Traffico di migranti e fragilità della democrazia

Le amare verità del libro-inchiesta del giornalista Lorenzo Tondo

Migranti salvati nel Mediterraneo. Fonte Avvenire
Migranti salvati nel Mediterraneo. Fonte Avvenire

Medhanie Berhe, un giovane migrante eritreo, viene arrestato con l’accusa di essere uno dei più potenti e crudeli capi del traffico di uomini, Medhanie Mered, chiamato il Generale; si tratta di un colossale errore giudiziario, commesso dalla procura di Palermo, che Lorenzo Tondo, corrispondente del Guardian, ricostruisce ne Il Generale, libro-inchiesta che fa luce su tanti aspetti che compongono il quadro complesso del traffico dei migranti.
Seguendo i movimenti di Berhe il lettore entra nella rete del traffico di uomini nel Mediterraneo con le convergenze tra criminalità e istituzioni, viene a conoscenza del discutibile metodo usato da una delle più stimate procure d’Italia, quella di Palermo, e riceve spunti di riflessione sul ruolo del giornalismo e, sullo sfondo, sulle fallimentari politiche migratorie europee. Scopre così un volto sconosciuto della giustizia italiana, che giustizia non è.

Berhe in carcere, da cui è uscito dopo 3 anni
Berhe in carcere per un errore giudiziario, ne è uscito dopo 3 anni

“La procura di Palermo – dice Lorenzo Tondo – è sempre stata considerata da noi giornalisti una fonte preziosa di notizie per attendibilità, a patto che quest’ultima non venga messa in discussione, cosa che accade raramente. Però l’arresto di Berhe sollevava sin dall’inizio troppi dubbi, così per tre anni ho lavorato a questo caso come corrispondente del Guardian, ma l’ho fatto in solitudine, perché occuparsene significava scontrarsi con le istituzioni. Mi stupivo del fatto che questo processo, uno dei più seguiti al mondo, in Italia invece venisse quasi ignorato e avevo l’impressione che la procura volesse trasformarlo in una partita da vincere a tutti i costi.”

La vicenda raccontata lascia sconcertati sull’operato della procura di Palermo, ma trascende il caso giudiziario. Che interrogativi pone sulla giustizia in Italia? 

“C’è un interrogativo che tutti quanti dovremmo porci: la Giustizia è davvero uguale per tutti? Fotografie, testimonianze, intercettazioni, test del DNA non sono serviti a evitare il carcere a Berhe, che è stato pure condannato per favoreggiamento di immigrazione clandestina, in palese contraddizione con quanto contenuto nella stessa indagine della procura, e cioè che i migranti, insieme a parenti e amici, sono coinvolti nel traffico per fornire denaro: è il funzionamento dell’intero sistema.
Nel libro richiamo il caso del pugile nero ingiustamente condannato a tre ergastoli nel 1966, nel periodo della segregazione razziale negli Usa. 50 anni dopo in Italia un ragazzo eritreo finisce ingiustamente in carcere, nonostante le numerose prove che dimostrano la sua innocenza contro ogni ragionevole dubbio. Allora nella società americana i neri erano considerati una minaccia, oggi in Italia, e non solo, lo sono i migranti. Questa è la percezione diffusa e il contesto culturale influenza l’amministrazione della giustizia”.

Nel libro lei afferma che questa vicenda giudiziaria è il simbolo del fallimento sia della strategia europea di contrasto al traffico di migranti sia delle politiche migratorie. Perché?

“Noi pretendiamo di dare la caccia ai trafficanti senza dotarci degli strumenti necessari per conoscere quella realtà, così lontana dalle nostre vite. Al centro dell’indagine non sono stati messi i migranti, considerati spesso inaffidabili e sono stati usati dei metodi consolidati nella lotta alla mafia che, però, non sono adeguati a questo tipo di criminalità. Questa è una dimostrazione dell’arroganza del potere che pretende di saperla più lunga. È clamoroso l’abbaglio linguistico che ha messo sotto inchiesta l’avverbio ‘quando’ scambiato per il nome di un trafficante, errore però riconosciuto in seguito dalla procura.
Sul piano più generale, il fallimento del contrasto al traffico di uomini è una conseguenza della mancanza di una seria strategia politica di governo dei flussi migratori: nei documenti di Bruxelles e delle capitali europee sui movimenti migratori non c’è mai l’espressione ‘corridoio umanitario’. Sono ricorrenti invece le parole: contrasto, immigrazione clandestina, collaborazione giudiziaria; parole che rivelano un approccio giustizialista, che criminalizza il fenomeno migratorio”.

Fallimento della politica e fragilità della democrazia si traducono, nelle voci di tanti migranti riportate nel libro, in delusione. Questa Europa è davvero una delusione o si tratta di difficoltà transitorie?

“L’Europa è certo un posto migliore per eritrei e tanti altri e continua a offrire loro la possibilità di una vita diversa, ma la maggior parte delle volte questa Europa ha deluso le loro aspettative. E questo è il risultato della politica di criminalizzazione del migrante di cui parlavo prima.
Lo vediamo anche nel recente vertice di Malta: un’occasione mancata perché è vero che si è parlato di redistribuzione ma l’accordo Italia-Libia del 2017 non è stato messo in discussione. E l’intenzione dichiarata in questi giorni di modificare quell’accordo deve comunque necessariamente fare i conti con il consenso dei libici”.

Quali prospettive vede per il futuro?

“Il futuro non è roseo, il vento populista gode di grande popolarità ovunque. Forse l’unica speranza sta nella rinascita del movimento ecologista, perché la vera emergenza non è l’immigrazione ma il cambiamento climatico. La prospettiva ecologista include anche un diverso approccio alle politiche di sviluppo in Africa. Ma da noi non c’è ancora l’attenzione necessaria. Il Guardian ogni settimana mette in prima pagina il tema dell’ambiente; in Italia non vedo nessuna testata che stia facendo scelte analoghe”.

Oggi il giornalismo d’inchiesta è diventato più necessario di prima? E quanto è importante la consapevolezza etica in questa professione?

“Il giornalismo d’inchiesta è diventato oggi più importante, inondati come siamo da valanghe di notizie di cronaca anche per la velocità con cui queste viaggiano sui social. Se si vuole evitare di omologarsi alla cronaca quotidiana, bisogna prendersi qualche giorno in più per conoscere le cose e fare reportage o inchieste.
Per quanto riguarda l’etica, cito Kapuscinski secondo il quale fare bene questo mestiere richiede pietà per la miseria umana che ci circonda. Io sono stato criticato per mancanza di obiettività, ma la mia convinzione è che il criterio guida per il giornalista non sia l’imparzialità bensì stare dalla parte della verità. E la verità nel caso di Berhe era che stava subendo una grande ingiustizia”.

incontro Macro 12.11.19
incontro Macro 12.11.19

Lorenzo Tondo sarà presente con il suo libro Il Generale, insieme a Francesca Mannocchi con il libro Io Khaled vendo uomini e sono innocente, all’incontro “Mediterraneo: trafficanti, scafisti, immigrati”. Evento organizzato da PiuCulture al MedFilmFestival. Martedì 12 novembre 2019, h. 17.30 – MACRO Asilo, via Nizza 138

 

Luciana Scarcia
(4 novembre 2019)

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