“Razzismo, basta retorica”, parla Espérance Hakuzwimana Ripanti

Se un bianco pensasse a cosa vuol dire subire razzismo, non troverebbe risposta. “L’unico modo per capire il problema del razzismo è dare parola ai diretti interessati”, spiega Palmira Pregnolato, portavoce dell’associazione Genitori Scuola Di Donato. “La scuola che frequentano i nostri figli è una delle più multiculturali di Roma, eppure dobbiamo andare oltre la solita retorica sul fatto che alla Di Donato tutto va bene: viviamo in una società che continua a essere razzista, che continua a negare il suo passato coloniale”.

Il razzismo spiegato a scuola

A parlare di razzismo, venerdì 21 febbraio, è stata Espérance Hakuzwimana Ripanti, autrice di E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana (People Store) presentato nell’ambito del progetto “Coloriamoci le idee” nella sala teatro gremita della scuola.

Il libro di Espérance è un “j’accuse di amore e rabbia”, introduce la scrittrice e giornalista Giulia Caminito. Espérance ha 29 anni ed è giunta in Italia nel 1994, quando aveva tre anni e mezzo. È arrivata dal Ruanda, assieme ad altri quaranta bambini. Espérance viene adottata da una famiglia bresciana e tra i suoi primi ricordi in Italia c’è quello di un’accoglienza fatta di calore e di “un istinto umano meraviglioso”. L’Espérance bambina vive i suoi primi anni circondata da affetto e curiosità da parte delle persone: “ero l’unica bambina nera in un paese di 6000 persone. Tutti conoscevano la mia storia, ma io tendevo a non definirmi: a sette anni dicevo di essere bianca e non parlavo mai dell’adozione”.

Quando Espérance comincia a crescere, però, inizia a dover fare i conti con una serie di domande che le vengono poste quotidianamente e in ogni contesto: “In fila dal medico, o anche al supermercato, ho iniziato a subire una costante invasione della mia privacy: Da dove vieni? Ma parli benissimo l’italiano! Con chi vivi? Come mai hai lasciato il tuo paese? E la tua famiglia dov’è?. Per me tutte queste domande non erano semplice curiosità. Voglio dire, io di solito non vado a chiedere a uno sconosciuto informazioni sul suo passato o sulla sua famiglia. Queste domande nascevano dal bisogno di soddisfare una mancanza, trovare una spiegazione. Più mi venivano fatte, più le mie barriere protettive si innalzavano”.

Se riesce a sfuggire alle domande della gente però, Espérance non può tirarsi indietro davanti alle tante domande che inizia a porre a sé stessa: “una volta stavo entrando alla Coop e un nero che vendeva gli accendini all’uscita del supermercato mi saluta dicendomi “Ciao sorella”. Mi sono spaventata: tutto quello che mi assomigliava di più volevo tenerlo lontano, perché mi metteva di fronte a ciò che ero e che anche mia madre negava: non parlare con loro, ché sono neri!“.

I rapporti con la famiglia adottiva si sono interrotti: Espérance non spiega perché, ma dalle sue parole si comprende che la ricerca di sé stessa è un percorso molto più doloroso di quanto avesse pensato. “A 22 anni è stata la letteratura a salvarmi. Quando andavo all’università ero molto chiusa, portavo con me Bubu, la mia bambola di pezza nera comprata all’IKEA: quando ero piccola era l’unica cosa che mi assomigliasse nel raggio di chilometri. Quando l’ho persa, ho provato dolore, ho capito che avevo bisogno di qualcosa che mi assomigliasse, è così che sono diventata adulta”, racconta la scrittrice. Con Bubu, Anna è un altro personaggio fondamentale nel libro: “Anna è stata una voce a cui ho dato un’esistenza. Mi diceva di non sentirmi sola e di non rimanerci male quando per esempio in classe i compagni facevano la classifica delle più belle e io non ero mai inclusa. O quando mi dicevano: Sei carina per essere una ragazza nera”.

Razzismo: è un male “profondo e istituzionalizzato”

Oggi Espérance è una donna che parla con la grinta di chi sa tenere sul filo il pubblico che l’ascolta, portandolo dentro la sua storia e i suoi ragionamenti, le sue riflessioni: “Io avrei potuto scrivere d’altro, quando parlo di razzismo non dovrei essere obbligata a farlo. Eppure, ne sento il bisogno. Una volta ho detto a Nicolas, il mio compagno, che mi sono ritrovata delle cicatrici senza rendermi conto d’essere ferita. Questo libro mi ha aiutata a trovare la matrice di questa cicatrice”.

Espérance non vuole solo parlare di razzismo, desidera uscire dalla retorica che inquina questa importante tematica: Razzisti wannabe è un capitolo del libro, una lista di suggerimenti per “tutti quei paladini della battaglia al razzismo che però dicono o fanno cose razziste, come ad esempio chi per farti un complimento ti dice che belle mani che avete voi neri”. Ecco, una frase come questa mi fa male.

Esiste un razzismo profondo, istituzionalizzato, che ci fagocita ogni giorno. Esistono gli italiani che si infastidiscono quando vengono definiti razzisti e che poi guardano all’Africa solo come un paese di miseria, un paese dove ci sono solo bambini con le pance gonfie per la fame. La cronaca, ad esempio, ha bisogno di questa pornografia del dolore. La prima cosa che mi chiedono i giornalisti è sempre e solo: “ma quindi tu hai subito atti di razzismo?”. Parlo spesso con i ragazzi di seconda generazione sul ruolo dei media: spesso ci sentiamo obbligati a doverci distanziare dai migranti. Questa cosa mi dà scompensi”.

Espérance non ci sta ad essere definita dagli altri. Non accetta che la lotta al razzismo sia una battaglia da “paladini bianchi” fatta attraverso frasi vuote e retoriche. “Il razzismo lo subisco io”, dice, “il percorso è mio e lo devo fare io. Ed è doloroso, perché è fatto di tante domande e di tante risposte”.

E le risposte di Espérance sono fatte di rabbia, ma anche di speranza.

Elisabetta Rossi
(26 febbraio 2020)

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