Da musulmani immigrati a cittadini italiani, si discute a Roma con attenzione a Parigi

Musulmano che prega alla moschea con bambino
Musulmano che prega alla moschea con bambino

“Allarga lo spazio della tua tenda” esordisce, citando Isaia, Enrico Benedetto professore presso la facoltà Valdese di Teologia di Roma che ha ospitato  l’incontro “Da musulmani immigrati a cittadini italiani: la sfida dell’integrazione e del dialogo”, invito quanto mai pertinente  lanciato da un convegno, realizzato dalla rivista Confronti, che si è svolto venerdì 13 e sabato 14 novembre a cavallo dei tragici attentati di Beirut e Parigi.

E forse proprio per questo che le interessanti e erudite relazioni – a partire da quella ricca di dati aggiornatissimi sulle minoranze religiose di Massimo Introvigne direttore del CESNUR, alla documenta carrellata di Enzo Pace sull’ostilità che si incontra, non solo in Italia, alla proposta di costruire moschee – possano sembrare troppo lontane dalla dolorosa attualità, in un momento nel quale il desiderio di capire la complessità di quanto avviene nel mondo islamico pone interrogativi ai quali gli addetti ai lavori possono aiutare a dare delle risposte.

Vale comunque senz’altro la pena cogliere i tasselli della questione forniti dai susseguirsi degli interventi: Stefano Allievi centra il suo contributo sui processi in atto nell’immigrazione musulmana in Europa, e sulla loro velocità, cioè su grandezze qualitative, come la pluralità, più che quantitative, per concludere che “I musulmani in Europa non stanno andando in una sola direzione dal punto di vista dell’elaborazione culturale e ideologica, le loro idee, prodotte in occidente, rendono impossibile pensare l’Islam oggi  senza la componente europea, analogamente  non si può scrivere una storia d’Europa senza la componente musulmana”. Concorda Adel Jabbar, sociologo dei processi migratori nato a Bagdad, “la riflessione sui musulmani in Italia deve partire dalla considerazione che si tratta di persone in condizione di migrazione. La maggior parte dei musulmani italiani sono immigrati di conseguenza hanno una collocazione sociale, una legittimità giuridica, un vissuto particolare. C’è una ricerca continua di essere coerenti qua e con la realtà interiorizzata nel paese d’origine e questo diventa problematico”. Molti musulmani provengono da paesi  dove gli assetti politici sono divenuti meno stabili dopo il secondo dopoguerra, da luoghi dove “prevale l’essere parte  di clan, famiglie, confessioni religiose più che l’appartenenza ad una società politica più allargata” continua Jabbar, “le autorità politiche di alcuni paesi cercano di continuare a esercitare una sovranità sull’organizzazione islamica qui, altre aggregazioni  islamiche proseguono nel portare avanti un lavoro come se fossero ancora clandestini nel paese d’origine. Tutto questo ha implicazioni perché non consente di creare un dignitoso processo aggregativo di fronte autorità italiana. Ai musulmani resta da dare risposte a quesiti importanti: come essere referenti di istanze in una società plurale e complessa che offre opportunità e libertà? Come fare i conti con il proprio bagaglio culturale e religioso? Questo può avvenire” conclude Adel Jabbar “attraverso il superamento del confessionalismo, recuperando l’islam transculturale e transnazionale”.

E proprio la difficoltà portare avanti un dialogo istituzionale con la comunità musulmana è l’ostacolo condiviso al quale arrivano, attraverso percorsi diversi, le due rappresentanti delle istituzioni, il prefetto Giovanna Maria Iurato e Anna Nardini della presidenza del Consiglio dei Ministri.

Partendo dai dati statistici per Introvigine  il  pluralismo non è preoccupante perchè“ l’Italia è il paese con minor pluralismo, le minoranze religiose, tutte insieme, non arrivano nemmeno al 10% della popolazione”, per il prefetto Iurato è esattamente il contrario “per me l’estrema parcellizzazione dei gruppi di fede islamica è un problema delicato poiché questi sono un interfaccia fondamentale,  ma diventa complicato capire l’identità intellettuale del mio interlocutore”. Negli incontri  con i rappresentanti della comunità islamica non si riesce ad avere una risposta congiunta da parte delle organizzazioni e istituzioni, spiega Nardini “in quanto le diverse associazioni non riescono ad arrivare in maniera coesa alla trattativa con il governo”.

Forniscono spunti di riflessione anche alla luce degli attentati parigini le affermazione di Paolo Maso “l’Italia non ha una politica di integrazione, noi accogliamo, ma non integriamo, quindi non scatta il meccanismo di appartenenza. Il problema non si riduce alla regolarizzazione di qualche migliaia di migranti ma al patto civico da costituire con essi”.

Comprensibilmente legato alla tragica attualità l’intervento di Zouhir Louassini, giornalista di RaiNews24 originario del Marocco. “Titoli come l’Islam attacca, Bastardi islamici, alimentano  allarmismo e  mancanza di rispetto verso una minoranza”. Quando ci sono degli attacchi terroristici si tende ad accomunare i musulmani, soprattutto in Italia, uno dei paesi con un maggiore tasso di islamofobia. Tutti i musulmani vengono inclusi nello stesso gruppo di fanatici, l’immagine stereotipata, semplifica, è la più facile da far passare, ci limitiamo a tifare, invece di analizzare  e questo è il più grande regalo da fare all’Isis, miglior alleato dell’Isis è chi insulta i musulmani. Non bisogna dimenticare che una informazione corretta”,  spiega Louassini, e lo dice facendo riferimento sia alla stampa occidentale che a quella araba “da al decision maker la possibilità di fare scelte giuste”.

E chissà che un aiuto a comprendere la realtà arabo islamica in Italia non possa venire proprio dai giovani musulmani che come sostiene documentatamente e con passione Annalisa Frisina “debbono essere considerati come una risorsa, tutta da valorizzare”.

Nicoletta del Pesco

(16 ottobre 2015)

Appello dei partecipanti al convegno di Confronti «Da musulmani immigrati a cittadini italiani: la sfida dell’integrazione e del dialogo» (13-14 novembre 2015)

Di fronte ai tragici attentati di Parigi di venerdì 13 novembre, noi esponenti di varie organizzazioni islamiche e cristiane, riuniti a Roma per il convegno promosso dalla rivista Confronti sul tema: «Da musulmani immigrati a cittadini italiani: la sfida dell’integrazione e del dialogo» (13-14 novembre 2015), esprimiamo il nostro cordoglio e il nostro sconcerto, nonché la nostra solidarietà al popolo francese, con tutte le sue componenti religiose e culturali, e a tutti i popoli vittime del terrorismo. Condanniamo ogni forma di terrore e di violenza nel nome di Dio; rivolgiamo un appello a tutte le nostre comunità perché contrastino con tutte le loro forze messaggi d’odio e di violenza incompatibili con l’Islam, con il Cristianesimo e con tutte le altre religioni e il loro messaggio di pace. Rinnoviamo la nostra totale disponibilità a collaborare a ogni iniziativa tesa al dialogo interreligioso e al contrasto di ogni abuso della religione per perseguire obiettivi politici e di potere che nulla hanno a che fare con una fede autenticamente vissuta.

Claudio Paravati (Confronti) Abdellah Redouane (Centro islamico culturale d’Italia – Grande Moschea di Roma) Izzeddin Elzir (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia – UCOII) Yahya Pallavicini (Comunità religiosa islamica – COREIS) Marisa Iannucci (Life Onlus) don Cristiano Bettega (CEI – Conferenza episcopale italiana – Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso) Luca Anziani (Tavola Valdese) Roberto Catalano (Movimento dei Focolari) Paolo Naso (Commissione studi della Federazione delle chiese evangeliche in Italia – FCEI) Gian Mario Gillio (Direttore responsabile dell’agenzia stampa NEV, Federazione delle chiese evangeliche in Italia – FCEI) Giovanni Sarubbi (Il Dialogo) – Roma, 14 novembre 2015

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