Ritorno a San Lorenzo, 20 giorni dopo

Minimarket, bangladino, banglamarket: comunque la si chiami, l’attività di vendita dei bangladesi a Roma è una attività commerciale della capitale criticata dalla FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi), che denuncia rischi sul piano della sicurezza, del decoro urbano e una potenziale pericolosità relativa alla vendita senza regole di alcolici. I minimarket sono tuttavia negozi che hanno trovato una propria clientela tra i turisti, per quanto riguarda le zone centrali, e gli italiani, soprattutto nei quartieri universitari, come San Lorenzo e il Pigneto. I bangladesi hanno un primato rispetto alla gestione di queste attività: secondo i dati della Camera di Commercio relativi al secondo trimestre 2018, le attività commerciali all’ingrosso e al dettaglio registrate nella provincia di Roma sono oltre 7.000.

È di qualche settimana fa la notizia che il Ministro dell’Interno Salvini ha espressamente dichiarato di voler inserire nel decreto “Sicurezza e Immigrazione” l’obbligo di chiusura dei “negozietti etnici” entro le 21. Nonostante la ricchezza prodotta dall’imprenditoria dei migranti, indicata dall’ultimo Rapporto della Fondazione Leone Moressa, questi esercizi commerciali restano fonte di dubbi e perplessità.

photo credit Il faro di Roma

Quartiere di San Lorenzo, mancano pochi minuti alle 21: sono diversi gli esercizi commerciali aperti. Pub, bar, ristoranti. E anche i minimarket bangladesi. È martedì, la pioggia ha finalmente concesso una tregua e le strade dello storico quartiere universitario di Roma tornano a riempirsi di giovani, e non solo. A due passi da piazza dell’Immacolata, nel piccolo negozio in cui Ali lavora come dipendente, le luci sono accese. Dalla strada non si vede nessuno all’interno: Ali è chinato a sistemare delle bottiglie d’acqua sugli scaffali. Pochi metri quadrati, un piccolo locale che su ogni parete espone una tipologia di merce diversa: sulla destra shampoo e saponi, di fronte un frigo con diversi tipi di birra, al centro uno scaffale con biscotti e scatolame, e sulla sinistra il banco con la cassa. Riposti in piccole scatole ci sono filtri, cartine, accendini e caramelle, dietro sono appesi caricabatterie, cuffiette e pile, e su grosse mensole diverse tipologie di superalcolici. Ali, che ha 26 anni, e un sogno che vede sempre più lontano, accoglie i clienti con un sorriso. Entrano tutti per comprare birre e patatine: “facciamo un aperitivo volante, qui le birre costano molto meno che al bar”. Ma qual è il sogno di Ali?

“Sono partito dal Bangladesh a 20 anni. Io sapevo che il mio futuro non era lì. Già quando ero in Bangladesh mi piaceva troppo l’Italia, che per me, non so come dirlo in italiano, era il top humanity country in the world”, dice ridendo.

Ma Ali qui in Italia sente che la possibilità di realizzare il suo sogno, diventare un ingegnere, è una corsa a ostacoli. Scoraggiato, dice che gli sembra impossibile poter pensare di frequentare l’università come gli italiani. “Arrivato qui, dovevo mangiare, ho cercato lavoro: ho fatto per un periodo il lavapiatti in un ristorante nel quartiere Annibaliano, poi sono finito qua, a lavorare per il negozio di un bangladese con cui adesso divido la casa”. Ma Ali non si riconosce in questa vita. “Io non sono questo”. Sebbene si definisca un gran lavoratore, non ha intenzione di continuare a stare dietro un banco tutto il giorno. “Non voglio aprire un mio negozio. Lavoro tanto, troppo. Abito in Italia da un anno e cinque mesi: a parte due amici bangladesi non ho conosciuto nessuno, non ho il tempo di frequentare un corso di italiano, i miei maestri sono stati i clienti del negozio”. E a breve Ali, che da più di un anno è in attesa della risposta della Commissione Territoriale per la sua richiesta di asilo, inizierà anche un altro lavoro.

Se mi piace San Lorenzo? Adesso no. Lo sai che una settimana fa è morta una ragazza qui vicino. Da quel momento qui passa meno gente, ci sono sempre tante macchine della polizia, ma i controlli sono giusti“.
“Tempo fa sono entrati nel negozio per vedere se tutto era in regola, hanno chiesto la licenza. Ma questo è positivo, a San Lorenzo c’è un problema di legalità”. Ali abbassa la voce, guarda verso la porta del negozio. Alla domanda “Hai paura la sera qui?” risponde “No, mi sento sicuro, tutto è in regola”, ma poco dopo si contraddice. Durante la conversazione racconta di alcune tristi vicende capitate a lui e ai suoi colleghi nelle ore notturne: “il venerdì e il sabato qui la gente esce, e vuole bere. Qualche volta abbiamo detto che non possiamo vendere gli alcolici, ma alcuni ragazzi hanno rubato bottiglie di alcol, anche il whisky, che costa parecchio, e sono scappati”. Ali e i suoi colleghi non hanno mai reagito, neanche quando un commesso si è preso un pugno in faccia per essersi rifiutato di vendere alcol dopo le 22. Italiani e stranieri, non c’è differenza qui: “molti italiani bevono e fanno a botte per strada, i marocchini invece spacciano droga”.
E gli episodi di razzismo? “A me non sono mai capitati, ma certe volte penso che è normale che alcuni italiani si sentano più forti di noi. Noi non abbiamo i documenti”.

Un minimarket nel quartiere San Lorenzo
Un minimarket nel quartiere San Lorenzo

Ali ha solo 26 anni, ma dai suoi racconti traspare una grande disillusione per quel paese, l’Italia, che aveva immaginato come top humanity country. Dice che il sistema di accoglienza ha tanti problemi e si chiede perché la politica non faccia nulla. Come migliorerebbe Ali questo quartiere? “Legalità, via la droga prima di tutto. E poi documenti agli stranieri, per i loro diritti”. E quanto alla vita di Ali, cosa servirebbe per migliorarla, per ritrovare la speranza nel futuro? “Vorrei andare all’università come tutti, ma come posso fare? Vorrei tanto un lavoro bellissimo, e una vita normale, tutto qui”.

Elisabetta Rossi
(07 novembre 2018)

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