L’Azione Popolare e i CPR: intervista a Mauro Palma

Le questioni sempre aperte sui Centri di Permanenza per il Rimpatrio, le aspettative per l’Azione popolare intrapresa a favore del CPR di Roma, Ponte Galeria e, non ultimo, le conseguenze della sentenza del 1 agosto scorso della Corte di Giustizia UE, sui Paesi d’origine sicuri, sono gli argomenti della conversazione che Piuculture ha avuto con il prof. Mauro Palma, ex garante delle persone private della libertà, ora presidente del Centro di ricerca “Diritto penitenziario e Costituzione” dell’Università Roma Tre.

MAURO PALMA -Centro Ricerca “Diritto penitenziario e Costituzione” Roma Tre

L’Azione Popolare per la chiusura del CPR di Roma-parla Mauro Palma

l’Azione popolare, l’iniziativa alla quale ho aderito insieme ad altri professori universitari, studiosi ed associazioni umanitarie, è parallela all’impegno che avrebbe dovuto assumere il Comune, non è un’azione  contro il Comune di Roma” esordisce il prof. Mauro Palma, “piuttosto è un modo di procedere insieme nei confronti del Ministero dell’Interno. È una modalità, prevista dalla legge, di supporto associativo che dà per scontato che il Comune sia d’accordo. Abbiamo incontrato il sindaco Gualtieri e si è dimostrato disponibile ad appoggiare l’iniziativa, è una sorta d’impegno reciproco, perché in realtà noi stiamo sostenendo ciò che per il Comune dovrebbe essere  fondamentale: difendere la dignità della città” ribadisce il professore. “ Il punto di partenza è la sentenza dei giudici di Bari, confermata dalla Cassazione: i giudici affermarono che il Comune di Bari aveva subito un danno all’immagine della città come comunità, quelle condizione di degrado del CIE di Bari Palese incidevano sull’immagine esterna della città, sulla sua accettabilità rispetto alla dignità delle persone. Noi abbiamo ripreso quello spunto affermando che quel tipo di condizioni del CPR di Roma, anche della struttura esteriore, fatta di grate e sbarre, offendono la tradizione e la dignità della città. L’azione vuole significare che Roma non può accettare che una parte del suo territorio offenda la dignità delle persone che lo occupano, Chiediamo quindi che il Sindaco chieda, a sua volta, al Ministro dell’Interno la chiusura del Centro.”
Il 16 ottobre è fissata la prima udienza, cosa accadrà dopo? Cosa vi aspettate dall’Azione popolare?
“Certo non arrivo a pensare ad una chiusura del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Ponte Galeria ma per noi firmatari è importante avere intrapresa questa battaglia, dal punto di vista accademico. Sicuramente richiama ad una consapevolezza del problema, sia il Comune, nel suo rapporto con il Ministero dell’Interno, sia il Ministero dell’Interno stesso. Quanto meno ci auguriamo ci possa essere una revisione sia della struttura che delle regole, una temporanea chiusura, un po’ come avvenuto per il CPR di Torino, che possa servire a migliorare la gestione nel suo insieme.”

I CPR e le conseguenze della sentenza 96/2025 della Corte Costituzionale

Qual è il futuro dei CPR, dopo la sentenza n. 96/25 della Corte Costituzionale che ha ribadito che i Cpr rappresentano una grave violazione dello Stato di diritto e dei principi costituzionali?
“Per quanto attiene il problema CPR in generale, dal punto di vista politico, io non nego il fatto in sé che ci possa essere la necessità che chi non ha titoli per rimanere venga rimpatriato, certo preferirei che si promuovessero maggiormente i Rimpatri volontari rispetto agli espatri forzati ma il problema può esistere. I CPR da noi però, anche per il fatto che il trattenimento è stato prolungato a 18 mesi, sono diventati dei veri e propri luoghi di detenzione di tipo amministrativo senza che ci sia, come per il carcere, un ordinamento penitenziario cioè senza che ci sia una base normativa di rango primario, una legge. Esistono solo dei regolamenti che disciplinano la vita all’interno, che sono atti normativi di rango secondario e come tali non sono in rispondenza con ciò che l’art.13 della Costituzione prescrive: cioè che la privazione della libertà deve discendere da una legge, essere applicata da un giudice che stabilisca non solo i casi ma anche i modi del trattenimento, i diritti dei trattenuti, chi ha accesso all’interno del luogo di detenzione e così via.” Continua il professore, “Quella che può essere una struttura anche minimamente accettabile, pur in una logica europea di respingimento che non condivido, per periodi brevissimi, diventa inaccettabile per periodi che si protraggono nel tempo, per mesi, senza una base legale forte. Questo è il senso della sentenza della Corte Costituzionale più recente, la n. 96/25, che sul tema ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate dai richiedenti ma, al contempo, ha invitato il legislatore ad intervenire nel più breve tempo possibile. Ha riconosciuto l’esistenza di un vulnus normativo con riguardo alla riserva assoluta di legge.” Ribadendo poi il concetto già espresso, aggiunge “Anche se non ci fossero delle criticità materiali, ad esempio mi è stato detto che il CPR di Torino, che avevo visitato da Garante ed era stato chiuso per le criticità riscontrate durante l’attività ispettiva, è stato riaperto e le condizioni materiali sono molto migliorate, rimane il fatto che ci deve essere una base normativa di rango primario, quindi una legge, che regoli la vita all’interno, tanto più perché è una vita che si protrae per mesi.”

I CPR, i respingimenti e la sentenza della Corte di Giustizia UE

I respingimenti e la questione dei paesi d’origine sicuri, come si inseriscono nelle questioni attuali, alla luce della recente sentenza della Corte di Giustizia Europea e della Direttiva europea che entrerà in vigore nel 2026?
I Respingimenti sono regolati dalla Direttiva europea 115 del 2008, che oltre a prevedere la possibilità di trattenere le persone in funzione del rimpatrio, dice, all’art. 15, che quando non c’è una prospettiva di possibile rimpatrio, o rinvio in altro paese, la privazione della libertà deve cessare, non è più legittima. Quindi, quando non c’è un accordo bilaterale con un determinato paese e si sa che la persona al termine del periodo previsto dal trattenimento dovrà essere messa fuori con un foglio di via, che non ottempererà, qual è il senso di quella privazione della libertà, anche nel quadro di ciò che la Direttiva europea richiede?” si domanda il prof. Palma
“Evidentemente si vuole inviare un improprio messaggio sicuritario alla collettività: “li teniamo più a lungo per essere sicuri di rinviarli nei loro Paesi“.
Sappiamo che questo è falso, indipendentemente dalla durata massima del trattenimento la percentuale dei rimpatri non cambia; le persone rimpatriate oscillano tra il 48 e il 52 % e se non si viene rimpatriati nel primo periodo, cioè se non ci sono i presupposti per il rimpatrio, la situazione non cambierà con il tempo.
La sentenza non avrà conseguenze sulle sorti dei CPR italiani”, ma aggiunge poi il professore “incide sulla parte del protocollo con l’Albania, relativa alla prima funzione, quella che prevedeva il trattenimento delle persone, intercettate in mare e richiedenti asilo, provenienti da uno dei paesi inseriti nella lista del Governo, che consentiva la procedura accelerata di frontiera per la decisione delle loro richieste di asilo. I giudici italiani avevano già obiettato che alcuni dei paesi inseriti nella lista non erano tali, come il Bangladesh, ad esempio, in tutto il territorio e per tutte le tipologie di persona. La Corte afferma che i paesi europei hanno sì il diritto di fare una lista di Paesi sicuri ma che deve essere ostensibile anche al giudice su quale base la lista è stata costruita, quali erano gli elementi probanti. Le fonti utilizzate per dichiarare un Paese «sicuro» devono essere verificabili e affidabili nonché nella piena disponibilità del richiedente asilo e del giudice; la Corte limita, di fatto, l’uso politico delle liste di Paesi sicuri come strumenti di rimpatrio accelerato” Rimarca, poi Mauro Palma: “La reazione del governo è stata molto dura perché la sentenza sconfessa l’originario progetto in Albania. Questo ostruzionismo al protocollo albanese andrà avanti per un altro anno, poi entrerà in vigore il nuovo Patto per l’immigrazione voluto dall’Europa che, inevitabilmente, visto l’orientamento a destra di quasi tutte le nazioni, darà all’Europa il diritto di agire con minore garanzie per i migranti. Però fintanto che non è in vigore la Corte di Giustizia deve applicare la normativa attuale che è in linea con le decisione dei giudici italiani.”

Il CPR in Albania, l’inutilità della sua funzione e l’abnormità dei costi

Ritornando infine sul Centro di Gjader in Albania, al quale è stato attribuito dal governo italiano una seconda funzione, trasformandolo in un semplice CPR, quale sarà il suo futuro?
“La questione CPR in Albania è ridicola, prima o poi sarà la Corte dei Conti a chiedere conto al governo di questa operazione. Portare le persone già trattenute, ad esempio a Brindisi, in Albania per poi riportarle in Italia per espellerle dal territorio è un’operazione inutile e costosissima. Un solo viaggio di rimpatrio è stato compiuto direttamente dall’Albania. Inoltre, dai monitoraggi eseguiti nei CPR italiani, è emerso che i centri hanno posto, non c’è un’emergenza di capienza. Mentre il progetto di portarci le persone intercettate in mare, almeno fino a giugno prossimo, non potrà più andare avanti.“ Conclude il prof. Mauro Palma.
Per fornire un po’ di numeri: sono transitati nella struttura 140 migranti. Ne sono usciti 113: 40 per mancata proroga del trattenimento, 15 per inidoneità sanitaria al trattenimento, sette per il riconoscimento della protezione internazionale e altri per motivi diversi; i rimpatriati sono stati 37. Le persone attualmente ospitate sono 27. In particolare, è stato evidenziato che il costo giornaliero per la detenzione di un numero limitato di persone, 20, è stato di 114.000 euro, per un totale di 570.000 euro per soli 5 giorni di operatività nel 2024. Questi dati emergono da un’analisi di ActionAid e dell’università di Bari, che hanno ricostruito i costi dell’operazione, inclusi quelli di costruzione e allestimento. Il rapporto ha esaminato i costi del Centro in Albania fino a marzo 2025,  prima che venisse trasformato in CPR.  Non sono necessarie parole per rimarcare l’inutilità, oltre che la dispendiosità dell’operazione politica compita dal governo italiano in Albania. I numeri parlano da soli.

Nadia Luminati
(4 agosto 2025)

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