Crisi di accoglienza, dall’Italia all’UE passando per i Balcani

 

“Crisi di accoglienza”. Il logo del Forum nazionale Per cambiare l’ordine delle cose

L’8 e il 9 febbraio si è tenuta a Roma negli spazi di Spin Time Labs ed Esc Atelier la due giorni di dibattiti, conferenze, testimonianze sul mondo dell’immigrazione animata dal Forum nazionale Per cambiare l’ordine delle cose, intitolata “Crisi di accoglienza”.

Crisi di accoglienza

Rintracciare la genesi dell’attuale crisi di accoglienza non è impresa facile. “L’idea del Forum”, spiega Andrea Segre, “è nata nel 2017, anno del codice di condotta delle ONG dell’allora Ministro dell’Interno Minniti. Da quel momento in poi, tutti i Ministri dell’Interno che si sono succeduti hanno invocato il concetto di discontinuità per illustrare il proprio progetto di governance dell’immigrazione, ma noi abbiamo registrato piuttosto una netta continuità. Sul fronte opposto si è tentato di rispondere a questo modo di concepire la gestione dell’immigrazione facendo ricorso ad una retorica vittimistica, che non riesce ad introdurre nel dibattito la realtà concreta dei fatti. È ora di pensare ad una nuova grammatica con cui parlare di immigrazione e accoglienza, mettendo al centro azioni di mobilitazione politica ed elaborando una nuova e più efficace campagna comunicativa”.
Una visione pienamente condivisa da Antonio Schiavone, vice-presidente dell’ASGI – Associazione di studi giuridici sull’immigrazione – e uno degli ideatori del sistema SPRAR, che sottolinea come l’accoglienza sia una questione essenzialmente politica, oltre che umanitaria, “perché viene a toccare nodi schiettamente politici, che hanno a che fare con il nostro modo di concepire la società. Ma la sinistra, purtroppo, continua a pensare che l’accoglienza sia una questione di buoni sentimenti mentre la destra fa il proprio gioco.”
Per decenni, secondo Schiavone, l’Italia ha deliberatamente deciso di non avere né una politica migratoria definita né un proprio modello di inclusione sociale. In questo quadro anche un modello virtuoso come quello dello SPRAR ha finito gradualmente per perdere consistenza e valore: “Lo SPRAR non è riuscito a diventare un modello di cambiamento perché è stato costretto a convivere con modelli alternativi e concorrenziali, come quello dei CAS, sia sul piano dei principi che in quello delle finalità. L’attuale sistema SIPROIMI è la tomba dello SPRAR, e non la sua evoluzione, perché non c’è continuità. Si è persa totalmente la finalità dell’inclusione sociale, in un’ottica di progressiva riduzione di servizi e di allentamento dei legami con i territori. Attualmente non sembra si voglia interrompere questa linea di tendenza: la nuova revisione dei capitolati ad opera del ministro Lamorgese, ad esempio, propone un ritocco dei corrispettivi ma non parla mai dei servizi alla persona.”

Agire in UE per cambiare Dublino

Il problema dell’accoglienza, tuttavia, non coinvolge soltanto l’Italia ma l’intera Unione Europea. Da anni associazioni e volontari in tutta Europa si mobilitano per fronteggiare carenze istituzionali, spesso nell’indifferenza quando non nell’aperta ostilità dei governi. “Sono vent’anni che si parla di CEAS – Sistema europeo comune di asilo – ma di comune c’è ben poco: forse i circa 35000 morti in mare in 15 anni di tentativi di raggiungere l’Europa”, tuona Elly Schlein, eurodeputata dal 2014 al 2019 e nel 2016 una delle relatrici del progetto di riforma del Regolamento di Dublino. Attualmente i paesi dell’Unione Europea sembrano intenti ad elaborare sempre più innovative strategie di esternalizzazione delle frontiere per ridurre al minimo il numero di richiedenti asilo: si è passati dalla stagione, per altro non ancora conclusa, degli accordi con Turchia e Libia, a quella caratterizzata dal condizionamento dell’erogazione degli aiuti allo sviluppo destinati ai paesi africani in un’ottica di freno dell’immigrazione.
“Se vogliamo veramente attuare una politica europea condivisa di asilo, dobbiamo per prima cosa riformare il Regolamento di Dublino, che così com’è concepito oggi finisce per violare apertamente i principi fondamentali dell’Unione, quelli della solidarietà e dell’equa ripartizione della responsabilità, espressi dagli artt. 78-80 del TFUE – Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Il disegno di riforma di Dublino che abbiamo presentato nel 2016 e approvato in Parlamento Europeo è stato bloccato a livello di Commissione Europea, espressione dei governi nazionali, perché è mancata la volontà politica di cambiare le cose. La nostra proposta si articolava in tre punti:

  • abolizione del criterio del primo ingresso;
  • valorizzazione dei legami significativi del richiedente asilo nei vari paesi europei;
  • procedure accelerate di ricongiungimento familiare, con estensione del concetto di famiglia.

In caso di assenza di legami sarebbe scattato un meccanismo per cui al richiedente veniva offerta la possibilità di scegliere tra quattro paesi membri in cui attivare la richiesta di asilo”.

Politiche europee e sistemi di accoglienza a confronto: l’intervento di Elly Schlein

La partita mortale dei Balcani

La partita sull’effettiva tenuta dell’Unione in tema di immigrazione si sta giocando sul terreno dei Balcani, area geografica interessata da anni da una rotta migratoria massiccia e ricca di insidie. Non a caso i migranti hanno coniato un nuovo termine per indicare il tentativo di attraversamento della rotta balcanica: “the game”.
Il gioco, però, è anche quello che gli stessi stati stanno portando avanti da tempo rimpallandosi letteralmente i migranti: la polizia della Croazia, individuata dall’UE come paese gendarme a presidio dei confini orientali, nella più totale impunità spara sui migranti al confine con la Slovenia, oppure attua respingimenti coatti verso la Bosnia, le cosiddette operazioni di push back, che sono illegali e violano il principio fondamentale di non respingimento.
La stessa Unione Europea nell’estate 2019 ha erogato 10 milioni di euro alla Bosnia Erzegovina, vero e proprio paese di snodo per l’immigrazione verso l’Unione Europea, per creare dei centri di accoglienza adeguati. La stessa Bosnia in cui sorgeva l’infernale campo di Vucjak smantellato soltanto a dicembre 2019.
“Nei Balcani insomma la partita si gioca tra paesi membri dell’Unione Europea e paesi esterni, ma soprattutto sulla pelle dei migranti”, sintetizza Gianluca Nigro del Consorzio Italiano di Solidarietà.
Quanto sia infuocata la situazione nella rotta balcanica, aggiunge Gian Andrea Franchi dell’associazione Linea d’Ombra ODV, lo dimostrano i recenti fatti di cronaca: “Nel solo mese di gennaio abbiamo assistito a molti gravissimi fatti che hanno avuto a che fare con la rotta balcanica: l’episodio del CPR di Gradisca; la morte di un marocchino di 20 anni precipitato nei pressi del castello di San Servolo, in Slovenia, mentre tentava di superare il confine; l’aggressione e l’arresto in Serbia dei volontari dell’ONG No Name Kitchen, che si occupa di assistenza ai migranti. I Balcani non possono continuare a rimanere un rimosso. Vista dalla Bosnia l’Europa appare come una terribile macchina di violenza”.

Silvia Proietti
(12 febbraio 2020)

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