Ius soli: ecco gli 800mila invasori

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Foto Giuseppe Marsoner

Viste le difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare, prima dell’estate, il ddl sulla cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia. Si tratta comunque di una legge giusta. L’impegno mio personale e del governo per approvarla in autunno rimane”. Così, il premier Paolo Gentiloni, ci mette la faccia e rimanda a settembre la discussione al Senato della legge sulla cittadinanza ai figli di immigrati che sono nati o cresciuti in Italia. Soddisfazione per la decisione del Presidente del Consiglio arriva dal leader di Alternativa Popolare, Angelino Alfano, e dal ministro centrista per gli Affari regionali, Enrico Costa, ma anche dall’opposizione: Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Cinque Stelle.

Una decisione che, secondo la relatrice della legge Doris Lo Moro (Mdp) in un’intervista rilasciata al Manifesto, spetta solo al parlamento. “Facendo slittare la riforma, Gentiloni è andato oltre le sue facoltà di capo del governo” ha dichiarato.

L’approvazione della riforma della legge di cittadinanza, ormai ferma al Senato da quasi due anni, è una questione che coinvolge la sensibilità e la vita di oltre 800 mila giovani, secondo l’elaborazione della Fondazione Leone Moressa su dati ISTAT e MIUR, e che consentirebbe inoltre “la naturalizzazione di quasi 60 mila nuovi italiani ogni anno, sommando i figli di immigrati nati in Italia e i nati all’estero che completano un quinquennio di scuola”. Ragazzi definiti invasori assimilandoli impropriamente ai migranti che arrivano sulle nostre coste.

Giovani come Ilham Mounssif, proveniente dal Marocco, che ha dovuto rinunciare a concorsi pubblici e stage presso organizzazioni internazionali “perché non ho il requisito minimo ma fondamentale della cittadinanza italiana”. Anche Xavier Palma, originario del Salvador, che aveva vinto l’Erasmus in Svezia non é potuto partire. Ma c’è anche Paula Baudet Vivanco che ha dovuto aspettare 33 anni per poter votare e Moahmed Rmaily che non ha potuto essere selezionato per le nazionali giovanili di rugby. “Non avere la cittadinanza significa non avere i diritti, piccoli ma fondamentali di fare delle scelte utili alla crescita professionale come concorrere e viaggiare”, uno dei diritti negati per esempio a Fioralba Duma. Chouaib Bel Mouden, invece, lavorava a Dubai ma si è dovuto licenziare per tornare in Italia, “se avessi passato più di un anno al di fuori dell’UE mi avrebbero respinto alla frontiera, come se non avessi mai vissuto qui”. La vicenda si ripete per Davide Firiza che non riesce a raggiungere il sogno che coltivava fin da piccolo: quello di arruolarsi nelle forze speciali dell’Esercito Italiano. Poi c’è Iana. Per lei persiste un’altra complicazione: il rinnovo del permesso di soggiorno perchè la Moldavia non fa parte dell’Unione Europea. Infine, un altro requisito importante per ottenere la cittadinanza è quello del reddito come spiegano Evelina ed Ania: “Il mio nucleo familiare è composto da me, neolaureato, mia madre e mio fratello ancora studente, non riusciamo a raggiungere tredicimila euro di reddito all’anno”

Sono soltanto alcune delle 800 mila amare esperienze degli italiani senza cittadinanza impazienti e stanchi di aspettare i tempi della politica, inconciliabili con i tempi della vita quotidiana, spesso fatta di impedimenti. Giovani che nel frattempo, e in attesa della prossima calendarizzazione, si sono attivati e chiedono “ai territori, ai Comuni e alle nostre città di mobilitarsi. Stiamo pensando ad una iniziativa nazionale insieme ad altre organizzazioni.” A parlare è Elvira Ricotta Adamo, direttivo dei movimenti #ItalianiSenzaCittadinanza.

Le dichiarazioni di Gentiloni e quindi dell’attuale Governo sono figlie di beghe di partito e partite di scacchi tra le varie fazioni che vedono, come unici perdenti, ancora una volta, gli oltre 815.000 bambini e ragazzi nati e/o cresciuti in Italia. Ci sentiamo delusi e traditi dai nostri interlocutori politici che negli ultimi mesi hanno millantato la necessità di questa riforma che loro stessi hanno definito “riforma di civiltà”. Riforma che, evidentemente, non era battaglia politica così forte da valere ad esempio la fiducia o così preminente e importante per loro da valere l’ulteriore braccio di ferro con le altre forze di maggioranza. Gli unici a vincere in questo scenario sono le destre e i populismi che stanno cavalcando quest’onda per paragonare, senza sosta e senza ritegno, il tema della cittadinanza con “l’emergenza” sbarchi e con la necessità di contenere i flussi. Noi continuiamo a credere nella politica, siamo consapevoli che il cambiamento passi da lì, per questo motivo noi non molleremo e re(si)steremo. Il nostro compito sarà quello di essere una continua spina nel fianco per Governo e Parlamento fino a quando questa Riforma non verrà approvata,” conclude Elvira.

 

Cristina Diaz
18/07/2017

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