La donna, l’occidente e l’islam: cosa sta cambiando?

Trailer documentario Islam/Women emancipation via sportCinque storie di emancipazione e islam nell’Egitto post 25 gennaio. Galila Nasser grazie al ping pong viaggia da sola dall’età di 9 anni. Nadia A. A. Elmonen e Shaymaa A. Elazyed, campionesse di karate, per partecipare alle competizioni mondiali devono togliere il velo, perché le regole della Federazione lo vietano. Bothaina Kamel è la prima donna ad aver tentato di diventare Presidente, Manal Abu al-Hasan si è candidata alle elezioni parlamentari con i Fratelli Musulmani. Nessuna delle due ce l’ha fatta.
Sono le loro esperienze, raccontate dal video-documentario Islam/Women emancipation via sport di Maria Grazia Silvestri, a tracciare il filo rosso della tavola rotonda La donna, l’occidente e l’islam, organizzata dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma in collaborazione con l’associazione culturale Occhio dell’Arte e con la World Organization Catholic University Students nell’ambito della settimana della cultura islamica. Un’occasione per riflettere sulla condizione socio-economica delle donne e sulle strategie per una loro emancipazione nell’ambito dei cambiamenti attivati dalle “primavere mediorientali”.

Emanuela Ferreri e Antonella Appiano - foto di Raimondo Luberti
Emanuela Ferreri e Antonella Appiano - foto di Raimondo Luberti

Dopo le “primavere arabe” qualcosa è cambiato: “Con l’introduzione delle quote rosa in Algeria nelle ultime elezioni politiche sono entrate in parlamento ben 148 donne su 462 deputati, il 32%” spiega Antonella Appiano, corrispondente per il Medioriente del quotidiano L’Indro e presidente dell’associazione culturale MOAN. “Nelle pur contestate elezioni siriane sono state elette 30 donne. Anche in Egitto sono stati assegnati 64 posti al femminile. Persino nelle elezioni in Tunisia dell’anno scorso nelle liste del partito religioso En-Nahdah c’era una presenza femminile pari al 50%”. “Altra questione è quella del web che sta dando voce anche alle donne comuni” aggiunge Anna Tozzi Di Marco, antropologa socio-culturale e membro di Society of Arabian Studies: “C’è stata addirittura una blogger egiziana, Aliaa, che per protestare contro il sopruso nei confronti delle manifestanti arrestate e sottoposte ai test di verginità si è fotografata nuda, ottenendo risposte di sostegno da altre blogger egiziane”.

Anna Tozzi Di Marco e Maria Grazia Silvestri - foto di Raimondo Luberti
Anna Tozzi Di Marco e Maria Grazia Silvestri - foto di Raimondo Luberti

La lotta per la liberazione della donna in Egitto ha radici lontane: “I movimenti femministi sono iniziati nell’ottocento, Hoda Shaarawi è stata tra le antesignane” spiega Antonella Appiano “E sono proseguiti con il femminismo islamico di Zaynab al-Ghazali, corrente tuttora presente e molto forte secondo la quale é attraverso l’islam che può avvenire l’emancipazione della donna”. Gli ostacoli che si frappongono alla parità tra i sessi trovano una chiave di lettura nell’analisi di Emanuela Ferreri, antropologa della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione della Sapienza: “L’identità e i ruoli di genere sono i luoghi per eccellenza in cui la società e la cultura combinano trasformazione e immobilismo. Quanto più il cambiamento è provocatorio, tanto più va ancorato ad elementi stabili: la tradizione, il valore morale, l’orgoglio nazionale, nel caso del documentario al quale abbiamo assistito”.

I mutamenti in atto richiedono tempo e soltanto il tempo darà una risposta sul loro esito. “Non è una legge che può imporre un cambiamento” prosegue Antonella Appiano criticando la tendenza mediatica a ridurre la donna musulmana alla questione del velo, ignorando che “la condizione della donna varia da paese a paese” e dimenticando che “soltanto nel 1981 è stato cancellato il delitto di onore in Italia. E solo nel 1963 è stato abolito lo ius corrigendi, in base al quale il marito aveva il diritto di picchiare la moglie che si comportava in maniera sbagliata”. “Credo manchi una cultura di quello che noi donne italiane abbiamo vissuto. Prima di fare paragoni e giudicare dovremmo essere un pochino più consapevoli di quello che è stato il nostro percorso e anche dei pochi obiettivi che abbiamo raggiunto”.

Abdelaziz Shady e Roberto Gritti - foto di Raimondo Luberti
Abdelaziz Shady e Roberto Gritti - foto di Raimondo Luberti

Se la condizione femminile rimane problematica in molte zone dell’universo musulmano, le cause, come spiega Roberto Gritti, docente di Sociologia delle Relazioni Internazionali del Coris, vanno ricercate in un utilizzo strumentale dell’islam che trova un facile terreno di coltura nello stato di arretratezza socio-economica di molti paesi musulmani, con il prevalere di modelli culturali e stili di vita improntati alla discriminazione di genere.  “Poco c’entra la religione, molto il maschilismo e il patriarcato”. “L’attuale situazione dell’Egitto è il frutto delle politiche messe in atto da 40 anni di governi religiosi” spiega Abdelaziz Shady, esperto di Diritto dei paesi islamici “Ma tutto questo non dipende dalla sharia che riconosce alle donne una serie di diritti poi negati sul territorio”.

Il protagonismo femminile in ambito religioso è al centro del contributo di Anna Tozzi Di Marco che riporta l’esperienza registrata presso il cimitero musulmano del Cairo, dove ha vissuto per quasi 10 anni: “Nella città dei morti i rituali funebri e le visite settimanali sono condotti da donne. Ci sono donne leader di confraternite sufi che guidano la riunione mistica, l’hadra. Anche nello zar, rituale terapeutico di addomesticamento degli spiriti  jinn attraverso la parola, la musica e la danza, gli uomini hanno un ruolo secondario. Il Cairo ha 3 sante patrone, appartenenti alla famiglia di Maometto. I loro santuari, veneratissimi, sono spesso custoditi da donne”. 

Le foto dell’evento sono state gentilmente concesse da Raimondo Luberti: www.iperimmagine.com

Sandra Fratticci
(28 maggio 2012)