Sbarchi in Italia 2020: i nuovi arrivati dell’anno

Sbarchi in Italia 2020: le nazionalità dichiarate

Gli sbarchi in Italia dal 1° gennaio al 5 febbraio 2020 hanno coinvolto 1751 migranti: è il dato che emerge dal Cruscotto statistico, il resoconto periodico del Ministero dell’Interno che consente di monitorare gli arrivi via mare di stranieri in Italia. In cima alla classifica dei paesi di provenienza troviamo:

  • Algeria, 249 nuovi arrivi
  • Costa d’Avorio, 216 nuovi arrivi
  • Bangladesh, 137 nuovi arrivi

Tutte e tre le nazionalità di provenienza sono presenti in Italia già da diversi anni, con flussi di ingresso diversificati e variamente distribuiti nel corso del tempo. Secondo i dati del Ministero degli Interni, dall’agosto 2018 al luglio 2019 gli algerini rappresentavano il 9% degli arrivi, contando in tutto 814 nuovi ingressi, gli ivoriani il 5% degli arrivi con 438, i bangladesi il 3% con 291. Se il trend registrato in questa prima fase del 2020 dovesse confermarsi, nell’arco di soli pochi mesi le tre comunità supererebbero di gran lunga il numero di nuovi arrivi registrati nel periodo compreso tra agosto 2018 e luglio 2019.
Le motivazioni e le storie che stanno dietro a queste migrazioni sono spesso divergenti, poiché affondano le proprie radici nel contesto storico-sociale specifico di ogni singolo paese.

Costa D’Avorio: il PIL non fa benessere

Un dato che colpisce è senza dubbio quello relativo alla Costa d’Avorio, paese africano oggetto di una vertiginosa crescita economica, con un PIL che registra incrementi annui intorno all’8%, e uno dei maggiori esportatori mondiali di caffè, cacao e diamanti. La crescita economica della Costa d’Avorio, tuttavia, pare non essersi ancora tradotta in adeguato grado di benessere sociale, visto che la maggior parte degli ivoriani che tentano di raggiungere l’Europa sono mossi per lo più da motivazioni di tipo economico: sono disoccupati o giovani in balia di un mercato del lavoro ancora estremamente precario e informale.
L’immigrazione dalla Costa d’Avorio è un fenomeno fortemente osteggiato dal governo nazionale, preoccupato dell’immagine del paese che in questo modo viene offerta al mondo e agli investitori stranieri che si cerca in ogni modo di attirare. Su questa scia si inserisce l’accordo di cooperazione siglato il 31 gennaio scorso dal nostro ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e il generale Vagondo Diomandé, ministro della sicurezza ivoriano. “Un accordo storico”, secondo il ministro ivoriano, che prevede la gestione condivisa dei rimpatri volontari e progetti di cooperazione allo sviluppo da attuarsi nel paese africano.

L’immigrazione algerina

Nel mese di gennaio i maggiori quotidiani nazionali hanno riportato la notizia di continui sbarchi di algerini sulle coste della Sardegna, per fronteggiare i quali è stata persino disposta l’apertura di un CPR nell’ex carcere di Macomer. Gli arrivi avvengono attraverso barchini di piccole dimensioni che partono dalle coste algerine con frequenza estremamente ravvicinata. Un fenomeno non completamente nuovo, ma che nel mese di gennaio ha registrato una netta impennata. Di questa e altre questioni abbiamo parlato con Aicha e Tarek Achour Bouakkaz, mediatore culturale presso Save The Children, due algerini arrivati in Italia rispettivamente nel 2017 e nel 2009. “La rotta algerina verso l’Italia non è una novità. Sono anni che gli algerini partono in barca per raggiungere l’Italia e quindi l’Europa. È cambiato però il modo in cui si organizza il viaggio: le persone hanno cominciato ad affittare barche da sole, senza necessariamente affidarsi a scafisti”, spiega Tarek.
Non tutti gli algerini nel nostro paese, tuttavia, intraprendono o hanno intrapreso la via del mare: Tarek e Aicha ne sono un esempio, essendo entrambi arrivati in Italia con un visto per motivi di studio.Io ho approfittato della possibilità di sfruttare la mia laurea e il mio desiderio di continuare a studiare per poter arrivare in Italia e lasciare il mio paese, dove la donna non è rispettata e difficilmente può fare carriera”, racconta Aicha. La maggior parte degli algerini che decidono di partire è costituita da giovani, essendo l’Algeria un paese con il 45% della popolazione sotto i 25 anni. “I giovani partono perché l’Algeria è un paese con un forte divario sociale, non tutti possono aspirare a migliorare le proprie condizioni di vita e per questo la gente sente di non avere futuro. Prima partivano solo gli uomini, ora anche le donne, sempre più insofferenti verso una società maschilista. L’Algeria è un paese ricco di petrolio e gas, ma tutto è in mano a pochi ricchi o alle compagnie straniere. Basti pensare che, nonostante tante risorse, in molti centri del sud non arriva neanche il gas nelle case”, precisa Aicha.
Nel corso del 2019 l’Algeria ha vissuto la più intensa stagione di proteste antigovernative dall’anno della sua indipendenza, che ha portato alla destituzione del presidente Abdelaziz Bouteflika e alla nascita del movimento popolare hirak, sorto spontaneamente per chiedere una maggiore democratizzazione del paese. Alla domanda sull’influenza che questa turbolenta stagione politica ha avuto sul numero delle partenze, Tarek risponde categorico: “Credo che questo non sia in alcun modo in relazione con le partenze. Se è vero che molti giovani partono attratti da prospettive di vita migliori perché ormai completamente sfiduciati, molti sono quelli che in seguito alle proteste hanno deciso di rimanere perché hanno intravisto la possibilità di migliorare il paese”.

photo credit: USCIB

Bangladesh: 40 anni di immigrazione in Italia

Quella bangladese in Italia è l’ottava comunità straniera per estensione e vanta una lunga storia, iniziata a partire dagli anni ’80 del secolo scorso. È la prima comunità per numero di rimesse inviate verso il paese di origine e a partire dai primi anni del nuovo millennio ha riscontrato tassi di incremento costanti. Come ogni processo che si dispiega nell’arco di decenni, la storia della migrazione bangladese in Italia ha subito molti cambiamenti accanto a linee di tendenza stabili. Ne abbiamo parlato con Nibir, arrivato in Italia dal Bangladesh nel 2002 e oggi interprete presso la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. “Storicamente la migrazione dei bangladesi è legata a motivazioni di tipo economico. Io stesso sono arrivato in Italia a tredici anni attraverso il ricongiungimento familiare con mio padre, arrivato fin dai primi anni Novanta per lavorare e garantire al resto della famiglia rimasta in Bangladesh un destino migliore. Mio padre è riuscito a viaggiare regolarmente in aereo fino alla Bulgaria, per poi entrare in Italia di nascosto, dopo essersi affidato a dei trafficanti. Appena ha potuto regolarizzarsi, ha chiesto il ricongiungimento familiare per me e mia madre”.
Oggi, tuttavia, alla tradizionale motivazione economica si è aggiunta quella legata a questioni politiche e soprattutto ai cambiamenti climatici. “Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti agli effetti del cambiamento climatico, in particolare all’innalzamento del livello del mare. È un paese che si trova sulla riva del Gange e le frequenti inondazioni vanno a colpire i campi dei contadini, distruggendo la loro fonte di sostentamento. Per questo molti uomini, spesso padri o primogeniti, sono costretti ad affrontare lunghi viaggi per raggiungere paesi lontani in cui tuttavia possono sperare di trovare lavoro. Tradizionalmente sono gli uomini a migrare, perché il viaggio è lungo e pericoloso e soprattutto perché è all’uomo che, per questioni culturali, spetta provvedere al mantenimento della famiglia. Ma le cose ultimamente stanno cambiando: molte donne partono per paesi come gli Emirati Arabi per lavorare come domestiche nelle case dei ricchi”.
Il viaggio verso l’Italia è lungo e ricco di insidie. A partire dagli anni 2000 la migrazione bangladese ha cominciato a seguire la rotta libica “perché il visto per la Libia costa di meno e consente anche ai meno ricchi di partire”, spiega Nibir. “Molto spesso si intraprende il viaggio per la Libia con la prospettiva di lavorare un paio di anni per ottenere i soldi con cui pagare il viaggio verso l’Italia. Il più delle volte però questo progetto fallisce, perché spesso i migranti bangladesi vengono rapiti e torturati dai trafficanti a scopo di estorsione”.
Nibir individua un fenomeno del tutto nuovo che colpisce la comunità bangladese in Italia: la tendenza di coloro che sono arrivati negli anni ‘80/’90 e delle seconde generazioni a lasciare il paese. “La crisi economica e la crescente ostilità sociale costringono queste generazioni di immigrati a spostarsi verso altri paesi europei. In questo modo i nuovi arrivati si trovano sempre più spaesati e privi di quella rete sociale che speravano di trovare in Italia e che ha costituito un fattore importante nella scelta della meta del loro viaggio.”

Silvia Proietti
(5 febbraio 2020)

Leggi anche: