I volontari di RiVolti ai Balcani e ADL si sono incontrati il 10 gennaio presso la sede di ADL a Zavidovici, Società Cooperativa Sociale, per fare il punto della situazione “Lipa, 5 anni dopo l’incendio, cosa succede lungo le rotte balcaniche dei migranti”.
A Lipa non è insolito che il Meteo segnali un’allerta per neve e ghiaccio, la temperatura va da -1 a -8 gradi, per i prossimi giorni si prevedono ancora temperature sotto lo zero fino ai -11 gradi e oltre. In Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Serbia, gli inverni non sono miti, lo sanno bene i migranti che cercano di entrare in Europa attraverso la rotta balcanica.
All’incontro sono intervenuti Silvia Maraone, operatrice ACLI, Diego Saccora, attivista, Gianfranco Schiavone, giurista ASGI, Francesca Bellini, giornalista, e Nihad Suljic, attivista e fondatore di DjelujBa!. L’incontro per non dimenticare una rotta balcanica dei migranti, spesso trascurata dai media, una delle crisi umanitarie più dimenticate d’Europa, come riporta il sito di ADL.
L’incendio del campo di Lipa
Si parte proprio da quella data, 23 dicembre 2020 quando un incendio distrusse il campo profughi di Lipa, nella Bosnia nordoccidentale. L’incendio portò alla ribalta il campo, ricorda Francesca, più di 1000 persone si ritrovarono senza acqua corrente e senza elettricità, mancavano due giorni al Natale. Le immagini degli uomini sferzati dal vento e dalla neve, vestiti in modo inadeguato, con scarpe di fortuna occuparono per un po’ il main stream. Dopo un anno, venne inaugurato, sempre a Lipa, un nuovo campo transitorio per cui la UE aveva stanziato circa 3 milioni di euro. Sembrava proprio che la tragedia si fosse trasformata in un’opportunità.
Il campo di Lipa, il primo in territorio non europeo
Alla stampa sfuggì però un particolare, anche se segnalato dalle organizzazioni che da sempre operano nel territorio, la rete di RiVolti ai Balcani, Altraeconomia: il campo era in Bosnia ed Erzegovina, territori extra Ue. Non solo, Lipa dista 24 chilometri dalla città di Bihac, dai servizi principali e dalle altre infrastrutture, il che non solo isolava ed isola di fatto le persone che transitano nel campo impedendo loro di trovare un qualsivoglia lavoro per guadagnare i soldi da mandare alle famiglie d’origine che hanno contratto dei debiti per il loro viaggio verso l’Europa.
La rotta dei Balcani, la mancanza di dati attendibili
Ufficialmente la rotta dei Balcani resta una delle principali vie di migrazioni verso l’Europa , anche se il confine da varcare non è più quello della Croazia ad ovest ma quello ad oriente, della Serbia. Dopo l’impennata del 2015, il numero dei migranti che hanno scelta la via dei Balcani è andata diminuendo, nel 2019 ha ripreso quota per diminuire di nuovo nel biennio 2024-25. “Nel 2025”, dice Gianfranco Schiavone, “le presenze nel campo di Lipa sono diminuite del 50% ma i dati vanno presi con le pinze”. Frontex rileva solo una parte degli arrivi dei migranti, la realtà corre su due rette parallele, una ufficiale che registra appunto la sensibile diminuzione dei migranti in transito e l’altra, ufficiosa, rilevata dai volontari che lavorano sul campo.
I tassisti, i trafficanti che operano sulla rotta dei Balcani

Ad oggi, i viaggi sono organizzati dai “tassisti” trafficanti di esseri umani, dietro pagamento di grosse somme di denaro, più paghi, più chances hai di arrivare in Europa. Questi migranti sfuggono alle statistiche. Una volta arrivati in Serbia, le persone vengono scaricate dagli autobus, “Li abbiamo visti mentre sgattaiolano nel bosco per affrontare il game e attraversare il confine” racconta Diego Saccora “sono gli stessi che ritroviamo lungo il fiume Drina, alcuni morti, altri con seri problemi di congelamento”. Questi migranti inoltre sostano in alloggi privati, non entrano nei campi, “prima” dice Schiavone “li vedevi in piazza a Vijac, ora non vedi nessuno”.Non è difficile riscontrare una discrepanza fra i datti ufficiali e quelli reali: nel 2024, Frontex riportava un numero complessivo di 22,000 persone arrivate nei campi ma, dice Schiavone “se vai a vedere i migranti in arrivo in Slovenia erano 40mila”.
Il campo di Lipa,transitorio a centro di detenzione
Il campo di Lipa è oggi praticamente vuoto. Doveva essere il fiore all’occhiello dell’accoglienza della UE. Si stima che siano stati stanziati circa 3milioni di euro, destinato ad ospitare circa 1500 migranti in transito per raggiungere l’Europa. “Oggi” dice Schiavone “nel campo troviamo qualche minore non accompagnato e qualche donna”. Il campo di Lipa lungi dall’essere un campo transitorio, denuncia Schiavone – se diviene operativa la nuova legislazione in materia di Asilo della UE – “rischia di diventare un vero campo di detenzione”. Lipa non è altro che il prodromo del CPR costruito in Albania,“un modo di esternalizzare la gestione dei richiedenti asilo senza permesso, in territorio extra UE”.
Il game diventa sempre più pericoloso, BWK la gang che blocca i migranti

Il game, ovvero il tentativo di attraversare il confine per raggiungere l’Europa, è diventato ancora più pericoloso, se prima i migranti cercavano di fuggire alla polizia di frontiera e tentavano più volte di attraversare il confine passando per le montagne, ora rischiano di essere catturati da bande di criminali organizzati, che li torturano, violentano per inviare le foto alle famiglie d’origine e chiedere un riscatto. Famosa , ricorda Diego, la gang afghana BWK operante in Bosnia, un macabro copia e incolla con quello che accade nelle prigioni libiche.
L’incapacità della Bosnia di gestire i flussi
Ai problemi elencati si aggiunge quella dell’incapacità dello stato bosniaco di gestire la situazione ein generale la cosa pubblica di cui pagano le conseguenze gli stessi cittadini bosniaci. Sono note solo alcune delle vicende che riguardano i migranti che hanno tentato il “game”. Silvia ricorda i ragazzi sudanesi che hanno dovuto essere trasportati fino all’ospedale di Tuzla, 300 kms da Lipa, prima di essere operati. Nel frattempo due di loro hanno avuto gli arti inferiori amputati a causa del congelamento e gli altri le dita dei piedi,“c’è una problema sanitario generalizzato di cui non si parla”. Alla disorganizzazione dello stato bosniaco, si aggiunge il fatto che molte ONG stanno andando via dai campi.
Identificare i morti per restituire loro un’identità
A chi si chiede il motivo per cui queste persone preferiscono affrontare un viaggio del genere piuttosto che restare in patria la risposta è sempre la stessa, dice Diego“ovunque sto meglio rispetto al paese di provenienza”. Nihad, punta il dito su OIM che fornisce dati errati e non denuncia le situazioni estreme, ai volontari non resta che il compito di procedere “all’identificazione dei morti che troviamo sul confine per restituire loro almeno un’identità”.
Livia Gorini
(13 gennaio 2026)
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