“Tutti i sogni del mondo”: un racconto su Yusra Mardini

Il racconto "Tutti i sogni del mondo" è il vincitore della XIII edizione del Concorso Letterario indetto dal Centro Astalli “La scrittura non va in esilio”, per le scuole superiori. L'autore è Gabriele Durante, studente del Liceo Scientifico "Farnesina" di Roma. "Il racconto prende ispirazione dalla storia vera della nuotatrice olimpionica Yusra Mardini. Volevo scrivere un racconto che parlasse dell'importanza dei sogni". E Yusra, la cui storia è diventata anche un film ("Butterfly", diretto da Stephen Daldry), ne è sicuramente un simbolo.

L’autore scrive… 

“Scrivere è un modo di tracciare una strada, è un modo di andare avanti quando tutti sono fermi e non sanno verso dove. Questo racconto prova a proporre una vecchia idea, quella di Ulisse, di Enea, di Cristoforo Colombo, di Giulio Cesare: sfidare il destino in nome di un sogno. Scrivere è una celebrazione della vita, soprattutto quella imperfetta, danneggiata, offesa, ostacolata. Quella di ogni uomo e di ogni donna senza differenza di età, sesso, religione. La perfezione non è di questo mondo, di questo mondo è non perdere la nostra umanità nonostante tutto e tutti. Nella storia di Yusra ho visto la vita e ho visto il sogno; non sono riuscito a capire dove finisse uno e iniziasse l’altro. Non credo vi sia in fondo un confine che li separi. Forse sono soltanto le due facce di una stessa moneta: non c’è vita infatti senza sogni e non ci sono sogni senza vita.”


«C’è sempre una porta che si apre» – mi diceva mia madre – «E tu puoi scegliere di entrare o non entrare».
Oggi è una bella giornata di sole. Amo il sole. Brilla così maestoso dove sono nata, ma oltre quella porta c’è solo una piscina coperta. Enorme. Profonda. Ho imparato ad amare anche l’acqua per sopravvivere.
La porta si apre.
«Domani si va in piscina».
«Ma perché? Non mi piace!».
«Ti ho già comprato il costume».
Entro, attraverso la porta. Mi ritrovo accecata dai flash. Ho scelto da bambina di non dire no a mia madre. Mi ha dato la vita e ho scoperto un giorno che ha voluto più bene a me che a sé stessa ed è per questo che oggi siamo qui insieme; io e mia madre. Un giorno sarò madre e vorrei che fosse la vita a vincere, sempre.
Apro gli occhi. È una bellissima piscina piena di bandiere di tutti i paesi del mondo e di quelle del Comitato Olimpico a fare da corona. In fondo ve ne sono cinque. Guardo le ragazze che hanno oltrepassato la porta con me; quattro come le bandiere delle loro terre, come la mia, travagliate. Poi c’è la mia. No, non quella della Siria con le sue due bellissime stelle. Da bambina con mia sorella avevamo deciso che saremmo state noi due le stelle e che un giorno il nostro Paese ne sarebbe stato fiero. La mia bandiera ora invece è formata da cinque cerchi in campo bianco. Cinque. La mia famiglia: cinque. I numeri parlano se sappiamo ascoltarli. Li sento ancora parlarmi:
«Tu mettiti da quella parte! Dobbiamo andare dritti!! Tieni il ritmo! Tieni il ritmo! E spingi più che puoi, non dobbiamo morire qui, in mezzo a tutta quest’acqua salata!».
I sogni, che bel dono che sono.
Camminiamo una dietro l’altra fino ai blocchi di partenza. L’altoparlante recita i nostri nomi. Sono nella corsia 3 della prima batteria dei 100 metri farfalla. Osservo i giudici e gli arbitri di gara: sono tutti seduti su sedie di plastica bianca, poco distanti dai blocchi. Alcuni hanno in mano dei cronometri, altri dei fogli di carta, altri nulla: osservano e basta. Testimoni che ogni mia bracciata sia stata eseguita secondo le regole. Lo sport è sforzo e rispetto per le regole, come la vita, come l’universo.


«La cosa più brutta non è morire, ma smettere di sognare!» – mi diceva mio nonno che amava la sua terra quanto la sua famiglia.
Ecco, sono arrivata al mio blocco di partenza. Mi sfilo i pantaloni e li ripongo in un contenitore. Mi sfilo la fella e la metto sopra i pantaloni. Rimango in costume. È scomodo, forse un poco stretto, perché tira tutto. Provo a sistemarmelo meglio: ecco, ora dà meno fastidio.
«Prendi il mio costume. Ne ho due e me ne serve solo uno per allenarmi. È il modo di darti il benvenuto a Berlino». Quanti volti. Quanti cuori. Quante storie nel campo rifugiati accanto al centro sportivo in Germania. Un breve tratto separava il campo dalla piscina, un tratto che mi piaceva fare in accappatoio con mia madre dietro di qualche passo.
«Hai fatto un tempo davvero buono, direi».
Non mi piaceva nuotare. Avevo paura di tutta quell’acqua che da bambina vedevo d’estate a Tartus. Perché sfidarla?
Sono accanto al blocco. Lo stomaco mi si contorce.
«L’acqua accetta tutti, Yusra. Sei pronta tu ad accettare questo?».
Chiudo gli occhi. Il volto di quell’allenatore che anche quando mi diceva buongiorno, sembrava stesse minacciandomi. Mi ha detto lui che potevo arrivare un giorno dove sono ora.
«Chi ha attraversato il mare non può aver paura di sfidare 100 metri!».
Apro gli occhi, di fronte la mia corsia che dovrò percorrere due volte più velocemente che posso.
«Muovi quei piedi, sorella. Muovili come quando eravamo in piscina».
Non ricordo il volto di mia sorella quella notte tra le onde del Mediterraneo buio. Eravamo in tre in acqua e diciassette sul gommone. Tre donne. Cominciai a muovere i piedi come una pazza. Più spingevo e più la paura spariva.
Non conosco altro che questi 100 metri sin dal giorno in cui ho messo piede in Grecia. Guardo il giudice dietro di me. Guardo la gente sugli spalti. Guardo le bandiere. Guardo alcuni bambini sugli spalti. Forse una classe di una qualche scuola elementare di Rio. Tutti in tuta. Una di loro mi guarda sorridendo. Dietro di lei, una donna. Ho immaginato che fosse la mamma. Le aveva messo la mano su una spalla.
Su quel gommone la mia non c’era. Né era ad attendermi alla fine di quell’inimmaginabile viaggio pieno di tutto e di niente. Pensavo solo che se fossimo arrivati avrei avuto i vestiti bagnati, quelli che avevo portato con me li avevamo gettati in mare per non affondare.
«Non dimenticarti mai, figlia mia, che puoi perdere tutto, ma non la dignità».
Chiudo gli occhi. Cerco la mia forza. Il mio cuore batte forte. Lo sento.
«Ancora poco, sorella. Ancora poco e così avremo la possibilità di ritrovare i nostri genitori un giorno».
«Sono stanca!».
«Chiudi gli occhi e pensa alle cose più belle del mondo».
negli occhi scopro di avere ancora impressa l’immagine della bambina in tuta sugli spalti e la mamma dietro, pronta forse a tenerla se dovesse perdere l’equilibrio in un momento di troppa euforia.
«Ci siamo quasi, ancora qualche chilometro e saremo al confine tedesco».
«Ancora qualche passo». Non ho mai sentito altra frase in un’altra lingua che conoscevo tra l’acqua del mare e quella della mia prossima piscina. Non ho mia amato la terra. È dura. Dalle mie parti è sempre assetata. Una sete dilaniante. Ne abbiamo attraversata tanta con mia sorella.
Apro gli occhi. Un forte senso d’ansia. Dov’è la mia forza? Dove? C’è sempre un momento in cui tutto è solo ingarbugliato. Il mio è ora. Ma proprio ora ho bisogno di una risposta. Di una ragione. Un suono assordante ci chiama a salire sul blocco di partenza. Osservo le altre concorrenti, nei loro occhi solo acqua a guardarle distrattamente. Poi vedo un bagliore, una briciola d’anima che gli esce con l’ultimo grande respiro che bisogna fare prima di tuffarsi. Non è una briciola della loro anima, ma di un intero popolo, di tutta l’umanità che ora, in questo momento, in questo respiro chiede di fare un passo in avanti che dia un senso a tutto il dolore e a tutti i sogni, realizzati e non. Qatar, Yemen, Grenada, Ruanda: l’intera storia del mondo e delle sue tragedie più nascoste e dolorose. Nessuno conosce tutto. Ma io ora sono qui di fronte a questo tutto.
Ho lasciato casa, ho attraversato un mare, ho camminato per chilometri e chilometri, ho varcato innumerevoli confini, ma tutto ora è qui con me in questo attimo.
«Yusra!» – Mi volto di scatto.
«Tuffati al fischio e nuota, figlia mia».
Sorrido. L’ultimo suono. Mi lancio nell’aria. L’acqua è ancora lontana sotto di me.
Avrei voluto non lasciare la mia famiglia, avrei voluto rimanere nel mio Paese, sentire il sole bruciarmi la pelle e lamentarmene con le amiche tra i banchi scuola. Avrei voluto una vita normale nella mia terra. Ma non è stato possibili. L’acqua si avvicina. Presto vi entrerò. Non posso evitarlo.
Ecco. Tutto quello che ho vissuto è in questo momento. In questo momento capisco che non si sceglie dove nascere, non si sceglie il tempo in cui nascere. Posso però scegliere di non perdere chi sono ovunque io sia. È la mia ricchezza e la ricchezza del mondo.
Quella notte in mezzo al Mar Mediterraneo ho spinto un gommone assieme ad altre ragazze con i loro sogni. Non so se avrò mai più la bandiera del mio Paese accanto a me, non so che succederà domani. Quello che so è che i sogni sono belli e a volte si avverano. È accaduto. Sono qui, viva, e accadrà ancora.
L’acqua m accoglie ed è bellissimo.
«Domani si va in piscina».
«Sì, mamma».
Tutto è compiuto.
Vincere? Un dettaglio.

Sono Gabriele Durante, nato a Roma quindici anni fa e, pur vivendo da diversi anni in un paesino chiamato Sacrofano, frequento il secondo anno del Liceo Scientifico Farnesina di Roma e sono un boy scout. Sin da bambino ho sempre un libro da leggere sulla scrivania, alcuni di letteratura e altri di scienze varie. Una passione quella di leggere e interrogarmi che mi ha portato a provare a scrivere quando, durante gli anni della scuola media, l’Istituto Comprensivo Via Nitti di Roma che frequentavo e la Fondazione Mia Neri, hanno bandito un concorso di scrittura. Da lì non ho smesso di mettere giù pensieri e, soprattutto, idee.

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