Diario di una missione solidale: Baobab Experience in Bosnia

È durata dieci giorni la missione solidale in Bosnia della squadra di Baobab Experience, quotidianamente documentata sui canali social. Un’esperienza così intensa che “quando siamo tornati abbiamo avuto i sintomi di quella sindrome post- guerra, per cui hai visto così tante cose e hai provato così tante emozioni che vorresti ritornare sul campo” ha raccontato Alice, una dei sei volontari appena rientrati .

Babob in Bosnia, alcune foto fuori dalle jungle di Bihac

“Siamo arrivati nel cantone dell’Una-Sana, all’alba del 23 gennaio. Ci siamo mossi all’interno degli squat dell’area perché il piccolo comune di Bihac è piena di edifici abbandonati e pericolanti dove alloggiano i transitanti che non trovano riparo nell’accoglienza. Ogni ala di questi edifici è occupata anche da dieci ragazzi che dormono in sacchi a pelo o su teli donati dalla cittadinanza locale. Questi edifici hanno un buon grado di gestione interna, perlopiù gli occupanti vengono da Pakistan, Bangladesh, Iraq e Siria e, nonostante le diverse etnie, sono molto uniti e solidali gli uni con gli altri anche perché sono tanti i MSNA e i neomaggiorenni, quindi i più “grandi” cercano di prendersi cura dei più giovani, anche se i “più grandi” non superano i 21 anni.

“In questo cantone in particolare la solidarietà è altamente criminalizzata: gli unici che possono offrire aiuto materiale alle persone migranti sono le organizzazioni ufficialmente registrate sul territorio. Ma la registrazione è una escalation di difficoltà procedurali e attriti burocratici fatti di proposito per svilire il volontariato attivo e lasciare tutto nelle mani della Croce Rossa, che può essere equiparata alla nostra protezione civile quindi senza competenze medico sanitarie, e che è strettamente legata al governo locale. Nessuno può avvicinarsi ai migranti, infatti molte associazioni solidali internazionali sono state espulse. In particolare, i migranti dei campi Iom dell’Onu sono costantemente monitorati dalla polizia, tanto che noi siamo riusciti a parlarci solo incontrandoli in supermercati molto lontani dal centro. All’uscita e all’ingresso dal campo i loro telefonini vengono controllati affinché nessuno possa comunicare con la stampa ed inviare foto, proprio perché le condizioni in cui vivono sono disumane: in un campo di 3500 migranti ci sono solo sei bagni dotati di acqua calda e per ottenere la propria razione di cibo la fila può durare anche quattro ore. Al sovraffollamento si aggiunge anche la violenza degli agenti di sicurezza interna, il ricorso al teaser è ormai una prassi”.

Respingimenti in Bosnia, alcune foto nei pressi di Velika Kladusa

I campi dedicati ai minori sono in condizioni migliori rispetto agli altri, ovviamente inaccessibili ai solidali. Ci sono principalmente famiglie con bambini che hanno ritmi più lenti rispetto a chi vuole provare il game e non fa neanche in tempo ad entrare ed uscire dei campi”. Alti i numeri dei minori, “che fanno finta di non esserlo per non dover entrare nei campi”.

Questo non è un periodo digame” per via delle condizioni climatiche e per l’alta tensione alle frontiere. Il “game” non è uno solo: è possibile affrontare il “walking game” attraverso boschi e montagne per raggiungere la Slovenia e poi l’Italia a piedi oppure il “truck game”, nascosti dentro ai vani dei camion con l’aiuto dei pasteur. “Si sta intensificando anche il “taxi game” che consiste in passaggi in automobile, ovviamente sotto compenso, fino a poco prima del confine per poi essere ripresi dopo la frontiera. “I ragazzi sono in attesa di ripartire con un clima migliore. Tra le tante testimonianze che abbiamo raccolto è emerso che sono ancora alti i numeri dei respingimenti frontalieri: in Croazia continuano ad essere violenti in Italia no lo sono mai stati, ma vengono comunque caricati su furgoni e lasciati ai confini con la Slovenia”. Poi ancora respingimenti a catena fino alla Croazia e nuovamente in Bosnia”.

campo migranti
Foto dalla Bosnia, uno squat di Zenica

La situazione peggiora a Zenica, cittadina industriale nel cantone Zenica-Doboj a 60 km da Sarajevo, dove è assente sia l’attenzione mediatica che quella degli attivisti. I migranti si rifugiano qui perché possono provare il taxi game”. Zenica è un comune particolarmente trafficato, quindi i migranti tentano di nascondersi dentro a tir e camion per cercare di valicare le frontiere. “Il prezzo della tratta va dai 400 ai 3mila euro, in funzione della certezza o meno di arrivare a destinazione. La criminalizzazione della solidarietà si avverte molto meno qui rispetto al cantone di Una-Sana, i migranti riescono a trovare spesso alloggio in ostelli ora chiusi a causa Covid e con situazioni affittabili a prezzi ridotti”.

In Bosnia è alta la criminalizzazione della solidarietà, una foto da Sarajevo

A Sarajevo la situazione sembra più tranquilla, perché è una città grande rispetto agli altri centri e per la sua conformazione sociale di tipo melting-pot. “Sarajevo ospita molti più migranti del cantone Una-Sana, ma visivamente è meno impattante perché le persone sono distribuite in maniera più frammentata. Ci sono molte più persone migranti proprio perché il clima è più disteso anche a livello politico, la criminalizzazione della solidarietà è anche meno sentita. È una città aperta, culturalmente avanzata. Rimanere nei luoghi di confine, maggiormente periferici, è meno confortevole”.

 

Una foto dal rifugio di Klijuc

Il nostro intervento è stato possibile grazie all’aiuto di una rete di associazioni locali nella quale ci siamo inseriti nel tempo. Questo per una serie di ragioni: oltre alla questione della criminalizzazione della solidarietà, anche perché i solidali autoctoni conoscono meglio le esigenze e i bisogni delle persone che assistono. È importante non creare delle sovrapposizioni con il lavoro degli altri, per questo è necessario interagire con le persone del posto”. Grazie alle donazioni ricevute, gli attivisti di Baobab Experience sono riusciti a fornire giacche e scarpe, oltre a prodotti igienico sanitari.

Rispetto a missioni future, “sicuramente proveremo a tornare in primavera: organizzare un viaggio, mettendosi in contatto con la rete locale, e raccogliere le risorse necessarie da dispensare è piuttosto impegnativo”. Dato l’alta presenza di cittadini bangladesi e pakistani, tradizionalmente amanti del cricket tanto da concedersi anche nei campi qualche momento sportivo con strumenti di fortuna, il team di Baobab cercherà di procurare mazze, palle e guantoni.

Giada Stallone
(10 febbraio 2021)

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