Katiuscia Carnà e Sara Rossetti hanno pubblicato, nel 2018, “Kotha. Donne bangladesi nella Roma che cambia” (Ediesse), un approfondito lavoro di ricerca su quella che allora era la terza comunità straniera nel Lazio ed oggi è la seconda.
Le autrici hanno raccolto testimonianze (“kotha”, in lingua bangla, si traduce “racconto, storia”), raccontato una realtà di cui, allora, si sapeva poco, e ancor meno veniva studiata negli aspetti legati alla migrazione femminile.
Profonde conoscitrici delle comunità legate al Subcontinente Indiano, facilitate anche dall’essere mogli di uomini musulmani rispettivamente del Bengala e del Bangladesh, le due autrici hanno avuto accesso ad ambienti, celebrazioni, abitazioni e confidenze a volte inaccessibili a chi compie un lavoro di ricerca puramente accademico. Forti della propria esperienza personale e di quella professionale, nel campo dell’insegnamento della lingua italiana con migranti e donne straniere (Rossetti), della mediazione linguistica per le lingue del Subcontinente Indiano (Carnà), hanno saputo fare luce sui diversi aspetti che caratterizzano l’immigrazione bangladese e sulle peculiarità di quella femminile, abituata a vivere nel privato e a cercare all’interno della propria comunità le risorse ed il sostegno.
Le donne e la lingua
Nella pubblicazione, le donne si sono aperte, fidate, confidate, raccontando dall’interno la loro migrazione ed il loro vivere da straniere a Roma, dalle pioniere delle prime ondate migratorie degli anni 80 e 90 fino ad arrivare alle più giovani, figlie o nipoti, le “nuove generazioni” nate in Italia o arrivate in età prescolare, perfettamente bilingue ed impegnate a gestire un’identità doppia molto cangiante.
È emerso come la lingua sia stata, ed è tuttora, uno scoglio fondamentale all’integrazione e all’emancipazione. Se gli uomini apprendono l’italiano attraverso il lavoro e la vita quotidiana, trovandosi coinvolti anche in campi che, tradizionalmente, non sarebbero di loro competenza come la maternità e la scuola, alle donne viene richiesto uno sforzo deliberato per superare la soglia protetta dell’ambiente domestico o comunitario, fatto di botteghe gestite da connazionali, supermercati o reti comunitarie di supporto ed aiuto.
Le famiglie bangladesi credono fortemente nell’educazione come strumento di ascesa socio economica e la promuovono in egual misura sia per i figli maschi che per le femmine, in particolare le ragazze delle nuove generazioni ritengono la scuola uno spazio di empowerment e di rinegoziazione del loro ruolo all’interno della famiglia, della comunità e della società.
Se per le prime immigrate non era affatto scontato trovare corsi di lingua, oggi invece sono molti i corsi gratuiti destinati anche a sole donne, per favorire un ambiente disteso e meno condizionato. Parallelamente, sono aumentate le presenze di mediatori culturali e linguistici per supportare chi non parla la lingua nei contesti scolastici, medici ed istituzionali. Eppure, le donne bangladesi, raramente parlano italiano, e se si iscrivono ai corsi di lingua la prima motivazione è il superamento dell’esame di lingua per poter ottenere il permesso di lungo soggiorno o la cittadinanza, non il desiderio di una cittadinanza attiva e partecipata.
Inoltre, l’aumento degli esercizi commerciali gestiti da bangladesi, se da una parte crea comunità e appartenenza, dall’altra rallenta l’integrazione linguistica e sociale, delle donne in particolare.
“Paese della lingua bangla”, il Bangladesh si rende indipendente nel 1971 dal Pakistan Occidentale proprio per rivendicare il diritto alla propria lingua madre, eppure quella italiana rappresenta ancora un ostacolo, un forte limite anche legale, per le donne di questa comunità.
Crescono le famiglie
Se la prima immigrazione, negli anni Ottanta e Novanta, era composta principalmente da uomini di ceto medio alto che si erano dovuti adattare a condizioni sociali e lavorative ben inferiori a quelle attese, e che raggiunta una certa stabilità lavorativa erano riusciti a portare le mogli grazie ai ricongiungimenti familiari e quasi sempre in seguito a matrimoni combinati, sono le famiglie che oggi rappresentano l’immigrazione bangladese.
Come ci ricorda Katiuscia Carnà, a otto anni dalla sua pubblicazione, questo è sicuramente il cambiamento fondamentale negli ultimi anni. Inoltre, “va ricordato che esistono molte differenze tra prime, seconde e anche terze generazioni, quella dei bambini nati qui, che non sono più 100% bangladesi ma neppure completamente italiani, non avendo la cittadinanza”.
Espansione sul territorio
Un altro importante cambiamento riguarda l’insediamento sul territorio.
Se prima l’insediamento era concentrato soprattutto in alcuni quartieri, come Esquilino e Torpignattara, soprannominato proprio per questo motivo “Banglatown”, nel tempo c’è stata una distribuzione più uniforme nei vari Municipi di Roma. “È indicativo, per esempio, che lo scorso anno a Garbatella sia stato aperto un piccolo tempietto induista, in una zona dove un decennio fa non sarebbe sicuramente successo”, ci ricorda Carnà, “oppure che nel quartiere di Montagnola sia sorta un’associazione di donne bangladesi molto attiva sul territorio”.
Donne bangladesi ed imprenditoria
La comunità bangladese, insieme a quella cinese, è forse la più intraprendente a livello imprenditoriale, con piccole o medie imprese nella ristorazione, nel piccolo commercio, spesso create a partire da iniziali cooperative di connazionali.
Secondo Carnà, sebbene ci sia stato un incremento lavorativo delle donne nelle piccole impese famigliari, come ad esempio i minimarket, non si può ancora parlare di una vera e propria imprenditoria femminile, ma sicuramente di una maggiore presenza femminile a livello lavorativo e politico nelle seconde e nelle terze generazioni.
“Una delle donne che avevamo intervistato otto anni fa, ora è parte attiva nell’Arci, alcuni anni fa un’altra donna bangladese si era candidata alle elezioni municipali. Sono piccole cose, ma fino a pochi anni fa non sarebbero state possibili. Parliamo ovviamente di nuove generazioni, quelle che hanno raggiunto una stabilizzazione sul territorio italiano, che sono interessate ad altri impieghi, come per esempio nel terzo settore”.
Il Regno Unito è ancora il sogno bangladese?
Quando venne pubblicato “Kotha”, il Regno Unito veniva considerato da molti la destinazione a cui ambire una volta ottenuta la cittadinanza italiana, attratti dalla presenza più stabile e radicata della comunità bangladese e dal welfare britannico. Oggi, dopo la Brexit, pare che chi punta al Regno Unito compia altri percorsi che non prevedono di passare necessariamente per l’Italia.
Tuttavia, secondo Carnà, è interessante far luce su un fenomeno interessante, ossia l’incremento, a Roma, di scuole internazionali frequentate da bangladesi, tutte in lingua inglese, molto ambite da chi proviene dal Subcontinente Indiano perché ritenute un titolo di studio utile per il Regno Unito.
Katiuscia Carnà aveva iniziato ad interessarsi a questa realtà per il suo dottorato di ricerca già nel 2018: “Alcune di queste scuole sono parificate ma altre no, c’è il quindi il problema dell’obbligo scolastico. Sono un po’ delle scuole ghetto dove i bambini non imparano l’italiano, gli insegnanti sono reclutati in modo abbastanza arbitrario e la qualità dell’istruzione non è completamente verificata, ma attorno a cui girano business enormi e tante famiglie della classe media investono molto denaro per garantire un futuro ai loro figli”.
Verso una radicalizzazione dell’Islam?
Sembra essere opinione comune che, negli ultimi anni, sia aumentato il numero di donne e bambine con l’hijab (che lascia libero il viso) o con il niquab (che lascia liberi solo gli occhi), comportamento che farebbe pensare ad una radicalizzazione dell’Islam.
Nella ricerca di Rossetti e Carnà veniva evidenziato come spesso, all’estero, si tenda ad irrigidire certe pratiche per contrastare il senso di spaesamento e la paura di perdere la propria identità culturale.
Secondo Carnà, il focus deve essere spostato, oggi, a livello mondiale, nel contrasto che ovunque le destre stanno ponendo nei confronti dell’Islam. Questo porterebbe ad una chiusura, una sorta di protezione, per entrambe le parti. “Voglio fare un esempio: ci sono state da poco le elezioni in Bangladesh con il rischio che potesse vincere l’ala integralista, com’è successo in Iran o Siria. Mi ha colpito che alcune famiglie che conosco e che vivono in Europa da molto tempo avrebbero sostenuto volentieri questa parte più islamica, pur sapendo che questo avrebbe limitato la libertà delle donne, che ci sarebbe stato un Governo molto più invasivo. Questo rimane un interrogativo al quale, sinceramente, non sono riuscita ancora a rispondere”.
La comunità Indū
Il Bangladesh è un paese a maggioranza musulmana ma con una presenza indū significativa. Se è difficile sapere se si sia verificato un incremento numerico, in quanto la comunità viene censita in tanto che bangladese, secondo Carnà c’è stata sicuramente un’escalation dovuta sia al gemellaggio con gli Hare Krishna sia all’accordo dell’Unione Induista italiana con lo Stato italiano.
“Ho saputo che dovrebbero costruire un grande tempio induista a Torpignattara, ancora più grande di quello attuale. Questo è un segno evidente della differenza con la comunità musulmana: gli induisti, avendo ottenuto il riconoscimento legale della loro religione da parte dello Stato, hanno il diritto di aprire un tempio con facilità, mentre la stessa cosa non è permessa ai musulmani che, non avendo mai potuto firmare un accordo, possono aprire una moschea solo sotto le fattezze di associazioni o di centri culturali. Questo, negli anni, purtroppo non è mai cambiato”.
Natascia Kelly Accatino
(8 ottobre 2026)
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