, trasparenti ed efficaci che portino al riconoscimento di uno status giuridico che preveda il diritto di residenza e garantisca il godimento dei diritti umani fondamentali;

Migliorando la raccolta a livello nazionale di dati quantitativi e qualitativi relativi alle persone apolidi e a quelle a rischio di apolidia, che includano: una valutazione dell’entità della situazione in termini di rilevanza e di diffusione geografica; il profilo della popolazione interessata; un’analisi delle cause e delle conseguenze dell’apolidia e una panoramica degli ostacoli e delle potenziali soluzioni;

Promuovendo la condivisione di informazioni inerenti all’apolidia fra i diversi uffici di governo, i funzionari pubblici, i giudici, gli avvocati e il pubblico.

Francesca Cusumano

(19 novembre 2019)

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