L’Institut Francais di Roma e l’Africa oltre il Mediterraneo

L'Africa oltre il Mediterraneo. Foto: Neil Palmer (CIAT) rilasciata con licenza CC BY-SA 2.0
L’Africa oltre il Mediterraneo. Foto: Neil Palmer (CIAT) rilasciata con licenza Creative Commons CC BY-SA 2.0

Gli africani in Italia costituiscono ben il 22% dei migranti, ma nonostante ciò hanno un peso sociale ed economico inferiore rispetto ad altre comunità meno numerose. È quanto emerso nella conferenza Africa oltre il mediterraneo, ospitata venerdì 13 marzo dall’Institut Francais Saint Louis di Roma. Protagonista dell’incontro la disorganizzazione africana che ha ostacolato il successo in ambito economico degli stessi migranti africani.
A moderare gli interventi Ngouedi Whylton Marocko, autore del libro Notre federalisme e frequentante del laboratorio di giornalismo Infomigranti di Piuculture.

I giovani africani hanno in mano grandi possibilità, tra cui quella di riappropriarsi delle terre natie distrutte dalla colonizzazione” evidenzia Jean Jacques Ndongo, economista specializzato in management. “Per alcuni ciò può significare un ritorno nella patria di origine dove poter sfruttare le nuove tecniche acquisite durante lo studio in Italia”.

Vincenzo Luise, cofondatore dell’Istituto italiano del futuro, si dice favorevole al downshifting, il ritorno dei giovani alla cura agricola delle terre di origine: “Gli africani non devono trasformarsi in europei, ma integrarsi valorizzando le proprie peculiarità”.

Wodja Michel, presidente della Mutuelle solidarite congolaise a Roma afferma che il vero limite degli africani è la mancanza di sinergia e solidarietà al di fuori dei vincoli parentali.
Nelle riflessioni finali spiccano l’amarezza con cui si guarda al passato e la speranza con cui si pensa al futuro.

La disorganizzazione africana è data dall’individualismo con cui gli africani stessi agiscono senza mirare ad un’azione unita che possa avere un peso rilevante, ma forse arriverà un giorno in cui gli africani al di fuori dell’Africa saranno uniti e si affermeranno nel rispetto della propria identità etnica.

Jalila Dobere
(31 marzo 2015)

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